La street art ebraica e araba: al di la’ del check point

 

Camminando o passando in auto o bus per le strade di Gerusalemme, Haifa e Nazareth il nostro occhio viene irrimediabilmente attratto dalla varietà dei graffiti presenti sui muri degli edifici. In realtà le differenze tra la street art araba e quella ebraica è evidente, non solo nello stile ma anche per quanto riguarda il tema trattato: irredentista e combattiva, ma allo stesso tempo con messaggi di pace e di fine del settlement la prima, disimpegnata e nostalgica del passato la seconda.

Se infatti nei quartieri arabi a prevalere è l’ostilità verso The Wall (il Muro) ovvero l’imponente recinzione in cemento armato eretta da Israele a scopo difensivo per prevenire attacchi dai Territori palestinesi, in quelli ebraici emerge l’edonismo ma anche una vena nostalgica per le glorie e i successi, specie in ambito militare, del passato: emblematico, in questo senso, il graffito che ritrae il generale Moshe Dayan, assurto quasi a icona pop dopo essere stato il vanto della micidiale macchina da guerra israeliana: un po’ pirata per via della benda sull’occhio, un po’ abilissimo stratega, Dayan a soli 14 anni entrò nell’Haganah, l’organizzazione ebraica semiclandestina nata per difendere gli insediamenti ebraici in Palestina, di cui si trova traccia nel bellissimo romanzo di Uris Leon “Exodus”. In riferimento invece ai graffiti arabi, prevalente è l’aspetto irredentista: accanto alla ex-sede del Comune di Nazareth vi è una lapide con la seguente scritta: “Quando il popolo vuole vivere, il destino risponderà sicuramente, l’oscurità scomparirà e le catene verranno spezzate”. Non mancano le venature marxiste: non è inusuale, infatti, trovare nei quartieri arabi simboli della falce e martello ma si tratta per lo più di retaggi del passato, quando l’Olp (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) aveva assunto tratti filosovietici e terzomondisti.

I graffiti arabi contemporanei, invece, riportano per lo più messaggi di pace, di desiderio di aprirsi al mondo anziché chiudersi e in questa chiave di lettura assumono maggiore forza i sentimenti di ostilità verso il Muro, percepito come simbolo dell’apartheid del 2000: uno dei graffiti più significativi raffigura la stessa barriera con un grande squarcio azzurro al centro, dove si può leggere l’iscrizione “Tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali, con pari dignità e diritti”. E Dio solo sa quanto sia vero, ma disatteso, in questa terra tanto martoriata quanto affascinante.

 

 

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

 

 

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