Perchè ci chiudete Macao?
Che strana città Milano: capita di viverci sette anni, passando infinite volte dalla Stazione Centrale, senza mai notare un grattacielo di 32 piani. Così come capita che i padroni di casa si accorgano di possederlo solo quando qualcun’altro glielo ricorda.
Sto parlando dell’esperienza di MACAO: il 5 maggio un gruppo di artisti, curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d’arte, ricercatori, studenti, operatori dell’arte e della cultura hanno occupato la torre Galfa a Milano, un grattacielo costruito negli anni ’50 e da anni abbandonato a se stesso. Lo scopo era di costruire dal basso uno spazio dove produrre arte e cultura, contro la “logica per cui la cultura è sempre più condannata ad essere servile e funzionale ai meccanismi di finanziarizzazione” e per “un’idea di cultura come soggetto attivo di trasformazione sociale”. Fin da subito l’attenzione dei “media” è stata altissima, i post sui social network numerosissimi e l’attività di MACAO intensa. Ma tutti sapevamo che sarebbe durata poco: in Italia, oggi, un’esperienza del genere? Ma dai…
Infatti il 15 maggio è arrivato, puntuale, lo sgombero; pacificamente, ma è successo. E subito è iniziata la mobilitazione di un sacco di persone, accorse in via Galvani sotto la tore Galfa per dire che non ci stanno. C’era anche generAzione (Iuri) a curiosare, a guardarsi attorno, a cercare di capire. E quello che c’era era un sacco di cose.
Una variante incredibile di persone, innanzitutto: no, non una cosa da sessantottini − come lo ha subito chiamato qualcuno, schifato − ma un grande e bel momento di partecipazione di gente così diversa che solo il credere nella stessa idea poteva riunire. C’erano giovani, giovanissimi e anche parecchi “anta”: uomini e donne maturi, adulti, consapevoli di quello che stavano facendo. Poi c’era Dario Fo, instancabile nel dare una mano come poteva (telefonata in diretta per chiamare invano l’assessore Boeri compresa). E c’erano musicisti, disegnatori, cantanti; gente colorata, tanti con lo scotch azzurro e giallo sui vestiti (i colori di MACAO), a disegnare cartelli o roteare le bolas.
C’erano i ragazzi che hanno occupato la torre, e si vedeva che non avevano dormito; c’era Massimo De Vita del Teatro Officina, c’era gente che suonava la chitarra e il trombone, c’erano giornalisti, c’era la signora che si è presa le piantine dell’orto di MACAO arrotolandole in una pagina di Repubblica con la faccia di Saviano, c’era Basilio Rizzo (presidente del Consiglio Comunale di Milano). C’erano, vicinissimi, altri due grattacieli: il Palazzo Lombardia, sede della Regione, e la Torre Cesar Pelli A, che sarà la sede di Unicredit. Ma quelli non erano a rischio sgombero.
Non c’era niente di sovversivo, tranne forse la voglia di rappresentare qualcosa di diverso dalla finanza e dall’obbligo di sottostare sempre e soltanto ai valori del soldo e del guadagno. Non c’era nemmeno la tensione tipica di queste situazioni, con i poliziotti con gli scudi e i manganelli fermi a presidiare l’entrata e lasciati tranquilli.
È stata una mattinata colorata e diversa dal solito, con una strada di Milano riempita di gente e nessuno a protestare (nemmeno il benzinaio di fronte alla torre, monopolizzato dalla presenza della gente e senza clienti).
Nel tardo pomeriggio è arrivato anche il Sindaco Pisapia che, dopo essersi un po’ incartato sulla legittimità o meno di occupazione e sgombero, ha promesso un altro spazio. Chissà… È stato criticato, quello sì, perché ci si aspettava di più, da lui.
Al di là di ogni retorica, lo sgombero ha dimostrato efficacemente − ancora una volta − due cose: che Milano (una delle città più importanti d’Italia) vuole spazi anche per la cultura e l’arte, non solo per le auto e per la spesa (dove far cultura gratuitamente, senza obblighi di sponsor); e che l’amministrazione della città fa ancora fatica a concedere questi spazi. L’occupazione è stata una provocazione: era logico che, essendo di per sé illegale, sarebbe arrivato lo sgombero. Quello che rimane da chiedersi è se davvero chi governa la città saprà ascoltare le richieste di una parte numericamente enorme di cittadini. Non si può prendersela con il Sindaco Pisapia: sta provando a cambiare la politica e la mentalitò dei milanesi con gesti importanti (vedi l’area C o le magnifiche domeniche senza auto, ancora troppo rare purtroppo); ma è pur sempre il Sindaco, non poteva difendere un atto di per sé illegale né tantomeno giustificarlo. Poteva, e può, capirlo: e se lo avrà capito lo vedremo dalle risposte che vorrà dare agli ex occupanti della torre Galfa.
Non è tanto una questione di sogni, stavolta, né delle utopie nascoste per loro natura in questi fenomeni: si tratta al contrario di qualcosa di molto pratico e concreto, cioè uno spazio fisico e il riconoscimento dell’importanza di un movimento come quello di MACAO. Vedremo se partirà il solito ritornello del “non si investe sulla cultura, meglio andarsene via, ecc.” oppure se il Sindaco Pisapia avrà il coraggio della svolta decisiva.
P.S.: una cosa non ho scoperto. Chissà a cosa pensavano i poliziotti a difesa della porta: saranno stati anche loro, sotto sotto, un po’ contagiati dell’entusiasmo magari? Mah…










