Se ci penso ho ancora il vomito

photo by Simona Ramazzotti

 

Un inedito di Mario Mucedola

 

 

Bella sottile questa corda…

Se ci penso ho ancora il vomito.

Lavoravo, come tante altre. Qual era l’alternativa? Studiare, o fare la puttana. Impossibili entrambe le ipotesi, vengo da un posto in cui lo schifo è all’ordine del giorno, uscirne è impossibile, entrarci è rischioso. Lavoravo, quasi dodici ore al giorno, in un capannone di amianto, che sotto il sole bollente raggiungeva temperature esorbitanti ed estenuanti. E non mi lamentavo, me la stavo cavando onestamente, anche se eravamo praticamente schiavi. Quella sera mi trattenni un po’di più al mio posto, avevo bisogno di ferie l’indomani, e sarei rimasta molto probabilmente tutta la notte a lavorare, se non fosse arrivato il mio datore di lavoro. Con lui ho sempre avuto un rapporto abbastanza amichevole, di certo non ingessato. Discutere del più e del meno, del tempo e dei programmi per la giornata, quel tanto che basta a passare cinque minuti a cuor leggero, anche se discutere del tempo è una cosa che mi ha sempre mortificato. Davvero non esistono altri argomenti? Davvero è preferibile dire che domani forse pioverà piuttosto che stare zitti?

Lo vedo e gli sorrido anche, tranquilla, e lui ricambia il saluto e va nel suo ufficio. Mi rimetto a lavorare, e mi sento osservata, ed inquieta. Scende la notte e me ne accorgerei subito se arrivassero dei passi o se scorgessi delle ombre. Non so come ci riesce, ma mi prende da dietro, mi tappa la bocca e comincia a spogliarmi, a strapparmi tutto di dosso e cercare qualcosa sul mio corpo, qualcosa che nessuno aveva ancora mai avuto da me. Mi gira, ed è come se mi abbracciasse, mentre mi dimeno. Brutto bastardo, lasciami andare, provo a spingerlo, brutto bastardo lasciami andare. Ma è troppo forte, non riesco a scollarmelo di dosso. Brutto bastardo, lasciami andà.

Dove sono le sue mani? Come ho fatto a liberarmi?

Mentre mi dimenavo c’è stato un attimo, in cui lui ha allentato la morsa perché aveva le mani impegnate altrove, e spingendo sono riuscita a metterlo al muro. Non è colpa mia se la sua testa ha centrato lo spigolo della mensola. Non è colpa mia se adesso ha gli occhi bianchi e il pavimento è pieno di sangue.

Comincio a scappare, a piedi per le strade della periferia di Lagos, noncurante del fatto che sarebbe sconsigliabile per una ragazza. Al diavolo tutti i vostri consigli ed i vostri finti moralismi. Mi hanno quasi violentato, e sono nuda. Sporca, dentro. Messa a nudo, violata nella mia libertà e dignità di donna, vittima del mondo e dell’ignoranza nella sua manifestazione più squallida, più becera. Ferita, da una persona della quale mi fidavo. Uno schifoso che ci mette niente a distruggerti la vita, a farti sentire impotente, terribilmente debole e sopraffatta. Ed è brutto, quando passi una vita a dichiarare che uomini e donne sono uguali, trovarti a dover ammettere e subire la completa superiorità fisica di un uomo, che basta da sola a far sentire una donna un coniglio davanti ad un leone.

Rientrata in casa scappo sotto la doccia in lacrime, e mia madre non riesce a fermarmi e a chiedermi cos’ho, e mio padre non mi vede per quanto corro. Ho ucciso. Io ho ucciso. Per legittima difesa, ma ho ucciso. Non avevo alternative, non potevo lasciargli fare di me quel che voleva. Racconterò ai miei tutto quello che è stato, e loro piangeranno di rabbia. Mio padre sa che quando succede una cosa grave, la cosa più confortante per me è l’abbraccio, mentre, in questo caso, il contatto fisico viene a ricordare solo quella violenza. Mi toglie il conforto, e non ci riesco. Penso solo alla stupida legge che mi mette nei guai, e mi rende di nuovo vittima, stavolta della pena capitale.

Mio padre lo sa. Mia madre lo sa. Nella notte mamma mi prepara una borsa. Ci mette i vestiti, qualcosa da mangiare, qualche centinaio di naira, mentre il mio corpo giace sul letto, coperta solo dal lenzuolo, e con le dita in bocca. Gli occhi sbarrati. Quando mio padre rientra, mia madre si mette a piangere, stavolta di dispiacere. Ha in mano un fascio di soldi, i risparmi di anni ed anni di lavoro, ed un numero di telefono. Sayid è un caro amico, lui e sua moglie mi condurranno a Tripoli, e da lì arriverò in Italia.

Passano due anni, e i segni sono quasi andati via. Non resta nessuna traccia nel fisico, ma la mente ogni tanto ritorna in Nigeria. Rivede quelle mani, trema ancora. Faccio parte di quella specie di pericolo pubblico che i telegiornali chiamano “clandestini”, e non capisco. Io sono solo scappata da un pericolo reale, non ho certo intenzione di venire a fare del male, deturpare questa città che mi ospita, con i suoi portici, le sue torri, le sue strade di pietra. Mi sento a casa, anche se non sono ancora riuscita ad avere uno straccio di documento. Ma giro per le MIE strade, saluto i MIEI amici, torno a casa MIA. Ci torno che è già buio, è primavera e la sera non fa più freddo, ci si può vestire leggeri, e di bianco, come piace a me. Sprofondo nel divano ed accendo la tv, ma qualcosa mi prende alle spalle, mi stringe, ed ancora, mi mette le mani addosso, comincia a spogliarmi, a strapparmi tutto di dosso e cercare qualcosa sul mio corpo, la stessa cosa che avevano cercato due anni fa.

E allora grido, con l’ugola che mi fa male, ed i polmoni che faticano a riprendere aria, grido più forte che posso, fino a perdere le forze, quando Khaled apre la porta e si butta su quello stronzo, che però lo schiva e riesce a fuggire. Khaled è ancora più spaventato di me, è un armadio ma tremendamente impressionabile. Non sa cosa fare, prova ad abbracciarmi ma continuo a gridare, allora mi accompagna alla Polizia.

“In Nigeria la morte, in Italia l’arresto, quando finirà tutto?” penso durante il tragitto.

Mi mettono addosso una coperta marrone, e mi danno una tazza di qualcosa di caldo, ma continuo a tremare e piangere, e Khaled continua a mangiarsi le unghie. Quando riuscirò a parlare proverò a raccontare tutto a quell’uomo buffo dall’altra parte della scrivania. Ha le sopracciglia foltissime e dei baffi strani, quasi come avesse la barba di un ragazzino: un aborto di baffi, ecco. La cosa mi fa sorridere. Come prima cosa mi chiede i documenti, e io lo guardo spaesato. Ispettore, non li ho a casa, non sono ancora riuscita ad averli…

Chiude gli occhi, incrocia le mani dietro la testa e sprofonda nella comodissima sedia di pelle. E comincia a chiedermi “E adesso cosa faccio con te?”. Sarà una reazione istintiva, ma ho un altro brivido, stavolta di terrore. Lo stesso che mi accompagna da quando quell’uomo buffo con l’aborto di baffi riaggancia la cornetta, a quando mi mettono nel furgone blindato e mi accompagnano al Centro di Identificazione ed Espulsione di Bologna. La cosiddetta Caserma Chiarini non è un brutto posto, o meglio, è un posto che mi dà un po’di tranquillità, anche se i neon fanno quello strano rumore di sottofondo e dopo un po’snervano. Sono fiduciosa. Eshu, il dio delle strade, scenderà a darmi aiuto.

Eshu, il dio delle strade, non serve. Due timbri, e la mattina dopo sono sull’aereo per Lagos. Verrò arrestata appena toccherò il suolo nigeriano. Ora aspetto di morire, per impiccagione.

 

 

 

Comments
2 Responses to “Se ci penso ho ancora il vomito”
  1. bel racconto, da non lasciare nel cassetto.

  2. Just Laure' scrive:

    …. amaro, ma bello, complimenti

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