“Appunti per poesie” di Luca Barbirati

La Montagna Incantata© by Nemesis

Scrivo questa recensione tenendo il libro aperto accanto a me, e ogni po’ lo rileggo: mi piace ancora. Si tratta di Appunti per poesie di Luca Barbirati, un giovanissimo poeta veneto che poche settimane fa ho intervistato per questa rubrica (l’intervista è qui). Dopo la copertina ci sono due pagine che presentano l’autore e spiegano le motivazioni che stanno dietro a tante poesie e poi i testi veri e propri, uno dopo l’altro senza troppo ordine, a volte dei titoli, a volte in corsivo.
Mi è rimasta scritta in testa una sua frase con cui quasi si giustifica: “Quando c’è l’amore la penna scrive da sola, quando si soffre non occorre nemmeno saper scrivere”; e ogni volta ripenso al testo di Canzone quasi d’amore di Guccini: “Queste cose le sai perché siam tutti uguali/ e moriamo ogni giorno dei medesimi mali”.
Ed è il male che si sente nei versi di Barbirati, spezzettato in una serie di dolori scomodi: un poeta che non scrive in mezzo ad un prato con gli uccellini, non c’è molto sole nei suoi versi, a lui tocca star chiuso in camera da solo, col computer che dopo ore dà fastidio agli occhi. Sono gli stessi dolori che affliggevano il giovane Werther il leit motiv dell’intera opera, scritta nella quotidianità che l’autore trascorre in strada e nella sua stanza.
Scrive e si dimentica, sembra un ubriaco: i versi sono rovesciati sul foglio, spesso dietro non c’è una struttura e, anche se vorrebbe nasconderlo, certe volte secondo me va a capo a caso. Ma non sia mai detto che è adolescenziale: si capisce che ha letto molto − molti autori, stili e storie −, si capisce che non è più bambino ma gli è toccato crescere alla svelta. C’è un po’ di jazz tra i suoi versi, colano alcoolici forti, un po’ di fumo che crea nebbia e tepore. C’è istintività nelle sue parole, perché più delle parole deve fare l’emozione che trasmette: più di tutto Barbirati vuole far rivivere a chi legge ciò che ha provato, non importa esattamente come.

Ecco una poesia tratta dal libro, semplice e veloce: il lessico è basilare e il verso corto, chiaro come l’immagine che delinea. Una rima iniziale finge che a seguire ci sia una cantilena bambinesca, ma serve solo a dar tempo alla mente di costruire la scena, e il finale lascia il lettore imbambolato a riflettere e sorridere. Traspare però in lontananza un senso di inquieta solitudine, che porta a guardare il prossimo e cercarvi un po’ di umanità che manca da chi la si vorrebbe.

Lastra di ghiaccio

bambina,
bambina
camminavi
alle 7.37 di mattina
mi guardavi
quando hai calpestato
una lastra di ghiaccio
e sei scivolata.
(Non credo che la gente
capirà questa poesia
ma ero solo
a vedere il tuo sorriso

Più spesso le sue poesie sono dure e il linguaggio sporco, il ritmo ben calcolato così come l’effetto che deve fare: se Barbirati scrive di un calzino puzzolente non lo farà nella maniera più delicata ma farà in modo che il lettore senta la puzza. È proprio per questo che vale la pena di leggere una poesia come questa.

Cara, del giovane fumo se ne va a londra

Avrebbe fatto
qualsiasi cosa
io ero il suo dio

Mi succhiava il cazzo
annusava il mio alito

pur di dormire
con me
avrebbe mentito a tutti
si sarebbe svegliata
presto
per andarsene via
ed aspettare

due
o tre ore (al bar)
Aspettava il bus

Avrebbe fatto
di tutto per me
mi raccontava balle

mi guardava nuda

aveva un bellissimo seno però,
bello rotondo

era nuda
sopra di me
e mi si sarebbe scopata.

Le avevo offerto
del whiskey

Aveva delle belle gambe
delle bellissime gambe

Avrebbe fatto
di tutto
pur di dormire
con me

mi arresi
mi tolsi i calzoni
e mi infilai
sotto le coperte.

ma la capii

perchè
io sarei andato
a piedi
fino a londra
per raccogliere
del fumo

del caro vecchio fumo
che se n’è andato
a londra.

Questa è scomoda tanto da graffiare i “palatini fini”, ma romanticissima. Senza mezzi termini l’autore esprime una sofferenza: egli ha lasciato andar via una ragazza che lo amava in tutto e per tutto, ed è ormai troppo tardi per ostentare un amore evidentemente non abbastanza dimostrato. Il linguaggio è chiaro ed immediato, i concetti sbattuti sul foglio, ma la forma invita a far andare un po’ più piano il lettore: la poesia non è banale, non va letta tutta d’un fiato ma necessita che ci si soffermi su alcuni passaggi. Il più bello l’ultimo: un iperbole finale, legata con un’anadiplosi, lì a dimostrare (oramai in ritardo) il suo amore all’amata, e al lettore far capire che quest’ultima è oramai come svanita, e lui a Londra non c’è più andato.

*

Due righe di biografia
Di Luca Barbirati non so molto, non ci scriviamo lettere ma mail, e mi spiace di non conoscerlo davvero. È nato nel 1990, studia Giurisprudenza e ha un blog. Ha scritto tre libri di poesie (PensieriPoesie, 2008; Frammenti e appunti, 2010; Il mare del mio esistere) che ho letto e mi sono − oltre che piaciuti − serviti per ampliare il mio stile e guardarmi attorno.
So che ha studiato al classico e tra i tanti lavori ha anche fatto il muratore, che beveva troppo e mangiava a caso (ma pare sia cambiato), che ha conosciuto tante ragazze. Dai suoi versi traspare la lettura di Pavese, Montale, Pasolini, e tutto sommato non credo che il male gli sia passato.

Luca Barbirati, Appunti per poesie (ora in Frammenti e appunti), ilmiolibro.it-Gruppo L’Espresso, 2010 (90 pag., 10 €)  

Comments
7 Responses to ““Appunti per poesie” di Luca Barbirati”
  1. andrea scrive:

    Trovo la poesia scontata e poco articolata. I contenuti sono veri, si sente dalla passione che ha lasciato trasparire nelle sue parole, ma questo modo di far poesia non mi è mai piaciuto.

    Magari sono solo io a pensarla così

  2. lucabarbirati scrive:

    le possibili incertezze stilistiche
    le incomprensioni
    la confusione dei periodi
    l’assurdità dei concetti
    la paura dei punti
    non sono altro che il riflesso
    della paura e dei dubbi che un normale uomo
    ha di fronte al mondo.

    Tratto da “L’unica nota degna di nota” – Frammenti e Appunti

  3. Maria Saieva scrive:

    Scusate ma dov’è ‘sto calzino? Andrea Checcucci scrive: “se Barbirati scrive di un calzino puzzolente [...] farà in modo che il lettore senta la puzza”. Si può sapere di che calzino parla?? La poesia dice CALZONI, NON CALZINI!!! Alla faccia, ma voi critici vi rendete conto di quello che scrivete?? Spero vivamente che ci sia stato un errore nella trascrizione della poesia, anche se temo che sia una speranza vana. Nel caso si tratti di calzini con la “i”, non capisco da quali indizi il recensore possa arguire che questi puzzino. Resto in ansiosa attesa di un chiarimento da parte della Rivista.

    Maria Saieva

    • Cara Maria,
      innanzitutto: clemenza! Non siamo “critici” e leggiamo e scriviamo di ciò che ci piace nel modo che più ci è consono e in maniera totalmente disinteressata e gratuita. Inoltre hai forse frainteso ciò che c’è scritto. Nella poesia, che abbiamo trascritto noi, c’è scritto CALZONI quindi è evidente che non ci sono errori né abbiamo confuso le due parole. Calzini e Calzoni sono infatti due cose non correlate. Andrea Checcucci ha usato i calzini “che puzzano”, citati prima della poesia, come esempio per chiarire come Luca Barbirati, il poeta, sia stato in grado di parlare di bruttezza, violenza, cose maleodoranti e tristi (non solo nella poesia in questione, nei suoi libri in generale) con grande bravura, trasmettendo al lettore esattamente “la puzza” delle cose, delle persone, del grigio quotidiano: “…se Barbirati scrive di un calzino puzzolente non lo farà nella maniera più delicata ma farà in modo che il lettore senta la puzza”
      Una metafora, insomma.

      • Maria Saieva scrive:

        Clemenza. In apparenza voi non fate nulla di male, dal momento che lo spazio web è un bene illimitato, come l’aria. In realtà impedite a quei tre o quattro poeti che (come disse Moravia nell’orazione funebre per la morte di Pasolini) ogni secolo assegna a ciascuna nazione, di riconoscersi tra loro e portare avanti un dialogo artistico. La quantità di poeti che questo paese sforna ogni anno, la quantità di riviste on line, di blog, di case editrici e premi letterari è tale che la possibilità che quelle tre o quattro voci poetiche riescano un giorno a congiungersi è la stessa che tre sardine s’incontrino per caso andando a zonzo per l’oceano. Mancano all’appello tre o quattro poeti in Italia (anche tre o quattro romanzieri, tre o quattro registi, ecc.), perché nessun uomo è un isola, e i poeti non fanno eccezione. I poeti per crescere hanno bisogno di stare tra di loro, confrontarsi, criticarsi, farsi una passeggiata o bere un caffè insieme. In questo stato di cose, quei tre o quattro poeti – che sono dell’Italia, che sono miei, che sono vostri, che sono il nostro patrimonio, la nostra voce, quello che ci identifica come nazione, che resiste a qualunque terremoto, a qualunque inondazione, invasione, saccheggio – sono condannati alla disperazione, al limbo del talento sprecato.
        Non voglio attribuire “colpe”, ho solo cercato di esporvi le “cause”. Capisco perfettamente quali possano essere le motivazioni di ognuno di voi. Non c’è malafede, lo so. E capisco anche che un esame di coscienza da parte vostra, come da parte degli altri centomila – cinquecentomila? un milione? – poeti e critici porterebbe pochi frutti. Infatti, come scriveva (ancora) Moravia, in un bellissimo racconto di cui purtroppo non ricordo il titolo, la Musa si concede proprio a tutti, poeti e non, e realmente anche il non-poeta si sente “pervaso dalla forza della poesia”, durante la creazione. Il problema è che la Musa non può miracoli: riesce a farti scrivere la poesia migliore di cui sei capace. E spesso non si tratta di una poesia, non cioè del ritratto di un’anima, ma di un insieme confuso di parole che nulla trasmettono a chi le legge.
        Non è mia abitudine intervenire polemicamente, nella vita reale come in quella virtuale. Preferisco esprimere il mio entusiasmo piuttosto che l’amarezza e lo sdegno. Visitare questa pagina, scrivere quel commento, era l’ultima cosa al mondo che avrei voluto fare ieri sera. Ma quando dopo una giornata di studio intenso e faticosissimo mi sono messa al pc e, come spesso mi capita, ho preso a saltellare da un blog all’altro, alla ricerca di qualcosa che meritasse di essere letto, e per l’ennesima volta mi sono trovata, ovunque andassi, di fronte a parole messe una dietro l’altra senza criterio alcuno… ho girato la corda seria. Sono esasperata. Posso parlare a nome dei miei amici, lettori come me: siamo esasperati, non ne possiamo più di leggere autori morti, abbiamo un bisogno enorme di poeti vivi e voi, col vostro frastuono assordante, ci impedite di trovarli.
        A questo punto non posso che rivolgervi una preghiera. Probabilmente cadrà nel nulla, ma pazienza, perché senza questa preghiera niente di quello che ho scritto finora avrebbe un briciolo di utilità. Smettete. Smettete di pubblicare, smettete di declamare i vostri versi nei caffè letterari, smettete di aprire blog di poesia, smettete di fondare riviste, associazioni, circoli. Tacete. E abbiate fiducia che, se aspettiamo, nel silenzio delle macerie della cultura italiana vedremo muoversi qualcosa. Una, due, poi tre o quattro testoline grigie di polvere e calcinacci si alzeranno timidamente.

        Maria Saieva

        • Cara Maria,
          non ci capiamo. Innanzitutto perché hai sbagliato a leggere due parole nella recensione e da ciò hai dato per scontato che ci fosse di fondo una scarsità di giudizio o di qualità dell’opera. Ma è tutto al suo posto.
          Scrivi che sei stufa di leggere di poeti morti, ma tutti i poeti della nostra rubrica (non siamo un sito di poesia, almeno potresti leggere il manifesto e gli obiettivi della rivista, così, per iniziare!) sono vivi, sono contemporanei o sono morti di recente. Luca Barbirati è del ’92. Molto vivo.
          Se per morti intendi non solo i “classici”, ormai morti anche anagraficamente, ma anche quelli vivi e vegeti che non danno nessun contributo alla poesia oggi in Italia allora possiamo valutare la scelta e il gusto personale ma le nostre sono scelte di qualità, attente e attuali. Lo scopo di questa rubrica è quello di dare voce e “scoprire” o conoscere voci nuove. E per nuove non intendiamo solo giovani e inedite, ma anche fresche e portatrici di qualcosa che meriti di essere letto (es. Derek Walcott).
          Esistono criteri di scelta e decisione che sono nostri, dei redattori che scrivono queste recensioni: e questi possono non essere in sintonia con il tuo gusto. Ma si tratta di qualcosa di ben diverso del “frastuono assordante”. In realtà questo rimane un problema del lettore. Se sei alla ricerca di poeti e freschezza e “salti da un blog all’altro” compi la scelta di trovare recensioni, inediti, poetucoli o famosi. Sta a te essere capace di trovarli.
          Se non li trovi o mancano (dubitiamo) vuol dire che devi ancora affinare il tuo fiuto di lettore, vedrai che così saprai evitare ciò che non ti soddisfa.
          La tua preghiera, onestamente, cade totalmente nel vuoto.

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