generAzione reloaded – Autori (VIII)

Le riviste sono fatte di persone, di idee, di progetti, di lavoro (non poco lavoro, in effetti). Attraverso gli autori di generAzione vi presentiamo la rivista stessa, il suo senso vitale, il suo perchè. A ciascuno di loro è stato chiesto di rispondere a sette facili domande con cui esprimere non solo se stessi ma anche generAzione. Sta a voi capire se ci sono riusciti.

 

IURI MOSCARDI (leggi che fa nella vita a parte leggere libri da 800 pagine qui)

 

 

1) Cosa vuol dire scrivere su una rivista per te?

Significa realizzare una delle mie più ‘antiche’ aspirazioni, ovvero quella di vedere pubblicato ciò che scrivo. Ed essendo anche membro del comitato di redazione, significa anche cercare di dare il mio contributo perché la rivista abbia sempre qualcosa da dire di non banale o scontato.

 

2) Cosa, di generAzione, ti ha colpito e ti ha portato a scriverci sopra?

Essendo uno dei “fondatori storici”, mi ha colpito l’entusiasmo con cui tutti abbiamo salutato la nascita di questa rivista. GenerAzione è nata dopo un’intensa settimana di Festivaletteratura a Mantova: una settimana durante la quale mi sono sentito circondato da persone affini a me per interessi e passioni. Ho visto nella rivista la naturale continuazione di questo clima effervescente.

 

3) Scrivere online è un pregio o un difetto? Un plus valore o qualcosa di inutile?

Un pregio. La diffusione di letteratura, o perlomeno il tentativo di farlo, attraverso la rete offre un enorme vantaggio ma ha anche un enorme difetto. Il difetto è che la rete è una sorta di enorme calderone dove puoi trovare di tutto e di più, dove manca una sorta di ‘certificazione’ della qualità di ciò puoi trovare. Ma è anche l’unico luogo che permette ad un gruppo di giovani come noi di poter proporre agli altri – potenzialmente, a tutto il mondo – quello che scriviamo. Lo giudico, insomma, un plus-valore nel nostro caso; in altri casi, magari è inutile o controproducente.

 

4) Se pensi al verbo “scrivere” ti viene in mente…

Mi viene in mente quello che vorrei fare nella vita (si vedrà…). Mi viene in mente anche impegno, applicazione, studio e voglia di farcela. Mi viene in mente, infine, la possibilità di influire con ciò che si scrive sul modo di pensare della gente: arma, questa, potentissima e a doppio taglio (scrivere produce ‘Libero’ o ‘Il Manifesto’ ma produce anche ‘1984’ e ‘Gomorra’).

 

5) Il libro che può essere misura del tuo mondo, della cultura con cui sei cresciuto, misura di te.

Direi ‘Paesi tuoi’ di Pavese: c’è la campagna e la provincia contadina da cui provengo; ma c’è anche la firma di Cesare Pavese e dunque il sovrappiù di un grande letterato. Questo libro, diciamo, unisce ciò da cui vengo (nella trama e nei personaggi) e ciò che vorrei essere (nella figura del suo autore).

 

6) Le riviste online possono continuare a esistere o sono fini a loro stesse?

Le riviste on line non sono fini a loro stesse quando fanno cultura o propongono letture interessanti o degne di essere lette; in una parola, quando restano riviste. Sono fini a loro stesse quando, invece, si crogiolano nell’autoreferenzialità o nell’autoincensarsi.

 

7) Leggere, riflettere, pensare, agire. Verbi in disuso?

Assolutamente no. Sembrano in disuso perché non sono più frequentati dalla stragrande maggioranza della gente. Intendiamoci: mai l’assoluta maggioranza, in una certa società e in un dato tempo, ha letto, riflettuto, pensato e agito di conseguenza: altrimenti, avremmo avuto società di filosofi o pensatori. E questa, più che un’utopia, è una situazione mai verificatasi nella storia. Credo che oggi, tuttavia, la ‘cultura’ predominante sia una cultura che pensa e riflette ed agisce secondo criteri e punti di riferimento diversi rispetto al passato. Sentiamo sempre dire che il livello culturale delle persone è diminuito, ma questo è solo parzialmente vero: in passato, esisteva un elevatissimo livello culturale; ma era appannaggio di una ristrettissima minoranza di privilegiati, sempre e solo quelli. Logicamente, essendo – per esempio – la letteratura appannaggio di quel tipo di cultura, si avevano solo prodotti letterari di qualità altissima. Al giorno d’oggi, invece, la qualità intrinseca si è magari abbassata, ma questo è segno anche del fatto che il numero di chi può fruire della cultura – almeno in alcune delle sue forme – è decisamente e notevolmente aumentato. E questo non è un male in sé, anzi. Il guaio, secondo me, è che questa nuova cultura, più bassa, presenta forme decisamente ‘kitsch’ o ‘narcisistiche’ dovute a determinati mutamenti della società; mutamenti che si sono specchiati nella televisione, enorme megafono attraverso cui queste forme ‘kitsch’ raggiungono le persone. Queste forme ‘degenerate’ pretendono di imporsi sul resto delle altre (forse per ripicca, per essere state considerate da sempre inferiori a prescindere; forse per reazione) e, amplificate dalla televisione, acquistano una visibilità che altre forme di cultura, più sobrie, non hanno; è per questo che queste derive kitsch sembrano le uniche portavoci della cultura della modernità. Mentre la realtà esprime ben altro. Non credo siano in verbi in disuso, insomma, perché è su di essi che generAzione si basa da sempre.

 

 

Leggi due brani di Iuri tratti dalla rivista: Una facile (cenere) e La rivista culturale. Com’era, com’è e come dovrebbe essere

 

 

 

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