Mappa del nuovo mondo: la grande poesia epica di Derek Walcott

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Dark August
(da leggere ascoltando Electrical Storm  degli U2)

So much rain, so much life like the swollen sky
of this black August. My sister, the sun,
broods in her yellow room and won’t come out.

Everything goes to hell; the mountains fume
like a kettle, rivers overrun; still,
she will not rise and turn off the rain.

She’s in her room, fondling old things,
my poems, turning her album. Even if thunder falls
like a crash of plates from the sky,

she does not come out.
Don’t you know I love you but am hopeless
at fixing the rain? But I am learning slowly

to love the dark days, the steaming hills,
the air with gossiping mosquitoes,
and to sip the medicine of bitterness,

so that when you emerge, my sister,
parting the beads of the rain,
with your forehead of flowers and eyes of forgiveness,

all will not be as it was, but it will be true
(you see they will not let me love
as I want), because, my sister, then

I would have learnt to love black days like bright ones,
the black rain, the white hills, when once
I loved only my happiness and you.

Questo delicato stormire di fronde, profumato di pioggia e di terreno bagnato, di gocce sulle finestre e cuori palpitanti, è solo una piccola parte del grande tesoro lasciatoci in mano da Derek Walcott, poeta caraibico Premio Nobel per la Letteratura nel 1992. Nel 1986 aveva pubblicato la raccolta Collected Poems − tradotta per noi da Adelphi con il titolo Mappa del nuovo mondo − da cui è tratta questa lirica: un libro che dimostra un’apertura poetica di grande luminosità, sostenuta da una visione storica e da un dichiarato impegno multiculturale.
Di versi che tendono a elevare quest’autore ad emblema della letteratura creola e postcoloniale ve ne sono diversi, dai più noti e ironici − come “I’m just a red nigger who love the sea,/ I had a sound colonial education,/ I have Dutch, nigger and English in me,/ and either I’m nobody, or I’m a nation” (Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,/ ho avuto una buona istruzione/coloniale, ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,/sono nessuno, o sono una nazione) ai più burrascosi − per esempio “I who am poisoned with the blood of both,/ Where shall I turn, divided to the vein?/I who have cursed/ The drunken officer of British rule, how choose/ Between this Africa and the English tongue I love” (Io, che sono avvelenato dal sangue di entrambi,/ Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?/ Io che ho maledetto/ L’ufficiale ubriaco del governo britannico, come sceglierò/ Tra quest’Africa e la lingua inglese che amo?). La mia scelta è però ricaduta su questa lirica, meno esemplare per quanto riguarda la “politica” letteraria dell’autore ma più significativa dal punto di vista poetico: Dark August ci fornisce un esempio non del Walcott della “mescolanza” ma della sua poesia pura e insieme materica, magnetica e sensibile alla lingua (inglese). 

Quando si parla di Derek Walcott, magnifica espressione letteraria in lingua inglese ancora vivente (nato sull’isola di Santa Lucia nel 1930, attualmente risiede fra Trinidad e Boston), si sentono ripetere lemmi come mescolanza, ibridazione, creolizzazione, métissage, colonialismo, postcolonialismo, negritude, multiculturalità, melting pot. Ma, infilati come in uno spiedino, questi termini servono solo da decorazione ad un piatto che invece è da assaporare appieno senza condimenti. Da qui la scelta di presentare questa lirica: la tematica universale della sofferenza, causata apparentemente dalla fine di un amore, si manifesta in una forma viva e vibrante. Questa vitalità, espressa dal linguaggio fin dal primo verso (“So much rain, so much life like the swollen sky”) ci guida attraverso un movimento poetico fatto di congiunzione di opposti, di elementi naturali disgiunti, come il sole e la pioggia, che conversano tra loro e man mano si uniscono, placandosi, in un respiro poetico che segna l’accettazione del dolore e la sua trasformazione in qualcosa di diverso, di inaudito: un’altra forma di amore. Il cambiamento e la difficoltà di accettazione degli eventi negativi viene elaborata in un’ottica puramente creativa che unisce gli elementi del paesaggio naturale a quelli del paesaggio mentale, umano, corporeo e incorporeo, in una medesima avventura, un viaggio, durante il quale avviene un cambiamento. Amare la fine, amare la fine dell’amore perché la fine è solamente un punto di vista nel ciclo degli eventi.

Vi possono essere esperienze devastanti nella vita di un individuo che nella poesia rivelano il loro contenuto universale. La vita dell’autore, segnata dalla difficoltà nel costruirsi come persona a causa del dominio coloniale subito dal suo Paese  d’origine e dell’accettazione della sua identità plurima e soprattutto della sofferenza, catalizzatrice del cambiamento, è narrata dalla sua voce epica e divoratrice di dettagli che rende anche noi, lettori, esseri umani mai distanti, partecipi della Storia. L’accettazione del dolore sta alla base di ogni superamento di conflitto: imparando ad amare l’umanità e i suoi sbagli si ama anche il dolore, perché esso si dimentica. Così ci aiuta Derek Walcott a vivere, cullandoci nella sua consapevolezza che nella vita tutto si risolve, e mal che vada avremo sempre in qualche angolo del cuore uno scatolino delle meraviglie, con dentro quei tesori portati a riva dalle nostre maree, dalle nostre tempeste.

*

Due righe di biografia
“Le vere biografie dei poeti sono come quelle degli uccelli, quasi identiche − i dati veri vanno ricercati nei suoni che emettono”, dice Josif Brodskji nella prefazione a questa raccolta. D’altra parte, è interessante sapere − aggiunge Brodskji − che “Derek Walkott è nato nell’isola di Santa Lucia, dalle parti dove il sole, stanco dell’impero, tramonta. Nel tramontare, però, porta all’incandescenza un crogiolo di razze e culture ben più grande di qualsiasi crogiolo siuato a nord dell’Equatore. Una vera Babele genetica che tuttavia ha per lingua comune l’inglese”. È considerato il più importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali: nonostante il padre artista, l’amore per la poesia gli viene trasmesso dalla madre, insegnante. 
Se vi è piaciuta questa raccolta, di Derek Walcott vi piaceranno anche In a Green Night (1962), Another Life (Un’altra vita, 1973), The Fortunate Traveller (1981), Omeros (1990) e Isole − Poesie scelte (Adelphi, 2009). Inoltre, per approfondire la tematica della poesia postcoloniale, segnalo le opere del critico e poeta Josif Brodskji (in particolare Dall’esilio, Adelphi, 1988).

Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, Milano, Adelphi, 1992; saggio introduttivo di Josif Brodskij, Traduzione di B. Bianchi, G. Forti e R. Mussapi (167 pag., 12 €).

 

Comments
3 Responses to “Mappa del nuovo mondo: la grande poesia epica di Derek Walcott”
  1. ClaraRamazzotti scrive:

    lo leggerò volentieri. anche perché me l’hanno consigliato pure su twitter in questi giorni.

  2. dianaosti scrive:

    è un libro magnifico. la lingua inglese (che malheuresement è quella che so meglio, ma che mi piace di meno) risulta arricchita e riempita di suoni, significati nuovi. anche il genere è innovativo:ha qualcosa dell’epica e insieme del jazz.
    leggetelo! trovato per caso, amato per destino!

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