Il kibbutz, un sogno diventato realtà – al di là del check point

Angelica Edna Calò Livnè, romana di origine ma ora israeliana a tutti gli effetti,  ci accoglie all’esterno della sua casa nel kibbutz di Sasa, che si trova al confine con il Libano. Mentre il suo cellulare continua a squillare (Angelica è un punto di riferimento per il kibbutz per quanto concerne le attività culturali e non solo), risponde sempre sorridendo alle nostre domande che si rincorrono: tanta è la curiosità da parte nostra perché, per la prima volta dal nostro arrivo in Israele, abbiamo l’occasione di parlare liberamente con una donna ebrea e per di più nella nostra lingua madre.
Angelica comincia il suo racconto parlandoci delle origini del suo cognome, che deriva dal greco “Kalos”: i suoi antenati erano mercanti della Giudea diventati schiavi sotto i Romani, poi emigrati in Spagna per ritornare a Roma. E proprio dalla città eterna Angelica ha deciso di partire di nuovo, questa volta per ritornare nella terra che fu dei suoi padri: a metà degli anni ’70 si trasferì in pianta stabile a Sasa, nel kibbutz fondato da ebrei americani che allora era poco più di un cumulo di pietre.

 

Oggi è un villaggio florido dove vivono circa 80 famiglie, circondato da campi coltivati e dove si condivide tutto: ciò che viene prodotto o utilizzato dagli abitanti non appartiene a ciascuno di loro, bensì alla collettività, al kibbutz, che in base alle esigenze interne decide come ripartire le risorse. Edna è una persona con cui è impossibile non avere empatia, ha un carattere aperto e solare. Il prestigio della nostra emigrazione in Palestina è storicamente molto alto e Angelica ne è la dimostrazione:  come lei, infatti, gli ebrei italiani non sono venuti qui spinti dalla persecuzione quanto da ragioni ideali, non le ragioni di un sionismo fanatico o astratto, bensì da quelle dell’iniziativa intelligente, del forte senso familiare (Angelica ci ha confessato che si è impuntata affinché i bambini piccoli anziché dormire tutti nello stesso spazio comune tornassero a casa la sera, perché avevano bisogno del loro ambiente familiare), della tolleranza, della creatività e persino della naturale arguzia che ha sempre contraddistinto gli ebrei italiani. Il suo nome non mi era nuovo ma non riuscivo bene a capire in quale occasione lo avessi potuto imprimere nella mia memoria: tornando a casa sono andato a rileggere alcuni articoli sulla guerra con il Libano ed ecco che il suo nome riapparve come d’incanto.  
Sono passati cinque anni da quando Angelica scrisse quegli articoli che mi avevano tanto colpito, tanto da farmi venire la voglia di conoscerla e persino di abbracciarla: il proseguo della vita quotidiana mi ha fatto dimenticare quell’emozione, oggi tornata in superficie. Angelica, infatti, curava durante quei terribili giorni una rubrica dal titolo “Diario di Galilea” sul giornale che io acquisto ogni mattina appena uscito di casa, “La Repubblica”, dove descriveva ciò che stava avvenendo a pochi chilometri di distanza da casa sua, ovvero i terribili scontri tra le milizie di Hezbollah e l’esercito israeliano. In quello stesso esercito dove stava prestando servizio l’adorato figlio Yotam. Quei racconti di vita vissuta nell’emergenza pubblicati sul quotidiano italiano (e, per chi fosse interessato, consultabili ancora oggi su internet) sono diventati un libro con un sottotitolo che racchiude in sé la drammaticità ma anche l’interiorizzazione del conflitto: “Solo in pace vincono tutti”. Mai mi sarei aspettato di conoscere per caso l’autrice di questi scritti.
E’ proprio il caso di dirlo: le vie del Signore sono davvero infinite e a volte può capitare che i tuoi sogni diventino realtà. E anche il kibbutz è un sogno divenuto realtà.

 

Alessandro Belotti ci racconta, ogni lunedì, cosa significa attraversare una barriera, un confine, un cambiamento. Ci racconta il check point e quello che si trova al di là di esso.

 

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Comments
2 Responses to “Il kibbutz, un sogno diventato realtà – al di là del check point”
  1. carissimo Alessandro, sono felice di leggere il tuo entusiasmo! sono stata felice di accoglierti ed ospitarti nel mio kibbuz. una piccola nota: io sono andata a vivere in Israele e non in Palestina. forse hai dimenticato che fio a qualche anno fa tra i paesi d’Europa c’erano i passaggi di confine…non si poteva passare da un paese all’altro senza mostrare il paassaporto, anche se non c’era la minaccia che uno svizzero si facesse esplodere con una cintura in un supermercato di Parigi o di Roma….per questo il titolo del tuo pezzo mi supona strano…..poi direi che con tutte le foto che avete scattato mi sembra strano anche raffigurare il kibbuz con la foto di una coppia musulmana senza scarpe all’entrata di una moschea. e par ultimo: grazie per aver ricordato con affetto il mio libro http://www.masksoff.org/IT/libri/diario_dalla_galilea.htm
    un abbraccio grandissimo Angelica

    • Ci scusiamo per la svista della foto, è un errore della rivista che ha pubblicato il pezzo e non di Alessandro. E’ stata confusa una foto con un’altra (tanto che l’abbiamo rimossa perchè non vi apparteneva – riguardava un articolo sulla Turchia!).
      La ringraziamo per la segnalazione!

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