Qualcuno era un po’ grasso (ma con leggerezza): il primo romanzo di Mattia Filippini e un’intervista

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Non capita spesso di ritrovarsi a scrivere una recensione per un autore giovane, un coetaneo. Hai uno stimolo in più a capire i perché delle sue scelte, ti senti più coinvolto. Nel mio caso ha giocato un altro fattore, sin dall’inizio, sulla mia intimità: la situazione in cui si trova il protagonista (se così è giusto chiamarlo, dato che i punti di vista dai quali la storia è narrata sono tre, anche se abilmente intrecciati), costretto a una semi-infermità da una gamba rotta, e quindi, di conseguenza, a guardarsi dentro.

Nanni si fa a pezzettini, con feroce ironia, racconta della fidanzata che l’ha mollato, degli amici disattenti e della loro “strategia della dimenticanza”, dell’incipiente calvizie. Possiede la grande dote di alcuni personaggi che è quella dell’essere fastidiosi, in principio, del farsi detestare e portare il lettore su una pista falsa. La raffinatezza di quest’incipit:

L’estate ho la netta impressione che sono un fanta­sma oppure che non ho più un corpo. È una sensazione che si accresce man mano che agosto avanza, raggiunge il suo massimo a ferragosto, poi sciama via via dentro un altro concetto di esistenza, fino alla latenza di set­tembre. C’è un’attesa continua, quasi una rappresen­tazione dell’idea che ho della morte, stare ad aspettare per un tempo infinito in un posto come un ricovero o dentro una vasca in cui si galleggia. Per un nevrotico in­sofferente come me l’unica speranza è trovare qualcosa da fare, scaricare le energie in eccesso, fare di corsa tutto il portico di San Luca in salita e in discesa. Purtroppo ho una gamba rotta.

In queste poche righe iniziali l’autore ci fornisce già molti dettagli sul suo personaggio e sull’impronta data alla storia: un momento di sospensione e oppressione, di staticità e calore che dà alla testa, quasi come il mezzogiorno nella tradizione pagana greca, il momento in cui spuntavano fuori da dietro agli alberi le creature più assurde pronte a prendersi gioco di te e della tua dimensione di esistenza.
Nanni è senz’altro molto triste e solo, ma non lo è in un modo qualsiasi: è anche molto curioso di sapere a cosa sia dovuta questa condizione. Riflettendo sull’incomprensibilità degli atteggiamenti umani e delle relazioni, il suo pensiero razionale e cinico si scontra con episodi di sfasamento del reale, causati da lacune di senso così evidenti che spingono anche la mente più scettica a prendere in considerazione le ipotesi cospirazioniste e complottiste promulgate dal professor Palmiro Fingozzi, un esimio studioso di dietrologie ingiustamente finito in una bancarella di libri usati. A queste vertigini di senso si incrociano i pensieri di un misterioso osservatore che parla in latino, dai quali discorsi si presume possa essere l’addetto alle pulizie di una loggia massonica, ma la cui identità resta avvolta nel mistero per gran parte della narrazione e forse anche dopo. Se la realtà è assurda, chi siamo noi per stabilire cosa non è reale? Cosa diventa il mistero che cessa di essere mistero, non perchè venga scoperta la verità ma perchè cessa di essere mistero ai nostri occhi?
A una storia intrisa di riflessioni filosofiche che diverte e insieme punge, attraverso un’apparente semplicità, non è opportuno dare un’interpretazione, ma bensì invitare il pubblico dei lettori a fare compagnia a Nanni nella quest a cui fa da sfondo una Bologna torrida, che con le sue vicende umane di partenze, arrivi e traguardi pericolanti fa da amplificatore alla sospensione del senso.

Da brava curiosa quale sono, rivolgo all’autore alcune domande, così da non spezzare il circolo dialettico iniziato dalla lettura del libro.

 

D: È un’impressione errata che nel tuo libro ci siano molte impronte letterarie e filosofiche? Se è così, quali sono gli autori che ti hanno dato più spunti per le tue riflessioni sulla vertigine del senso?

M: È un’impressione giusta; quando scrivo ho sempre bene in testa il ritmo della frase di Paolo Nori e soprattutto l’ironia di Ermanno Cavazzoni; il suo Storia naturale dei giganti è stato di grande ispirazione nella creazione del personaggio di Palmiro Fingozzi, sedicente professore. E poi i poeti Raffaello Baldini e Nino Pedretti che mi piacciono tantissimo. E Carlo Emilio Gadda, Paolo Albani, Kurt Vonnegut, Flann O’Brien, Don Delillo, Nikolaj Gogol’, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto. Mi fermo qui.
Di filosofia non so molto: mi piacciono Wittgenstein e Russell perché il primo era insopportabile e il secondo un eccentrico.

Ho notato che i tuoi personaggi non fanno uso delle nuove tecnologie: per comunicare ricorrono al telefono e alla segreteria telefonica al più. È una scelta stilistica perchè pensi che un protagonista che usa Facebook sia poco elegante o c’è di più? Per esempio, può essere una di quelle cose che il professor Fingozzi additerebbe come strumento di dietrology?

A parte la scelta stilistica, penso che un libro scritto nell’anno 2012 non possa non prendere in considerazione le nuove tecnologie; se io non l’ho fatto è semplicemente perché, come sostiene McLuhan, un telefono è molto meno fagocitante di un computer e il livello di interazione di Nanni con le cose doveva essere il più semplice possibile; per quanto riguarda la segreteria telefonica non ho mai capito bene il suo funzionamento e infatti nel libro c’è una sorta di presa in giro al fatto che le persone si parlano in differita tramite questo mezzo (è una cosa che sostiene, in qualche modo, anche DeLillo). Il professor Fingozzi additerebbe qualsiasi oggetto come strumento dietrologico.

Il cinismo con cui Nanni descrive la sua situazione (che è quella di molti giovani italiani) di laureato che non fa il lavoro per cui ha studiato, e che non è comunque convinto della strada che ha percorso, l’incomunicabilità con le persone che lo circondano, la fascinazione verso le teorie complottiste, sono un richiamo agli eroi negativi del romanzo modernista o sono un modo per dire che siamo tutti diventati degli inetti?

Non credo che Nanni sia un eroe negativo; credo invece che sia un eroe in cui ci si può immedesimare: un po’ inetto, un po’ pentito delle sue scelte. L’importante è che si scardini il peso di tutto ciò con lo strumento dell’ironia. Questo, nella mia concezione di scrittura, è fondamentale. L’ironia dà una sfumatura diversa a tutto quanto. Per esempio: l’Orlando furioso. Bellissimo. L’Orlando furioso letto e interpretato da Calvino: ancora meglio.

O che la fascinazione verso le teorie complottiste può essere sintomatica della nostra assenza di certezze/prospettive?

Sicuramente c’è un grande vuoto e molta gente non sa più dove sbattere la testa: c’è chi si dà alla religione, chi all’ayurveda (anche se non so cos’è), chi alle dietrologie. Un po’ li compatisco e un po’ li capisco: è un modo come un altro di cercare un senso alle cose. La scelta dietrologica è anche quella più divertente: sapevi che i dischi volanti sono navicelle progettate dai nazisti? O che Nikola Tesla avesse inventato il raggio della morte? E gli avvistamenti di Elvis? Nella testa dei dietrologisti tutte questi fatti sono collegati uno all’altro. È quasi commovente.

[Ti confesso, quando ero piccola ero una grande appassionata di X-files. Avevo raggiunto un livello di sapienza tale nella teoria cospirazionista che collega UFO e governo americano che ero io stessa spaventata da questo immenso sapere e me ne allontanai. Poi la realtà ha avuto la meglio, fino a quando ho avuto un fidanzato abbonato a Hera – rivista di realismo magico dove teorie di Tesla, massoneria egiziana e scie chimiche erano il pane quotidiano. In effetti, ero commossa].
Per caso ti sei davvero rotto una gamba quando hai iniziato a scrivere questo romanzo? Scusa l’indiscrezione, ma quando è successo a me è stato davvero un periodo proficuo dal punto di vista creativo. Scrivere era un modo di rendere fecondo il dolore. Forse è un po’ sempre così? Penso al tuo racconto-nel-racconto su Dostoevskij…

Non mi sono mai rotto una gamba; mi sono semplicemente immedesimato. In quella torrida estate bolognese mi sentivo un po’ menomato. Anche nel racconto su Dostoevskij si parla di costrizione a una certa situazione, ho immaginato che per scrivere le grandi cose che ha scritto Dos (lo chiamo così) sia stato trattato veramente male: case minuscole e asfittiche, padroni di casa infami, insulti dello Zar ai suoi disegni architettonici (è successo davvero), arresti, finte fucilazioni (anche questo è successo davvero). È così che si scrive da dio.

Ironia, autoironia, conoscenza e consapevolezza nell’ascolto della lezione dei “grandi”: sono alcuni degli ingredienti di questo originale romanzo d’esordio di Mattia Filippini. Mi vengono in mente le parole di Calvino, quando dice: “Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l’io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono”. Non facile.

Nell’equilibrio tra pensantezza e leggerezza, che non esistono l’una senza l’altra, in un alternarsi di impronte marcate e segni sulla sabbia, si nasconde la grande scrittura. È un vero piacere conoscere chi sa dove trovarla, chi sa usare gli strumenti di rilevamento, siano questi un bastone rabdomante, una bobina di Tesla o un ben più commovente bagaglio di intelligenza e cultura.

Mattia Filippini è tutte queste cose qui.

Qualcuno era un po’ grasso
di Mattia Filippini
Senza Patria Editore, 10 euro
Qui per domarlo: http://senzapatriaeditore.it/?p=1234
Qui per ghermirlo: http://rivistatupolev.wordpress.com/
Qui per comprarlo: http://www.ibs.it/code/9788897006138/filippini-mattia/qualcuno-era-grasso.html

Abbiamo recensito questo libro anche su aNobii! Se siete anche voi nella famosa libreria virtuale aggiungeteci! www.anobii.com/genrivista/books

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Comments
2 Responses to “Qualcuno era un po’ grasso (ma con leggerezza): il primo romanzo di Mattia Filippini e un’intervista”
  1. ma quanto ci piace! brava Diana!
    bravo Mattia!

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