Mai piu’ Masada cadra’: al di la’ del check point

di Alessandro Belotti

 

Con questo slogan le nuove reclute dell’esercito israeliano prestano il loro giuramento, proprio nel luogo che divenne teatro della strenua (ma vana) resistenza ebraica alla dominazione romana. E proprio delle reclute dell’esercito israeliano voglio parlarvi in questo mio racconto. E’ impossibile non notarli. Sono ad ogni angolo di strada, alle porte di ingresso della città vecchia, ai check point verso i Territori palestinesi, agli accessi ai luoghi sacri di Gerusalemme (su tutti, la Spianata delle moschee e il Muro del Pianto), sugli autobus e persino nei bar. Non sempre sono armati, ma quando succede, lo sono in maniera pesante. Quando invece staccano il turno sembrano ragazzi e ragazze normalissimi (e con tutta probabilità lo sono), l’unica cosa che li distingue è la divisa color kaki dell’esercito israeliano: per lo più giovanissimi, fa un certo effetto vederli scherzare o aspettare ordinatamente il loro turno per il rancio. Vicino al Muro del Pianto, alle 13.30 di un giorno qualsiasi, un’intera colonna stava aspettando di poter mettere qualcosa sotto i denti. Mi ha ricordato un momento molto comune nella vita di qualsiasi studente universitario: la coda per andare in mensa, durante la quale ci si scambia informazioni su cosa fare la sera, si fanno semplicemente due chiacchere e si incontra il vicino di banco disperso da una settimana per aver preparato l’esame da 9 cfu. La coda era la stessa, gli argomenti probabilmente molto simili, persino il periodo complessivo è analogo (3 anni, come per una laurea triennale, e noi che in Italia ci lamentavamo per un anno di naja!) ma è la sostanza ad essere completamente diversa: la loro università è quella della guerra.

Li ho osservati con attenzione: le ragazze portano i capelli lunghi, hanno visi dolci ma occhi duri e fermi che emanano un fascino guerresco e primordiale. I ragazzi, invece, hanno quasi tutti la kippah, il tradizionale copricapo ebraico (gli arabi sono pochi, vengono ammessi solo su base volontaria), molti di loro hanno una carnagione olivastra e tratti tipicamente mediorientali: nessuno di loro porta la barba e si assomigliano tra loro più di quanto non valga per le ragazze. Più boy-scout che vere e proprie macchine da guerra, per loro il vero svezzamento avverrà nei Territori, dove il clima è più caldo, e non solo a livello di temperatura. Pochi giorni dopo averli incontrati (quasi faccia a faccia) ho visto il film “Private” di Saverio Costanzo: non sembravano più i ragazzi che avrei voluto intervistare, conoscere, con cui avrei voluto condividere emozioni e speranze. Nonostante il film sia molto bello, la realtà trasfigurata (e forse semplificatoria) del grande schermo li ha resi “il nemico”, il cattivo con cui non puoi solidarizzare. Ma la realtà, specie se ci passi accanto ogni giorno, è ben diversa.

 

 

I soldati non sono però gli unici a girare armati per le strade: ogni comitiva di ragazzi ebrei ha infatti il proprio picchetto di guardia armata. Ebbene sì, anche il sabato sera, uno dei ragazzi (ma può anche essere una ragazza) di una qualsiasi compagnia di adolescenti porta a tracolla un fucile. Entrano allegri e spensierati nei pub, fanno due chiacchere e sembrano in tutto e per tutto dei ragazzi normalissimi, fatta ovviamente eccezione per quel dannato fucile. Accanto al nostro tavolo si siede un giovane soldato, con la divisa kaki, uno strano copricapo in testa (sempre color kaki) e uno zaino più grande di lui del medesimo colore: togliendoselo velocemente dalle spalle, abbozza qualche passo di danza sulle note di una canzone rap: nulla di più normale per lui, nulla di più fuori dal comune per noi.  Ho avuto la fortuna di conoscere una delle madri di questi ragazzi: si tratta di una donna ebrea di origine italiana (che da trent’anni vive in Israele e di cui vi parlerò nella prossima puntata di “Al di là del check point”), il cui figlio è entrato nell’esercito proprio durante la seconda Intifada: per lei, vederlo tornare a casa con il fucile e la divisa è stato un vero shock e ancor di più sapere la situazione che stava affrontando. Mentre la ascoltavo ho visto in lei nient’altro che una madre preoccupata per il proprio figlio, al di là di ogni implicazione etnica, religiosa o politica e questo mi ha fatto riflettere: non sono macchine, né uomini brutali, ma ragazzi come tutti noi. Data la leva obbligatoria, quello israeliano è dunque un paese in mobilitazione costante: in caso di emergenza, infatti, tutti (o quasi) sono potenzialmente dei soldati pronti a combattere.

Israele, un paese in guerra da 60 anni.

 

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

 

 

 

 

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Comments
2 Responses to “Mai piu’ Masada cadra’: al di la’ del check point”
  1. iurimoscardi ha detto:

    Questa rubrica mi piace sempre di più.
    Grande Ale.

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