Per tutto il tempo che ci è sempre stato negato

di Mario Mucedola

 

Ah!

 Un corpo steso a letto d’improvviso si alza, assumendo forma ad L, con le mani che tremando stringono le lenzuola come stesse precipitando, gli occhi sbarrati, i capelli non propriamente come li aveva prima di dormire. Una mano portata alla fronte parte per scompigliarli definitivamente, e per tergere quelle goccioline di sudore freddo che gli imperlano la fronte. Cos’è stato? Molla la presa e rigetta la schiena all’indietro, sprofondando nel cuscino su cui la testa farà un rimbalzo prima di fermarsi. Il respiro è ancora lento ed il cuore fa vibrare le doghe della rete trovata davanti all’Ikea su cui è solito lasciarsi alle spalle le giornate. Immagina il suo elettrocardiogramma e ci vede il panorama di New York, una corsa alla punta più alta, una punta alla alta più corsa, una alta alla corsa più punta, perché i pensieri si confondono e si annullano nel momento in cui richiude gli occhi. Il giorno dopo si sveglia che è già troppo tardi per andare a scuola, e si maledice perché ci tiene. Soprattutto oggi che c’è il compito di geografia. Soprattutto oggi che avrebbe potuto parlare con orgoglio della sua Romania. Avrebbe sopportato volentieri anche i suoi compagni di classe che lo chiamano Lovski invece che Iancu, senza che lui riesca a capire perché. Avrebbe, ma è tardi. Scende dal letto attento a non disturbare i sogni di Dana, Mircea, Cosmina e Lorena. Due piazze da dividere in cinque non sono certo un granché, ma è sempre meglio di quando vivevano a Târgu Mures, alla periferia del nulla. Per colazione c’è la birra di papà, e due biscotti al cioccolato che sanno di plastica, eppure sono buoni; danno quel senso di casa che c’era stato solo quando mamma era ancora con loro. Iancu esce facendo attenzione a non sbattere la porta, basterebbe una disattenzione per compromettere la stabilità della baracca dispersa tra le campagne. Infila il suo gilet blu scuro, con su ricamato il nome e l’indirizzo di una ditta di impianti idrici, ed arriva sulla strada. Il sole è alto, e scalda le ossa senza dare fastidio. A destra vede un uomo in giacca e cravatta, e gli viene da ridere, perché in quella giacca lui e Mircea ci starebbero anche larghi. Si mette una mano sugli occhi per proteggersi e si accende una sigaretta. Che fumare a tredici anni è da bulli, ma fumare per chiudere lo stomaco è utile. A venti minuti a piedi c’è la scuola, e poco importa se non lo faranno entrare, tra poco inizia l’ora di educazione fisica all’aperto, e sbirciando dai cancelli potrà intravedere Eva, l’unico motivo per cui ha senso scontrarsi tutti i giorni con quelli che tendono la mano ma quando gliela dai corrono a lavarsela. Eccola! Iancu sente il cuore che scappa, sotto il gilet dell’AreaClima non appena una folta chioma nera attraversa il cortiletto; quegli occhi verdi si posano su tutto ciò che c’è intorno, e poi su di lui, con le mani che stringono i cancelli, quasi a voler allargare le sbarre per correre da lei. A destra vede una signora con un cane, Eva li chiama tutti “cabilline”, perché ama gli animali e di riflesso piacciono anche a lui. Ha un modo di camminare bellissimo, lascia fare ai piedi una piccola semicirconferenza prima di metterli uno davanti all’altro, e porta la borsa con il ricambio tenendo il braccio attaccato al corpo, e l’avambraccio in diagonale, come se le sue dita tendessero all’infinito. Iancu è estasiato dalla sua visione, lei si gira e lo riconosce, e muove le mani per salutarlo. Il sangue gli schizza al cervello, crede di arrossire, nonostante la sua carnagione olivastra. A destra vede quattro ragazzi con i jeans stretti, le giacche di pelle ed i capelli corti. Sono quelli delle tartarughe, dice papà che bisogna stare attenti. Tuttavia i suoi occhi sono concentrati altrove, ai piccoli salti che Eva compie per prendere il pallone e lanciarlo dall’altra parte della rete, con i capelli liscissimi che nella discesa si illuminano di riflessi solari, e si morde le labbra, consapevole del fatto che non riuscirà mai a toccare quei capelli. Mai. Intanto quelli delle tartarughe si fermano intorno a lui, facendogli ombra. Iancu vorrebbe quasi ringraziarli, ma il suo voltarsi è interrotto da un perentorio “Vattene, zingaro di merda”. Non riesce nemmeno a organizzare i pensieri per rispondere, che si sente colpito da un anfibio alla schiena, soffoca un urlo e cade sulle ginocchia, con le mani salde ai cancelli. “Io…io…” e altri calci, sulla schiena, nelle costole, e quello che fa più male va dritto alla pancia. Capisce dal colore che quello attorno a lui è sangue, e crede che gli stia scappando anche una lacrima, ma la vista si annebbia, ed Eva dà la mano a quello stronzo di Marco. Cade all’indietro mentre i quattro si allontanano ridendo, e fissa il sole col respiro che viene meno. Mamma è più vicina adesso…

Ah!

Un corpo steso a letto d’improvviso si alza, assumendo forma ad L, con le mani che tremando stringono le lenzuola come stesse precipitando, gli occhi sbarrati, i capelli non propriamente come li aveva prima di dormire. Una mano portata alla fronte parte per scompigliarli definitivamente, e per tergere quelle goccioline di sudore freddo che gli imperlano la fronte. L’orologio segna le sette di mattina, e Iancu corre a prepararsi per il compito di geografia.

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Comments
4 Responses to “Per tutto il tempo che ci è sempre stato negato”
  1. Quando l’ho letto mi è piaciuto subito.
    Scrivi sempre con molta grazia, anche quando parli di cose difficili, forti, di situazioni pesanti. Le scrivi senza disturbare i personaggi della storia, ma passando accanto alle loro sensazioni.

    Spero che la rivista possa esserti d’incoraggiamento a coltivare questa passione, l di là di quello che vorrai fare in futuro.
    *Clara

  2. Mario ha detto:

    Troppo buona.

  3. Ale ha detto:

    splendido racconto Mario, complimenti!
    Ale

  4. Altrochè, sei il più votato!

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