Intervista a Lamis Andoni, giornalista palestinese di Al-Jazeera – Al di la’ del check point
di Alessandro Belotti
Finestra sul Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia
Lamis K. Andoni è una giornalista palestinese-americana. Originaria di Betlemme, è una giornalista free lance conosciuta a livello internazionale, e pubblica i suoi articoli su Middle East International, Le Monde Diplomatique, Jordan Times, Al-Ahram, Al-Hayat, Journal of Palestine Studies e molte altre testate. Si è occupata del Medio Oriente per vent’anni e tiene corsi in giornalismo all’Università di California, Berkeley. Attualmente, è a capo delle Relazioni Internazionali di Al-Jazeera (2005).
Come giudica la convivenza tra cristiani e musulmani in Terra Santa?
A Betlemme la maggioranza è diventata musulmana, ma il sindaco della città è cristiano, c’è un accordo tra cristiani e musulmani. È molto importante per entrambi mantenere questo tipo di accordo, perché fa parte dell’orgoglio palestinese poter affermare che la cristianità è iniziata proprio in Palestina. Ci sono delle tensioni, non lo nego, ma finché ci saranno persone fanatiche ci saranno anche delle tensioni. L’Autorità Palestinese ha lavorato bene su questo fronte, a Natale ad esempio offrono sempre un regalo: queste non sono solo apparenze, sono dei gesti importanti per mantenere buone relazioni. Da tempo nella politica palestinese, persino in Hamas, non c’é questo problema ma ci sono delle tensioni per delle incomprensioni: alcuni confondono infatti il ruolo del governo con la Cristianità in quanto tale. Su questo occorre lavorare, ma non c’è mai stato un vero e proprio scontro tra cristiani e musulmani.
Cosa pensa della posizione della Chiesa in Terra Santa, specialmente verso i palestinesi?
Il ruolo della Chiesa non è in termini di aiuto ai palestinesi, ma concerne la giustizia. La Chiesa cristiana deve prendersi cura della giustizia, qualsiasi Chiesa cristiana che si riconosca nel messaggio di Cristo non può essere a favore dell’occupazione. Non è una questione di Israele o di ebrei, cristiani e musulmani, il vero punto è che non possono essere a favore dell’occupazione e aiutano la popolazione che vive sotto occupazione.
Il vescovo di Gerusalemme, monsignor William Schomali, ha celebrato una Messa proprio davanti al Muro, vicino a Betlemme. Pensa che questo costituisca un messaggio simbolico importante?
Sì, è un gesto simbolico molto importante, contro l’ingiustizia. Il Muro è un simbolo dell’occupazione, della segregazione e dell’apartheid. Celebrare una Messa vicino al Muro è un simbolo per dire che qualcosa di sbagliato è stato fatto contro l’umanità.
Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.











