“Il militare mi ha tolto il cuore e mi ha dato una pietra”. Un giovane soldato israeliano si racconta – al di la’ del check point

Come ogni giornalista e come ciascuno di voi, ricevo ogni giorno molte mail. Capita però, proprio per via della natura del mio lavoro (che consiste nel raccontare storie, di scoprire e sviscerare particolari della realtà che ci circonda e portarli all’attenzione del pubblico) che qualcuno decida di affidarmi documenti, lettere (anche personali) ma che riguardano l’intera collettività. Ebbene, una suora palestinese mi ha affidato una lettera a lei scritta da un giovane soldato arabo dell’esercito israeliano di stanza a Gaza: i contenuti della lettera sono molto forti e vi guiderò nell’analisi della stessa passo per passo. I nomi sono stati volutamenti celati, sia per motivi di privacy e sicurezza, sia per tutela delle fonti.

IL MILITARE MI HA TOLTO IL CUORE E MI HA DATO UNA PIETRA

(Il titolo della lettera è originale e non è stato modificato)

 

 

Come stai? Inizio la mia lettera chiedendoti scusa. Ti mando questa lettera appena uscito da Gaza e il mio primo pensiero va a te, anche perché il primo sms che ho ricevuto sulla via di ritorno era il tuo. Ho pensato molto a te prima di scriverti questa lettera, anche perché non sapevo cosa dirti e avevo paura di quello che ti avrei detto o che spiegazione avrei dovuto darti per quello che è successo a Gaza: in realtà sto troppo male, sono scioccato e ho bisogno di te. Nel mio cuore ci sono solo dolore, rabbia e tristezza…

Il rapporto tra la suora e il giovane soldato è molto stretto, in quanto quest’ultimo ha studiato nella scuola dove insegna la stessa religiosa. Per i giovani arabi cristiani, in Israele e in Palestina, i religiosi (siano essi uomini o donne) costituiscono un importante punto di riferimento, spesso l’unico, a cui possano rivolgersi in caso di necessità”.

Sono entrato nel servizio militare come ogni giovane pensando ad un inizio di itinerario, con la voglia di fare e mettere armonia e, perché no, anche per un inizio di carriera, e anche per avere un pò di diritti che, agli arabi israeliani, sono negati. Sai molto bene della mia sofferta decisione di far parte dell’esercito israeliano: nonostante tutto e tutti ho preso la mia decisione. Portavo dentro di me un sogno e volevo studiare. Avevo scelto anche la materia, criminologia, ma c’era un ostacolo: chi vuole studiare questa materia deve aver fatto il servizio militare.

L’esercito israeliano ammette anche soldati arabi, ma solo in forma volontaria. Per gli arabi non esiste pertanto la leva militare obbligatoria: sempre più ragazzi arabi però, scelgono di prestare servizio nell’esercito israeliano sia per i benefici economici immediati che possono trarne, sia per la possibilità di fare carriera e accedere alle università più prestigiose. La maggior parte dei ragazzi arabi però continua a rifiutare questa possibilità, che, tra l’altro, implica spesso l’obbligo di operare nei Territori Palestinesi”.

Sono entrato e pensavo di avere dei valori cristiani che la parrocchia, l’oratorio e la mia mamma, la mia famiglia mi hanno trasmesso, e pensavo di essere un portatore di pace e di misericordia anche nell’esercito. Mi dicevi: “ricordati che sei cristiano, portatore di pace e di misericordia…”. Ora ti parlo della mia esperienza nel militare e soprattutto di Gaza. Sì, hai capito bene, anch’io sono stato a Gaza, e proprio lì mi sono accorto di non essere la persona che avrei desiderato essere: sono diventato un carnefice. Pensavamo di essere degli uomini, che hanno cuore e anima, ma ci siamo accorti che siamo diventati delle bestie senza cuore e sensibilità.

 “Il giovane soldato inizia a parlare della sua esperienza a Gaza. Egli ricostruisce gli eventi drammatici di cui è stato testimone con un intenso pathos e disperazione”.

 

 

A Gaza dormivamo poco, 40 minuti ogni 24 ore; i nostri nervi erano a pezzi, non sopportavamo più nulla, anche un gatto che miagolava ci dava fastidio, sparavamo anche a un gatto. Ci davano poco cibo, una scatola di tonno al giorno; pativamo la fame, sognavo un mondo migliore e invece siamo entrati nella città di Gaza. I nostri occhi nei 40 minuti che dormivamo – in realtà non riuscivamo a chiudere occhio – rigiravano nella mente le scene viste per le strade di Gaza e quello che poteva sembrare il racconto di un’apocalisse frutto dell’immaginazione era invece quello che il nostro esercito combinava e quello che Hamas spingeva il vostro popolo a subire. Palazzi distrutti, bagni di sangue al posto dei canti degli uccelli; sentivamo i pianti dei bambini e di altri che chiamavano disperatamente la madre, ma la mamma non rispondeva perché era un cadavere vicino a loro. Volevo piangere ma non ci riuscivo, le lacrime non c’erano per lo shock. La paura che portavo dentro era spaventosa. Vedevamo persone sotto le macerie che volevo, da bravo cristiano, aiutare, ma mentre pensavo di fare questo ci sparavano e allora al posto di aiutare collaboravo ad aumentare le vittime. Nelle ispezioni di casa in casa alcuni bambini coraggiosi ci sputavano. E allora che dire: “Hai ragione”! D’altronde umiliavamo il padre davanti ai loro occhi, o di altri la mamma era stata uccisa e magari stava sotto le macerie. E come dare torto a questi innocenti? Ancora oggi che sono a casa i loro occhi mi fissano. I loro occhioni enormi, pieni di lacrime e di rabbia ci fissavano e non riesco a togliermi quella immagine dalla testa. Dormo e mi risveglio e la scena è sempre viva e la risposta sempre quella: “Hai ragione bimbo…”.

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

Comments
2 Responses to ““Il militare mi ha tolto il cuore e mi ha dato una pietra”. Un giovane soldato israeliano si racconta – al di la’ del check point”
  1. iurimoscardi scrive:

    Pauroso. Da brividi.

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