Jerusalem, here i am: al di là del check point

 

di Alessandro Belotti 

 

Gracchia la radio del militare di guardia alla porta di New Gate, mentre entro a Gerusalemme. La città in questi giorni ostenta una forzata normalità dopo il recente attentato alla stazione degli autobus, nel quale una donna ha perso la vita e altre trenta persone sono rimaste ferite. I tre giorni successivi a questo fatto di sangue, che ha fatto ripiombare il paese nella paura, sono stati contraddistinti dalla presenza capillare di numerosi soldati, che hanno tenuto d’occhio incessantemente anche una grande manifestazione tenutasi in città, ovvero la Maratona di Gerusalemme, che ha visto la partecipazione di ben diecimila persone. La gente comune desidera solo tornare alla normalità, non si stupisce più di tanto dell’avvenimento: da giorni infatti, si respirava una certa tensione nell’aria, dovuta ai recenti raid effettuati dall’esercito nella Striscia di Gaza. Un giornalista palestinese mi ha confessato che nel giro di qualche giorno la situazione tornerà alla normalità, ma nel frattempo i check point sono rimasti chiusi per un giorno intero e i controlli si sono fatti più rigidi, specie per i palestinesi che si spostano per motivi lavorativi e, che per questo, sono provvisti di uno speciale permesso concesso da Israele, valido solo alcuni giorni della settimana e in determinate fasce orarie. Non è di questo che volevo inizialmente parlarvi, ma le circostanze avverse lo hanno reso inevitabile, nella speranza di avervi offerto un quadro più completo della situazione. Riparto quindi dal mio racconto della città, così come lo avevo iniziato.

 

 

Crocicchi di vie che trasudano Storia, misticismo, odii atavici e equilibri tra Chiese di diversi riti che si sorreggono su un filo di lana, che qui viene chiamato “status quo”. E guai a toccarlo. La città vecchia di Gerusalemme è una città fortificata, un labirinto dove è possibile ad ogni angolo incrociare mondi di tutta l’area del Mediterraneo. Alberto Moravia, in un reportage del 1953 pubblicato su “L’Europeo”, descriveva così le strade di Gerusalemme: “La folla di queste strade dà un senso di promiscuità e di intimità piuttosto casalinga che cittadina. La gente si rincorre, si ferma, si interpella, si urta e si aggira come per i corridoi di una casa molto affollata (…) Finalmente, del tutto casalingo, seppure di una cosa che non sia spazzata e lavata da molto tempo, è l’odore di escrementi, di orina, di fritto e di fermentazioni varie che resta sospeso nell’aria ferma e calda di sole. In realtà, le strade di Gerusalemme con le loro pietre sconnesse, i loro gradoni, i loro angiporti e i loro sottopassaggi assomigliano molto a quelle di qualsiasi città medievale del Centro d’Italia, con la differenza di non essere asciutte e simili a gusci ormai vuoti come in quelle città, ma tuttora traboccanti di una promiscua vita”. Così descriveva questa città l’autore de “Gli indifferenti”. E gran parte della sua descrizione è valida tutt’oggi.

 

 

Ho assistito a un scena che ha dell’incredibile. Le strade di Gerusalemme sono larghe al massimo due metri-due metri e mezzo e costellate da gradoni, ma, miracolosamente, alcune mezzi di trasporto riescono a incunearsi in questo reticolo di viuzze in pendenza: sono degli strani trattorini, servono per lo più per trasportare merci e i loro conducenti sono dei veri e propri esperti della manovra, declinata a forma di arte. Se te ne trovi  uno davanti, saresti pronto a scommettere tutti gli schekel (la moneta israeliana) che hai in tasca che non ce la farà mai a passare. Ed è qui che ti frega. Magari ci impiegherà qualche minuto più del necessario (la fretta non è un’abitudine contemplata qui a Gerusalemme), ma alla fine passa, e tu rimani a bocca aperta. E in questo stato catatonico mi sono ritrovato quando ho visto un’ambulanza simile a un go-kart da campo di golf sobbalzare sui gradini della città per arrivare, dopo minuti che sembravano anni, a destinazione. L’ambulanza era per l’occasione scortata da due soldati, che provvedevano anche a far spostare la gente, quest’ultima praticamente appiattita ai lati del muro per consentire il passaggio del go-kart d’emergenza. La parte nuova di Gerusalemme, quella ebraica, assomiglia in tutto e per tutto a una qualunque città nordamericana o europea: lunghi viali, tram di nuova generazione, bar e bistrot ai lati delle strade. In questa zona della città sorgono tutti gli edifici governativi, compresa la Knesset, (il parlamento israeliano), le università e i musei. La poesia, il dedalo di viuzze, la confusione tipica del suk arabo qui sembra un pallido ricordo. Ma è anche la zona della movida, del pattinaggio sul ghiaccio (un evento davvero unico e imperdibile, qui in Medio Oriente), dei pub con il narghilè. Se ci si sposta invece verso la parte araba fuori dalle mura, quella che è circondata dal Muro, salta all’occhio immediatamente come Israele abbia ancora dentro il proprio Dna uno spirito pionerista, un desiderio irrefrenabile di occupare il territorio, di dimostrare la propria sovranità anche su territori non suoi: e così, pur di sottrarre terra ai palestinesi, non esita a espropriare terreni per erigere, proprio a ridosso di Gerusalemme Est, un cimitero. Un luogo che qui, serve più ai vivi che nemmeno ai morti.

 

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

 

 

 

 

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