A Lucio Dalla, sospetto lettore di Giorgio Caproni

Collage

Canzone (da Canzoni di Lucio Dalla − 1996)

Non so aspettarti più di tanto
Ogni minuto mi dà
L’stinto di cucire il tempo
E di portarti di qua
Ho un materasso di parole
Scritte apposta per te
E ti direi spegni la luce
Che il cielo c’è
Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide

Testa dura testa di rapa
Vorrei amarti anche qua
Nel cesso di una discoteca
O sopra il tavolo di un bar
O stare nudi in mezzo a un campo
A sentirsi addosso il vento
Io non chiedo più di tanto
Anche se muoio son contento

Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide

Canzone cercala se puoi
dille che non mi perda mai
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente […]

Io i miei occhi dai tuoi occhi 
Non li staccherei mai 
E adesso anzi me li mangio 
Tanto tu non lo sai 
Occhi di mare senza scogli 
Il mare sbatte su di me 
Che ho sempre fatto solo sbagli 
Ma uno sbaglio che cos’è […]

E come lacrime la pioggia 
Mi ricorda la tua faccia 
Io la vedo in ogni goccia 
Che mi cade sulla giacca […]

Canzone trovala se puoi 
dille che l’amo e se lo vuoi 
va’ per le strade e tra la gente 
diglielo veramente 
non può restare indifferente 
e se rimane indifferente 
non è lei

Chi non ha ricordi accompagnati dalle canzoni di Lucio Dalla, da mia mamma che mi cantava in passeggino «Balla, balla, ballerino», alla sigla di Lunedì Cinema, primo canale, ore ventuno precise seduto sul divano? Allo stesso modo, come Proust ripescava la madeleine della nonna nel suo groviglio anteriore, è nata l’associazione mentale tra una poesia di Giorgio Caproni ed un testo dei più recenti del cantautore. Allora mi sono chiesto se Dalla l’avesse mai letto, seppure il poeta, diversamente da lui, sia stato in vita volutamente dimesso, nella sua dimensione pulita di maestro elementare; magari dopo un concerto, o una giornata intera trascorsa a provare, tra i lustri e la folla agguerrita per stringergli la mano, concedendosi un momento di abbandono, di pace. I tasti interiori che sfiorano delicati i versi di Caproni ci liberano dai rumori della frenesia abituale e, più all’interno, dal vorticare incessante dei pensieri che non trovano ragione; per quanto siano essi stessi frutto cerebrale, è il silenzio la matrice che risalta le parole sepolte e le ordina, dandoci un senso, anche se soltanto nel frangente di una pausa.

Ultima preghiera

Anima mia, fa’ in fretta.
ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
ed io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro della via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accostati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mormorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi va’ pure in congedo.

La lirica è composta sull’alternanza di settenari − misura che Dante già nel De vulgari eloquentia riservava all’argomento elegiaco − e ottonari, parisillabo dell’ottava rima − metro usato nei cantari trecenteschi e nei poemetti del Boccaccio, che diventerà tipico dei poeti popolari e, all’inizio del ’400, sarà in Nord Italia la frottola musicata a tema frivolo e amoroso. L’ottonario era utilizzato anche per la ballata, in particolare quella “minima” (con il refrain di un solo verso). Tra gli altri, si confonde qualche endecasillabo spezzato per mezzo dell’enjambement (ad es. «Non ci sarà nessuno/ ancora, ma uno»), che mantiene l’occhio del lettore vigile sul testo. A ciò il poeta aggiunge uno schema di rime variabile, dai distici a rima baciata a strofe di rime alternate o incrociate, anche ricche o inclusive (ad es. «esce – pesce»), oppure sostituite con semplici assonanze, riecheggiando quella tradizione che si è smarrita strada facendo. Costanti in tutto il componimento le allitterazioni: ad es. della “t” in «all’erta. E, circospetta,/ buttata la sigaretta,» o della “p” in «pur parlassimo piano».

Giorgio Caproni nel 1936, quando esordì, venne subito considerato un unicum. Si notarono le somiglianze con Montale e Sbarbaro, ma non c’era emulazione. Pasolini lo definì, forse in modo vago e riduttivo, un «espressionista». Infatti il poeta dimostrò di apprezzare e sostenere il contemporaneo Bertolucci, poiché non si inserì nella linea Montale.
In Ultima preghiera il poeta spinge la sua anima, sulla scia di Orfeo, a cercare quella della madre scomparsa, la quale ha dato origine – cavalcantianamente – alla poesia dell’autore, le ha infuso coraggio, quasi fosse stato il primo amore della sua vita. Perciò sarà la giovane Annina, la madre ancora «mattutina» nell’immaginazione del poeta che avvera il loro incontro prima che egli stesso fosse nato, a consentirgli di riaprirsi alle figure femminili e di riappropriarsene nei versi; in particolare del ricordo di Olga Franzoni, primo amore che tanto l’aveva sconvolto a causa della morte improvvisa e prematura nel ‘36, anno di esordio, quando pubblicò Come un’allegoria.
La lirica fa parte della raccolta intitolata Il seme del piangere (1950-1958), traslazione semantica dalla citazione dantesca del Canto XXXI del Purgatorio (v. 46): seme, in quanto fertilità del grembo materno; del piangere, ovvero del suo dolore dopo la scomparsa di lei. Alcuni qui deducono un sentimento che va oltre l’affetto filiale, e sfocia in un amore diverso, soprattutto nei versi «Dille chi ti ha mandato:/ suo figlio, il suo fidanzato».
I parallelismi con la canzone di Lucio Dalla sono molteplici ed evidenti: il ritornello che invoca la canzone («canzone cercala se puoi») di raggiungere l’amata, nella lirica di Caproni è frammentato in tanti imperativi dettati dalla volontà di riuscire nell’intento; d’altronde, è una preghiera e ha un’alta motivazione personale. La condizione della donna, che in Caproni è concreta ma unicamente nell’impeto immaginifico del poeta che si rivolge al passato, in Dalla resta indefinita: parrebbe una e parrebbe viva, se non fosse per i versi «L’stinto di cucire il tempo/ e di portarti di qua». Infine, l’errore che in Canzone viene accennato, sebbene taciuto («Che ho sempre fatto solo sbagli/ ma uno sbaglio che cos’è»), e la cui conseguenza genera probabilmente la sofferenza espressa dall’io lirico attraverso le «lacrime», emerge nei versi del poeta in quel suo «rimorso» oscuro, ormai in chiusura del componimento. 

Questo articolo vuole anche essere un pretesto per riavvicinare le due “categorie”, dei poeti e dei cantautori, che certi “compartimenti stagni” della critica contemporanea si rifiutano di accomunare; quei cantautori che dagli anni Settanta ad oggi si sono impegnati a scrivere testi via via più precisi e di spessore, e che hanno palesato le loro fonti culturali per legittimarsi (primo tra tutti Bob Dylan, che ha ricavato il proprio nome d’arte dal poeta americano Dylan Thomas), ma che hanno tratto il loro vigore primario dalla melodia delle note. Forza espressiva che la lettura silenziosa della poesia non possiede.

*

Due righe di biografia
Lucio Dalla (1943 – 2012) è stato uno dei più popolari e innovativi cantanti italiani. Dopo gli inizi jazzistici, ha sperimentato moltissimi altri generi musicali, dal beat alla canzone d’autore fino alla musica lirica. In cinquant’anni di attività, ha inciso 29 album: sue sono alcune delle canzoni più famose del nostro repertorio musicale, come Attenti al lupoCaruso, 4/4/43, Nuvolari e la qui citata Canzone. È morto il primo marzo di quest’anno, stroncato durante le prove di un concerto.
Giorgio Caproni (1912 – 1990) è stato poeta, critico e traduttore. Nato a Livorno, partecipò alla Resistenza ed esercitò per molti anni il mestiere di maestro elementare; tra le sua traduzioni, soprattutto dal francese, ricordiamo quelle di Morte a credito di Céline, Il tempo ritrovato di Proust e La mano mozza di Cendrars. Esordì nel 1936, con la raccolta Come un’allegoria. Nella sua poesia unisce raffinata perizia stilistica e immediatezza di sentimenti: sceglie forme spezzate ed esclamative, che rispecchiano il suo animo alle prese con una realtà sfuggente impossibile da fissare col linguaggio (tema su cui insisterà soprattutto nell’ultima fase della sua produzione).

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Comments
5 Responses to “A Lucio Dalla, sospetto lettore di Giorgio Caproni”
  1. ClaraRamazzotti scrive:

    Non l’avrei mai detto, davvero.
    Ce ne saranno ancora? Magari con altri musicisti!

  2. Livio Cotrozzi scrive:

    Reblogged this on Bugiardino Poetico.

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