The Wall, il checkpoint attraversato a piedi – Al di la’ del check point

Non siamo nella Berlino degli anni ’60, bensì a pochi chilometri da Gerusalemme, in Israele. Eppure, ancora una volta, l’odio tra gli uomini ha creato una barriera, un muro orribile di cemento armato talmente alto che sembra voglia oscurare il sole. Passo accanto a quello che viene comunemente chiamato, qui in Palestina, “The Wall”, sul quale sono stati disegnati tantissimi murales da artisti e attivisti palestinesi e internazionali, tra cui le “Mujeres por la paz”. Appoggio la mia mano sul Muro, per saggiarne la consistenza, per avvertire sulla mia pelle la durezza fisica e non di quello che ormai è diventato un simbolo dell’apartheid e dell’occupazione militare israeliana in Palestina. C’è una frase, tra le tante che campeggiano sul Muro, che mi ha particolarmente colpito per quanto sia significativa: “You stole our land, yet we are called the criminals” (“Voi avete rubato la nostra terra, ma siamo noi a essere chiamati criminali”). Parlando con un amico arabo, ho avuto modo di scambiare con lui alcuni punti di vista a questo proposito. “Anche in Europa c’era un Muro analogo, divideva Berlino Est da Berlino Ovest, ma è crollato, seppur dopo molti anni. Spero che la stessa cosa avvenga qui e che i due popoli possano vivere in pace”. La sua risposta è stata: “Non credo che avverrà mai”. Ho subito avvertito nelle sue parole una profonda tristezza mista a rassegnazione. E le stesse sensazioni mi hanno assalito trasparendo dagli sguardi, dai volti delle persone in coda al checkpoint.

Chi fosse un frequentatore (abituale o sporadico) delle curve degli stadi italiani può capire bene la situazione e la lunga trafila da compiere, prima di attraversare il checkpoint: lunghi tunnel larghi mezzo metro, gabbiotti di metallo, metal detector, tornelli, spie luminose, esibizione di documenti. Questa la trafila che i palestinesi che si recano a Gerusalemme per lavorare devono affrontare ogni singolo giorno. E non per andare a vedere una partita di calcio la domenica. Percorrere il tragitto Betlemme-Gerusalemme a piedi mi ha fatto dunque capire cosa realmente significhi per un palestinese vivere sotto l’occupazione israeliana, cosa significhi vedere quotidianamente i tuoi diritti calpestati e sottoposti all’arbitrio di un soldato svogliato, incattivito, arrogante e indisponente. Ed è per questo che ho capito il motivo per cui i palestinesi ci ringraziavano, con così tanto calore, per quello che facevamo, raccontando quello che vedevamo intorno a noi: per noi era semplicemente fare il nostro lavoro, quello di giornalisti, per loro molto di più: nel nostro piccolo stavamo contribuendo affinché il mondo sapesse quello che ogni giorno viene perpetrato in Palestina e affinché non calasse di nuovo un’assordante silenzio sulle sofferenze del popolo palestinese.

 

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

 

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