Scappare per salvarsi e ricominciare – Festivaletteratura 2011

Erri De Luca

 

Festivaletteratura e la Fuga

Erri De Luca in “L’arte della fuga”.
Non sono l’unico incuriosito dal tema e quando mi metto dietro il palco per cercare un posto mi trovo davanti proprio De Luca. Magro, pacato, passerebbe inosservato se non fosse per il colore degli occhi, segno più caratteristico della sua figura altrimenti normale. Ci osserva per un momento sornione, e poi ci avviciniamo per un autografo: parla pacato, scherza, gli presto la penna (“Dovete venire forniti di penna se volete che firmi”) e si ricorda di restituirmela. Ci stringiamo la mano. Sorride sotto i baffetti.
L’incontro inizia ma un po’ mi delude: lo pensavo più dinamico, forse più letterario cioè legato a tutti quei libri che parlano di fuga. Invece De Luca parla soprattutto della Bibbia, in particolare dell’Antico Testamento. 
La fuga è sempre intesa in positivo. Mai sfuggire alle proprie responsabilità ma ritiro provvisorio per meglio organizzarsi: quasi un rifiatare, per poi combattere più forte. Infatti, come dice Demostene, “chi fugge può combattere di nuovo”: un verso, questo, che permette di sperare. Com’è accaduto dopo l’8 settembre 1943: se il Re è scappato abbandonando i suoi doveri, l’esercito e i “ribelli” sono scappati sulle montagne per dare inizio alla Resistenza.
La fuga, aggiunge De Luca guardando a tutto il 900, è un “atto di libertà dall’oppressione”: il XX secolo è stato il periodo più carcerario di sempre, con guerre e regimi. Ma la fuga è allo stesso tempo priva di sicurezza, è un evadere senza avere la certezza di trovare ciò che si cerca, spinti solo dal bisogno di autoespellersi da una situazione insopportabile.
Inizia qui la lunga citazione dell’Antico Testamento: Abramo e Mosé dimostrano l’efficacia della fuga, grazie alla quale sarebbe nato il monoteismo. Esso inizia con la fuga di Abramo verso la Terra Promessa, un percorso di vagabondaggio e di espulsione seguito dal ritrovamento della libertà. Anche nel caso di Mosè, raccontato nel libro dell’Esodo, la fuga degli Ebrei dall’Egitto è benefica perché li libera dall’oppressione del faraone. Il loro viaggio è un zig-zag nel deserto che corrisponde al percorso di un transfugo o di uno zingaro, senza tappe fisse ma ricreando continuamente un accampamento temporaneo. La figura che dà senso a queste due fughe, riassumendole, è quella di Gesù: anch’egli ha impersonato la libertà per gli uomini e non a caso il Vangelo di Matteo – a sottolineare lo stretto legame tra la libertà interiore di Cristo e quella “politica” della Terra Promessa – mette 42 nomi tra quelli di Abramo (il primo alleato della divinità) e di Gesù (42 furono le tappe del viaggio nel deserto di Mosè).
De Luca conclude tornando ancora al 900, stavolta visto come secolo della fuga. Alla sua seconda metà, durante la quale anch’egli è fuggito spesso (trovando insperate accoglienze);  e alla prima, alle fughe degli italiani che lasciavano l’Italia per cercare fortuna altrove e degli Ebrei dell’Est Europa scacciati dai pogrom. Anche queste fughe erano espressione di una necessità, erano valvole di sfogo obbligate o scelte che implicano “una casa in cui non si può più tornare”.   

 

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www.festivaletteratura.it

 

 

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