I papaveri rossi del Golan – al di la’ del check point

photo by A. Belotti

di Alessandro Belotti

 

Solo il fatto di nominare le alture del Golan evoca un luogo misterioso e allo stesso tempo pieno di fascino. Ed è realmente così, paesaggi naturali mozzafiato, brulicanti di una vegetazione simile a quella della Toscana o dell’Irlanda, riempiono i tuoi occhi di un’estasi magnifica: non bisogna però dimenticare che quelle stesse bellissime terre furono teatro nel 1967 e nel 1973 di aspri combattimenti tra Israele e la confinante Siria. Un territorio conteso, dunque, e se ne capisce subito il motivo: la disponibilità idrica, di cui entrambi i paesi hanno disperato bisogno, e la posizione altamente strategica. E proprio in questo luogo ho visitato una ex postazione militare siriana conquistata dall’esercito israeliano: in quel momento non c’era nessun visitatore e, in piena solitudine, ho potuto addentrarmi nelle trincee, un tempo brulicanti di soldati. Sulla lapide, che riporta i nomi dei soldati di Tzahal (l’esercito israeliano) caduti per conquistare quella postazione, c’é anche una frase di Yitzhak Rabin (a lungo capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, poi primo ministro, ucciso da un fanatico ortodosso per aver stretto la mano ad Arafat a Washington): “Soltanto vedendo da vicino le postazioni e i bunker dei siriani si può comprendere la difficile operazione che fu affrontata nel Golan. Avete soddisfatto pienamente le nostre aspettative, noi vi rendiamo omaggio”.

 

 

All’esterno dei cunicoli la vita ha fatto il suo corso, come se nulla fosse successo: le piante e i fiori crescono rigogliosi e, tra questi, anche numerosi papaveri rossi. Vedendoli, mi è subito venuta in mente la canzone di Faber, “La guerra di Piero” (se non l’avete mai ascoltata rimediate subito), proprio perché in quel luogo persero la vita numerosi soldati, per lo più giovani. In quello stesso momento decisi di raccoglierne due, di quei papaveri rossi:  uno per depositarlo proprio davanti alla lapide, l’altro per conservarlo nella mia Moleskine, in ricordo di quel momento e di un parente lontano, mai più tornato dalla Russia. Il senso della canzone di Fabrizio De André stona molto, paradossalmente, con l’aria che si respira da queste parti, spesso intrisa di retorica nazionalista e, talvolta, militarista: proprio per questo l’ho apprezzata ancora di più, vivendo, in questo paese dalle mille contraddizioni, un periodo della mia vita.

 

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

 

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