Paolo Ruffilli: l’ironia che salva la poesia

Le mie poesie non cambieranno il mondo

Paolo e Francesca

C’è un’ora in cui
tutto riposa
e, finalmente,
trova il suo posto inaspettato
ogni cosa
e l’alito del vento
facendosi discreto
invita il movimento
dentro l’incavo
della sua posa…
è come quando
il gatto steso
chiude il suo cerchio
con uno scatto…
le voci assottigliate
tintinnano appena
come le posate
contro il piatto
e la promessa della vita
è quasi una certezza
distesa e preservata
dentro la fortezza.
Sfiorandomi
la testa con la mano,
stavo sul piccolo
divano del giardino
leggendo
di Paolo e di Francesca
dispersi nell’aere dell’inferno.
E tu di già partita
fissandomi, discesa
e risalita di nuovo sulla bici,
piangendo mi chiedevi:
«Perché siamo infelici?»

Paolo e Francesca è la lirica che chiude la sezione Canzonette della passione amara, tratta dall’ultima raccolta in versi di Paolo Ruffilli, Affari di cuore, edita da Einaudi. Un prontuario per chi soffre le pene d’amore, una poesia per passione («Ti voglio / in tutta la tua carne», pag. 28) in cui il poeta dimostra l’abilità di astrarre dalla moltitudine di esperienze personali e soggettive che si possono raccogliere dai resoconti altrui e quindi immaginarne lo sviluppo, la continuazione. Una facoltà, l’immaginazione, non arbitraria dell’intelletto bensì scelta profonda, com’era definita da Einstein, e quindi resa reale dal procedimento di costruzione del pensiero; ben differente dalla fantasia, che scioglie i legami con l’ordinario. La raccolta può essere letta sia come una successione di fasi, una conseguente all’altra – o una la variazione dell’altra –, sia considerando ciascuna lirica a sé stante, brillando di luce propria.

Ruffilli vola alto e guarda in basso, campisce e scrive versi di ricerca interiore e stilistica, i quali inseguono «l’idea di un infinito / perfino quotidiano» (pag. 85) che si realizza nella corporalità dell’amplesso («l’adesione immediata / più totale, / la fusione», a pag. 37) nella somma dei due addendi impregnati di spirito, che raggiungono la compiutezza l’uno nell’altro: «la combinazione / nella continuità / l’incastro più assoluto» (pag. 37). Il poeta è laico e sin dagli esordi ha cercato il suo altrove rivolgendo sempre lo sguardo alla dimensione terrestre: il Paradiso è qui ed Eva tenta l’uomo giorno dopo giorno, «pensando / a come è andata / che sei entrata / in me / e che mi hai preso / tutto / mordendo la polpa / del tuo frutto» (pag. 49). Ulteriore è il tentativo di elevare tabù della nostra società, come l’aids nei primi anni Novanta, o la tossicodipendenza nello stesso periodo, alla dignità, alla pietas del sacro; e così si approccia anche all’erotismo, riportandolo alla levatura di figure mitologiche dell’Eros della tarda classicità, tra le quali Laocoonte.

Paolo e Francesca è metricamente preziosa: l’incastro preciso di endecasillabi, l’uno nell’enjambement dell’altro, e i doppi settenari dimostrano una penna raffinata quanto il tema. La citazione dantesca non è a caso, bensì per ripercorrere i passi del grande poeta fiorentino, che nella Commedia legittimava questo amore adultero con il celebre: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse». Nel contempo Ruffilli alterna rese in versi più frammentate, di trisillabi o quadrisillabi alternati a senari, che spezzano la voce sommessa della lettura silenziosa, che disorientano il lettore; questo avviene quando l’argomento è considerato dall’autore una nuga, una “bazzecola”, un particolare abitudinario che – magari – imprigiona nella viziosa ripetizione dei comportamenti i soggetti stessi della lirica. Le varianti metriche, che conoscono sia punte di colloquialità che sapienti calchi della tradizione, appartengono ancora una volta all’ironia ruffilliana; ironia dal greco antico εἰρωνεία, eironeía, significa finzione, ma anche mistificazione, depistaggio. Quando il tono corre il rischio di diventare dramma, il poeta lo taglia, senza che l’attenzione cessi. La poetessa Patrizia Garofalo lo ha definito durante una presentazione «un dosaggio farmacologico del tempo dell’attenzione» e ne ha rintracciate le radici nell’influenza della regia di Fellini quando Ruffilli collaborava con lui cinematograficamente.

*

Due righe di biografia
Paolo Ruffilli
è nato nel 1949. Originario di Forlì, vive a Treviso dal 1972. Ha pubblicato diverse raccolte in versi, tra le quali Piccola colazione (Garzanti 1987), Camera oscura (Garzanti 1992), La gioia e il lutto (Marsilio 2001), Le stanze del cielo (Marsilio 2008). Ha tradotto Gibran, Tagore e i metafisici inglesi.
A chi gradisce i versi di Ruffilli consiglio Quattordici poesie (Edizioni L’Obliquo, Brescia 2010) di Fernando Bandini

Paolo Ruffilli, Affari di cuore, Torino, Einaudi, 2011 (140 pag., 12 €).

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Comments
3 Responses to “Paolo Ruffilli: l’ironia che salva la poesia”
  1. Alessandra Trevisan scrive:

    un inizio di rubrica magnifico!

  2. andreacheccucci scrive:

    Bella recensione e interessante , mi hai fatto scoprire un nuovo autore e venir voglia di laggere qualcosa di suo !

    Mi aggiungo ai complimenti , un bell’inizio .

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