Sabato di Gianpiero Mattanza

Nulla si muove intorno a Clelia: è il silenzio. Grovigli di pensieri le abitano la mente. Un caos mortale, che dura da mesi.
Seduta su un letto disfatto, in una stanza con le imposte chiuse anche se fuori c’è il sole, non può che subire i pensieri, seguendo le infinite linee che le si scontrano nella coscienza, intersecandosi.
Un’immagine le si delinea, diafana ma nitida, dinnanzi agli occhi, nel buio dell’apatia. Si trova in un luogo sconosciuto, è confusa. Un uomo, meno di trent’anni, le stringe i polsi, tenendola ferma. Clelia non sente, quasi non vede: cerca di liberarsi da quella stretta e dal dolore che provoca, vuole fuggire da quel corpo estraneo, da quel luogo orribile. Ogni sua fibra è in balìa della volontà di quello, i cui occhi sono fissi, le pupille strette, il respiro affannoso e grave. Clelia crolla: ogni volontà è violata.
Il buio è simile a quello in cui ora trema, asciugandosi il viso umido di odio.

-Ciao Clelia, tutto bene?-
-Bene, si. Ciao ragazze, che si fa?-
-Pensavamo pizza-cinema-disco, può andare?-
-Sembra ottimo…-
Il sorriso che le si disegna in volto, inconsapevole e muto, sembra quello di qualche tempo fa, quando il volere, la scelta avevano per lei ancora un significato. L’aspetto della ragazza, quello di sempre: stesso bel corpo, stessa attenzione al particolare, vicino alla perfezione. Stessi occhi chiari. Privi, però, della capacità di osservare il presente: sempre turbati dal riverbero di ciò che solo lei può ricordare. L’auto, densa di giovani vite femminili, racchiuse nella carne che i vent’anni danno in prestito, scivola veloce lungo una strada rischiarata da bianche luci di curvi lampioni. Tutt’intorno scorre, nel silenzio della prima notte, l’immagine di una campagna che ha piegato il capo alla modernità. Lontani sono i monti, monumenti nell’aria grigia che diventa nera.
Unici suoni i racconti delle ragazze, intervallati dai commenti e dalle risate delle altre: Clelia è l’unica a tacere. Guarda le forme mutare, il buio inghiottire tutto con calma.
Stare con loro sembra l’unico modo per simulare la normalità, per non ricordare che la vita le è stata tolta.

Si sentono solo dei forti battiti regolari, che fanno tremare il cuore. Clelia si è persa tra decine di corpi ora invisibili nel buio delle grandi stanze, ora chiariti da bagliori di luce bianca da ogni direzione: sempre, mossi al rallentatore. Il frastuono è assordante: è impossibile parlare. Alcune amiche sono vicine, nascoste da corpi in movimento, altre chissà dove. Non fa che camminare a caso (non potrebbe essere altrimenti), non riesce a pensare. I ragazzi che le si avvicinano sono molti, tutti li rifiuta con forza.  Non sa perché si trovi lì: non vuole perdersi di nuovo nel grigio del terrore, rischiando di cadere nella pazzia. Riconosce un volto, nel caos di visi anonimi.
Qui tutto ha avuto inizio, stagioni prima: si trova negli stessi luoghi.  I pensieri, nonostante il malessere, tornano a muoverla, la sua testa è nuovamente fucina del caos che genera il nulla. Barcolla, spintonata da braccia che si muovono catatoniche. Il volto appartiene a qualcuno che sembra averla riconosciuta.
Perde ogni forza. In qualche modo si muove per uscire dal caos: pensa ai bagni.
Da lontano arriva lo stesso ritmo intermittente, smorzato dalla porta nera con scritto vietato fumare del breve atrio. Alcune poltrone dello stesso colore e pareti bianche: Clelia si siede, sfinita. Il corpo è in preda al tremore, la testa è popolata dalle immagini che ha imparato a chiamare per nome. Il silenzio è più forte del rumore che viene da fuori.
La porta nera si apre, lasciando passare il frastuono.
Entra un uomo, meno di trent’anni. Sul volto ha un sorriso, ma gli occhi sono fissi.

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Comments
3 Responses to “Sabato di Gianpiero Mattanza”
  1. iurimoscardi ha detto:

    Benvenuto Gianpiero!

  2. mumble mumble, è l prima volta che c’è un “non mi piace”. sarebbe bello avere un commento.
    si faccia avanti “non mi piace”

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