Cartolina dalla… Frontiera Italo-Svizzera

frontiera svizzera

Le frontiere, disegnate dall’uomo e non dalla Terra.  Le prospettive umane di queste bozze terrestri.

Placche tettoniche, disegni naturali che, seguendo il loro percorso, hanno scosso e continuano a scuotere gli animi umani. Per non dimenticare la superiorità della Natura nei confronti dell’estrema piccolezza umana. Per ricordare, in questi giorni, le vittime della mia terra emiliana e tutte quelle che, a causa di calamità naturali, hanno perso la vita. A loro dedico i miei pensieri, i miei sforzi e la mia speranza, soprattutto in questi giorni difficili. Solo fisicamente lontana, senza confini o frontiere, unita in loro.

Disegnamoci nella lettura di Sebastiano Marvin, che ringrazio da Lisbona alla Svizzera.

[Chiara]

DIVERSE FRONTIERE, QUATTRO SORRISI E UN TERREMOTO

La frontiera è una di quelle cose che cambiano volto a dipendenza del punto da cui le si osserva. Se da una parte è una difesa da proteggere, dall’altra diventa un ostacolo da superare. E per ogni persona che ne vuole costruire di nuove, c’è almeno un’altra persona che le vuole veder tutte crollare.

Io sulla frontiera ci sono cresciuto. Anzi, una buona parte del mio albero genealogico è disegnato su delle frontiere. So di cosa parliamo, quando parliamo di frontiera (per parafrasare sia Raymond Carver che GenerAzione Rivista).

Frontiere genealogiche: o il primo sorriso

Mio nonno era doganiere, come suo padre. Sulle frontiere ci è nato, ci è cresciuto e ci è vissuto tutta la sua vita. Ha sposato mia nonna quando lavorava a Ginevra, città svizzera letteralmente circondata dalla Francia. Si sono poi spostati a Basilea, sul triplice confine fra Germania, Francia e Svizzera. Per poi sbarcare in Ticino, dove sono nate mia zia e mia madre, e lì fermarsi e costruire una casa.

Il primo sorriso di cui vi voglio parlare è un sorriso nato dall’incomprensione. A Basilea ci erano arrivati che mia nonna non parlava una parola di tedesco. Frontiera significa anche questo: lingue e culture diverse che s’incontrano – nel caso della Svizzera anche solo attraversando quelle immaginarie dei confini linguistici. Come sa chi ha provato a cambiare città, non è mai facile adattarsi a una nuova situazione, a una nuova cultura. A una nuova lingua. Per fortuna, spesso, ci sono persone che ti accolgono con gentilezza e che cercano di farti sentire a casa. E una storia che ho sentito raccontare più volte, nella mia famiglia, è legata proprio a questo tipo di gentilezza. E a un malinteso.

Una mattina, mia nonna stava stendendo il bucato. La vicina, vedendola, le chiese se stesse lavando. Una di quelle domande banali, di cui conosci benissimo la risposta, che non sono più domande di quanto siano pretesti per rompere il ghiaccio. Ma mia nonna, sentita quella frase, si offese. A morte. Non le sembrava possibile che ci fossero vicini così maleducati da dire certe frasi.

«Mi ha detto “vache”, vacca!», disse mia nonna quella sera, mentre mio nonno, rientrato dal lavoro, faceva fatica a trattenere le risate. Evidentemente stava pensando al suono terribilmente simile che hanno “vache”, in francese, e “waschen”, in tedesco, che significa lavare. Non so come si traduca la gentilezza da una lingua all’altra, ma anche quella – evidentemente – bisogna tradurla. E in mancanza di una lingua comune, il giorno successivo, immagino che le due signore si siano chiarite con un sorriso, e forse una piccola spiegazione da parte di mio nonno.

Frontiere in guerra: o il secondo sorriso

Se vado più indietro, e dalla parte di mio padre, ci trovo una baionetta appesa al muro di casa di mia nonna. Apparteneva a mio bisnonno, soldato dell’esercito austriaco che, una volta cambiati i confini dopo la Prima Guerra Mondiale, si ritrovò a cambiare sia esercito che nazionalità. La labilità della definizione di “patria”.

Ad ogni modo suo figlio, mio nonno paterno, è quindi nato italiano. E in Svizzera ci è arrivato in qualche modo, dopo che, durante la Seconda Guerra Mondiale, di lui si erano perse le tracce. È riapparso un giorno, senza dire niente a nessuno. Mio nonno è sempre stato un uomo di poche parole, che fosse per avvisare i famigliari di essere vivo o per raccontare degli anni della guerra. D’altra parte, gli anni della guerra, anche la Svizzera come Stato ha impiegato anni per raccontarli, arrivando solo nel 2002, con il Rapporto Bergier, alla conclusione che il governo della Svizzera “neutrale”, così come i rapporti commerciali che le industrie svizzere avevano intrattenuto con il Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale “hanno favorito gli scopi di Hitler, primo fra tutti l’Olocausto”, in particolare chiudendo le frontiere a chi cercava rifugio in Svizzera.

La frontiera ha questo di particolare: aiuta sia chi la vuole proteggere sia chi la vuole oltrepassare. E se dall’alto, durante la Seconda Guerra Mondiale, le direttive che arrivavano dallo Stato parlavano chiaro – non far passare nessuno – chi poi sulla frontiera ci viveva, chi doveva proteggerla concretamente dai disperati che cercavano rifugio nel nostro paese, chi si trovava di fronte un famiglia affamata e allo stremo, in mezzo alla neve, spesso non riusciva a vedere davanti a sé dei clandestini. Vedeva solo una famiglia affamata e allo stremo, in mezzo alla neve.

Mio nonno non ci è arrivato così, in Svizzera. Me lo immagino piuttosto arrivare fischiettando, e dire: «Eccomi!» O forse non dire niente. Se c’è una cosa che credo di aver indirettamente imparato da mio nonno – è morto quando ero bambino – è il fatto che conta ciò che fai, non ciò che dici. E che se anche dici qualcosa, la qualità di ciò che dici non dipende dal numero di parole che usi.

Anche mia nonna l’ha conquistata senza dire una parola. Semplicemente, le sbatteva davanti gli abiti da piegare, nella fabbrica di vestiti dove lavoravano insieme. Poi girava i tacchi e se ne tornava al suo lavoro. Mia nonna si è lamentata per un po’ di “quel maleducato” che le sbatteva davanti i vestiti, senza nemmeno salutarla. Poi si è stufata di lamentarsi e l’ha sposato. I suoi più bei sorrisi li mostra quando si mette a raccontare di questa storia.

Frontiere quotidiane: o il terzo sorriso

Per quanto mi riguarda, invece, la frontiera mi ricorda soprattutto le tante volte che le guardie di confine mi hanno fermato per controllarmi i documenti. Ogni volta che tornavo a casa tardi la sera – a piedi perché ho sempre girato in treno e dalla stazione ci si mette 20 minuti buoni, tutti a ridosso del confine – immancabilmente passava un’auto delle guardie di confine: passava, tornava indietro, si fermava; e gli agenti che scendevano dall’auto mi chiedevano da dove venissi, dove andassi e di mostrargli i documenti.

Alcuni mi conoscevano. Il papà di un bambino che allenavo nella squadra di calcio del paese, per esempio, aveva quello zelo tipicamente svizzero che, anche quando si rendeva conto di conoscermi, gli faceva controllare lo stesso i miei documenti. D’altra parte un sospetto è un sospetto; e io sono sempre stato sospetto, all’una di notte in una strada buia lungo il confine, con uno zaino sempre strapieno di chissà che cosa. Non che di giorno cambiassero le cose, però.

Una mattina ero in ritardo mostruoso per prendere un treno. Passa la solita auto. Torna indietro, si ferma, le due guardie di confine escono dall’auto. Invece di aspettare che attraversino la strada e vengano verso di me a chiedermi i documenti, la prendo d’anticipo. Attraverso la strada, tiro fuori la carta d’identità e gli dico: «Abito qui sopra, sto andando a Lugano, questa è la mia carta d’identità, ho un treno fra 10 minuti e se cammino veloce ce ne metto 15 ad arrivare in stazione». E senza aspettare una risposta sono corso via.

Spesso invece andavo a prendere riviste e giornali all’edicola appena oltreconfine. La frontiera fa anche questo: quello che da una parte costa 5, dall’altra costa 1. E allora il confine diventa una risorsa per risparmiare, o per accedere a cose che non ti potresti permettere se abitassi un po’ più lontano dalla frontiera. Un confine però resta un confine, e un doganiere resta un essere umano: se ha iniziato male la giornata, diventa più difficile andare a comprare delle riviste. Soprattutto se in tasca hai un bottleneck.

Bottleneck è semplicemente il nome che si dà a un tubo di metallo o di vetro, usato per ottenere dei particolari effetti suonando la chitarra. Era un periodo in cui giravo sempre con un sacchettino pieno di plettri, in cui tenevo questo bottleneck. Ma sempre senza chitarra, giravo. Era più una cosa per fare il figo che “io suono la chitarra” che per suonarla veramente (non avevo ancora imparato la lezione di mio nonno). Il problema è quando il doganiere di turno si mette in testa che tu, invece di un povero sfigatello che se la tira di suonare la chitarra, sei uno che con quel bottleneck ci tira di coca. O di qualche altra droga sconosciuta, di cui vuole sapere tutto.

Ma quando cresci sulla frontiera, impari a riderci sopra invece di andare in panico. Ed è quello che hanno cominciato a fare a Rete Tre, una delle tre radio pubbliche della Svizzera Italiana, che ha creato per scherzo una serie radiofonica su chi la frontiera la varca ogni giorno per lavoro, i frontalieri, la quale è poi diventata una fortunata mini-serie TV. Se vi mancano “Gli svizzeri” di Aldo, Giovanni e Giacomo, fatevi una risata con i Frontaliers!

=> video Frontaliers: https://www.youtube.com/watch?v=RMCoFl-a-cg

Frontiere fra placche tettoniche: o il quarto sorriso

L’ultimo sorriso legato alla frontiera di cui vi voglio parlare è invece legato a un poeta haitiano. Ed è soprattutto legato a un altro sorriso, legato a sua volta a un terremoto.

Il poeta haitiano si chiama James Noël. L’abbiamo invitato lo scorso maggio a partecipare a Chiassoletteraria, un festival internazionale di letteratura che si svolge a Chiasso, sul confine italo-svizzero. Ero io a doverlo accogliere, prima di moderare la discussione con lui, nel pomeriggio. Ma dal treno proveniente da Roma scendono tutti tranne lui. Quando il marciapiede è ormai sgombro, appare lui che discute ridendo con uno dei doganieri.

Sui treni fra Italia e Svizzera non è raro vedere scene poco simpatiche. Immancabilmente, le uniche persone ad essere controllate sono persone di colore. Mai un bianco. E se hai il passaporto sbagliato, le domande si fanno fitte e insistenti: da dove vieni, cosa vieni a fare qui. Solo che James gli ha dato in mano un passaporto pieno di visti di paesi di tutto il mondo. E gli ha detto: sono un poeta. Mi hanno invitato a un festival di letteratura. Vengo a leggere poesie. E mi pagano per farlo. E quando sono scesi insieme sembravano stessero parlando del più e del meno.

Abbiamo poi pranzato insieme, cercando di conoscerlo meglio e di carpire magari qualche aneddoto simpatico o interessante da tirar fuori al momento giusto durante la discussione col pubblico. Abbiamo parlato di tante cose, ma una in particolare non riuscirò mai a dimenticarla, come lui non riuscirà più a togliersi dalla testa quell’immagine.

Durante il terremoto che nel 2010 ha colpito Haiti, lui si trovava a Port-Au-Prince, la capitale del paese, nonché una delle zone più colpite. Quel giorno, per fortuna, lui e la sua famiglia si trovavano in una parte della città dove i crolli erano stati meno importanti. Sua figlia all’epoca aveva due mesi. Attorno a lei il panico e la preoccupazione regnavano, mentre le strade venivano invase dai detriti e dai cadaveri. La situazione, mi ha detto James mentre ne parlavamo, era talmente assurda da non riuscire a rendersi nemmeno conto di essere sopravvissuto sopravvissuto a qualcosa. E in quella situazione assurda, sua figlia rideva. Ad ogni nuova scossa d’assestamento, lei rideva, come cullata dal terremoto.

Nessuno se lo spiegava, nessuno se lo spiega tutt’ora. Mentre tutti rischiavano di avere delle nuove crisi di panico, semplicemente accadeva che quella bambina di due mesi si faceva cullare, rideva del terremoto. E guardandola, non si poteva fare a meno di ridere a propria volta. Ogni scossa una risata, ogni scossa la voglia di essere più forti del terremoto, come quella bambina di due mesi appena. Perché se la forza di un terremoto è grande, la forza del sorriso di una bambina può essere più grande ancora. Perché quella bambina, di quel terremoto, non si ricorderà nemmeno. E non avrà alcun motivo per non fermarsi, per credere che tutto sia finito. E loro voglia di andare oltre è cresciuta con lei e con i suoi sorrisi.

Dal terremoto, non ho tratto grandi insegnamenti, a parte la terra e una certa idea del moto. Non ho imparato niente dalla mia città, se non il fatto che ci sono quaggiù delle città che partono, senza farsi alcuno scrupolo. Delle città che partono in un solo respiro come un orgasmo.
— James Noël, da Kana Sutra (la traduzione dal francese è mia) —

Sebastiano Marvin

Comments
3 Responses to “Cartolina dalla… Frontiera Italo-Svizzera”
  1. Francesco Marvin scrive:

    Caro Seba,
    ho letto con estremo piacere il tuo ultimo articolo “Cartolina dalla … frontiera italo-svizzera”.
    E’ stata una lettura che mi ha emozionato molto.
    Una narrazione che davvero “prende”, almeno per tre ragioni:
    la fluidità con la quale è scritta denota uno stile che sta uscendo ; l’efficacia della descrizione del concetto di frontiera come non l’avevo mai letto ; la facilità con la quale hai descritto fatti vicini alla tua biografia – sempre difficili da raccontare – ma che, con distacco leggero, hai saputo rendere fruibile anche ad un pubblico più ampio.
    Poi quei passaggi come “Poi si è stufata di lamentarsi e l’ha sposato. I suoi più bei sorrisi li mostra quando si mette a raccontare di questa storia.”,
    dove, come quasi sempre, il dramma si stempera in un sorriso e nel guardare oltre.
    Complimenti, avanti così.
    Ti regalo un quinto sorriso: il mio.
    Ciao.
    Francesco

  2. Seba Marvin scrive:

    Grazie mille per i commenti. Li ho visti solo ora, ma mi hanno fatto piacere! ;-)

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