Inedito (Seconda Parte)

…continua dall’inedito parte prima di Martina Daraio.

Le labbra dei camici bianchi intanto si muovono silenziose e le loro braccia disegnano ampi gesti come in un film muto. D’un tratto mi fissano tutti come se nel copione toccasse a me a parlare: devo dire la mia parte. Ma l’ho dimenticata.

Cosa?

– Ti ho chiesto se vuoi un po’ di acqua e zucchero. – mi ripete l’infermiera col tono di una mamma buona e gentile.

– Sì, grazie, magari anche con una fettina di limone..

Mi sento forte e simpatica ora. Sono scampata alla morte e ho molto da raccontare. Chiedo di Sirio e me lo chiamano. Quando entra sbianca e allora ci penso io a far due battute per tranquillizzarlo. Mi sorride comprensivo, ma vedo che non funziona. Non devo avere una gran bella cera. Intanto l’infermiere taglia il tubicino di una flebo e me lo serve come cannuccia. E’ andata bene, temevo mi stesse preparando un altro scherzo. Invece ora è diventato gentile anche lui. A Sirio danno una sedia e il consiglio di trovarsi un’altra ragazza. Grazie tante, ma non riesco a reagire. Il soffitto è bianco. Bianco candido pallido gelido come la neve. Sto tremando e mi coprono. Inizio a sentirmi meglio e ho sempre più voglia di parlare e raccontare. Ma non appena il mio buonumore si fa strada, ecco ritornare l’incazzatura di tutto il personale medico. Sembriamo pendoli di grandi orologi, oscilliamo negli umori incontrandoci solo nell’indifferenza. Io qua, loro là, io allarmata, loro placidi, io debole, loro iperattivi.

Ci hai spaventati – dice una delle infermiere – ma sei anemica?

Sorrido pensando che è il minimo che potessi fare dopo che hanno cercato di uccidermi in “posizione preventiva da svenuta” e dicendo “aiut”. Intanto cerco di memorizzare quella parola, anemica.

Non so.

Ma so che, qualunque cosa quest’anemia sia, mi sentivo di esserlo e vi ho avvisati, capre. Ma non lo dico. Non è il caso. In ambulanza fa di nuovo freddo, stavolta però sono ben coperta. E’ il mio primo viaggio in ambulanza. Ho voglia di parlare e gli infermieri questa volta sono giovani e simpatici. Mi hanno sollevato con la sedia a rotelle, la flebo, e tutto. E il mio tutto, ora con un po’ di sangue in meno, resta pur sempre una mole considerevole. Arrivati all’ospedale trovo mio padre in tenuta da piscina. Doveva andare a nuotare ma poi Sirio gli ha telefonato e lui è corso da me. Mi sorride e dice:

-Ecco Garibaldi, l’eroe dei due mondi!

Sorrido anch’io ma mi viene da pensare: tu ti sei visto?

La tuta che indossa deve essere di mia madre perché non gli arriva a coprire neanche il calzino bianco e sgargiante. L’infermiere dell’ambulanza gli dice che sono svenuta e ho avuto una crisi epilettica, aggiunge che forse sono anemica. Mio padre, che come al solito ha già capito tutto, con la sua parlata pluridialettale gli risponde prontamente:

– Questa figlia mia deve solo mangiarsi più bistecche! – se ci fosse stata mia madre a questo punto avrebbe aggiunto -e deve anche fare un bel corso di sopravvivenza -.

Ma non c’è, e per fortuna lo scambio di pareri sulla mia diagnosi finisce lì. Mi parcheggiano su un lettino in una stanza piena di lettini. Sono un codice verde tra codici gialli. Margherita in un campo di girasoli. Più in là c’è anche un codice rosso, quello se sopravvive sarà il nostro capo. Il soffitto stavolta per non stonare coi malati è giallino, ma la muffa non manca neanche qui. Alcuni intorno urlano, altri piangono. Il capo sembra che dorma. Io ora sto molto meglio e vorrei andarmene e liberare il posto, ma mi dicono che prima devono fare tutti gli accertamenti e finire la flebo. Uff. Mio padre e Sirio mi lasciano lì ad aspettare e vanno a fare colazione al bar. Veramente ormai è quasi ora di pranzo, e l’orologio appeso alla parete risveglia anche il mio di appetito. Mi distraggo giocando con le punte dei piedi come se fossero burattini. Raggiunto il culmine della demenza, ecco arrivare una nuova infermiera che mi fa mille tipi di domande e di analisi: pressione, cosa studi, elettrocardiogramma, come ti chiami, una specie di molletta sul polpastrello non-so-perché, dove abiti. Poi la fatidica frase:

Aspetta qui che ora viene una mia collega per le analisi del sangue.

Sbianco. Non posso crederci.

– Guardi che se mi fate le analisi del sangue stavolta muoio davvero, – le ribatto determinata e minacciosa. Quella non capisce bene cosa voglio dire: ci risiamo. Contrattiamo a lungo, alla fine mi fa firmare una dichiarazione di volontario rifiuto degli accertamenti. La cosa mi piace, suona quasi come un diritto all’eutanasia. In realtà mi sto solo salvando la vita.

Così libero il lettino, saluto tutti, e raggiungo i miei uomini al bar.

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