Un artista internazionale – Intervista con Boris Savoldelli

 

Boris Savoldelli è un cantante italiano che propone una musica sperimentale, diversa e molto particolare. Forse non tutti lo conoscono, ma in certi ambienti musicali il suo nome conta parecchio; e poi ha fatto concerti in giro per il mondo e tiene seminari sulla sua musica all’estero (se volete farvi un po’ di cultura al riguardo, andate qui).
Siccome lo conosco ed è una persona gentile, mi ha concesso quest’intervista. Si parla un po’ di tutto: di lui e della sua musica, dei compromessi a cui l’artista deve scendere, della fama, della creatività oggi in Italia e di come anche partendo da un posto piccolo come la Valle Camonica si possa arrivare tanto lontano (un po’ sulla falsariga della riflessione del nostro numero di giugno/luglio 2011: Piccole città bastardi posti).

Iniziamo conoscendoti: quanti anni hai? Sei nato a? Vivi a?

 Ho 40 anni e sono nato a Breno in provincia di Brescia. Ho vissuto la mia gioventù a Piamborno, poi a Pavia dove ho conseguito la mia laurea in Scienze Politiche. Grazie al supporto dei miei ho avuto la possibilità di girovagare un po’ per l’Europa e, ora, vivo stabilmente con mia moglie a Pisogne (Brescia). Insomma, nonostante le esperienze che  mi hanno portato spessissimo fuori dalla Valle Camonica e fuori dall’Italia, alla fine ho deciso di stabilirmi qui. Almeno per il momento… 

Riesci a vivere facendo il cantante come professione? Non è per farti i conti in tasca, ma l’artista è un mestiere che rende poco in Italia, al giorno d’oggi. A meno che tu non sia una star costruita dalle majors

Bella domanda, ma io sono molto ricco di famiglia e quindi non ho di questi problemi! Sto scherzando: io faccio il cantante professionalmente ma, per fortuna, ho anche un lavoro “normale” che mi consente di pagarmi il mutuo, le bollette e poter fare solamente ciò che realmente voglio nella mia musica, senza dover scendere a compromessi per mangiare. L’impegno musicale è sempre più pressante, sia per la scrittura della musica che per le esibizioni live, gli interventi nelle radio, la promozione, le interviste, ecc. Per fortuna, e anche con una buona dose di fatica, negli anni mi sono costruito una professionalità anche nel mondo del lavoro “tradizionale” (sono consulente per il settore no profit nell’ambito della comunicazione), e tale professionalità mi consente di lavorare senza dovermi attenere troppo agli orari di ufficio ed avendo una certa libertà di gestione del mio tempo. Colgo anzi l’occasione per ringraziare la Cooperativa Csc di Ceto, con la quale collaboro,  per il supporto che mi danno nel poter continuare con la mia carriera musicale senza, per questo, dover abbandonare “in toto” la mia collaborazione con loro.
Questa scelta di tenere i piedi in “più scarpe”, in realtà, è molto legata al fatto che io, testardamente, non ho mai accettato di scendere a compromessi con la mia musica. Ho preferito tenere duro e portare avanti il mio progetto che, alla lunga, sta per essere finalmente riconosciuto sia all’estero che in Italia. Credo che l’integrità di un musicista sia la virtù più importante e non ho mai dato troppo credito a quelli (produttori e manager) che promettevano mari e monti in tempi brevi: non ho mai apprezzato i “fenomeni” da televisione (modello X factor e Amici per intenderci), li trovo troppo spesso molto poveri dal punto di vista artistico. Preferisco i musicisti che la carriera se la costruiscono passo per passo, conquistandosi poco per volta il rispetto degli altri musicisti, degli addetti ai lavori e del pubblico.

Come ti sei avvicinato alla musica?

È stato un processo naturale. Vengo da una famiglia con una grossa tradizione musicale: mio papà suonava e i suoi fratelli sono uno trombettista e l’altro sassofonista. A casa mia ci sono sempre stati a disposizione numerosi strumenti con cui, da bambino, giocavo. Da pre-adolescente ho inziato con lo studio del pianoforte, poi della tromba e della batteria e, in età adolescenziale, la passione per la voce ha preso il sopravvento e da lì è iniziato il mio lungo percorso di studi che mi ha visto iniziare con una cara amica cantante lirica (Simona Marcello, originaria di Piamborno ed oggi nell’organico del Teatro Carlo Felice di Genova), per poi passare agli insegnamenti di storici professionisti della voce come Elizabeth Sabine (famosa per essere stata l’insegnante di Michael Bolton e Axl Rose dei Guns’n’Roses), Seth Riggs, Jeffrey Allen e, ultimo in ordine di tempo ma certamente il più importante, la leggenda del Jazz mondiale, il grande cantante newyorkese Mark Murphy col quale — dopo aver studiato a Graz, in Austria, presso la locale Universität fur Music — ho instaurato un profondo rapporto di amicizia, tanto che è stato mio testimone di nozze.

Che tipo di musica proponi?

Diciamo che la mia musica viene incasellata nell’ambito del Jazz. Se per Jazz si intende il canto tradizionale di standard direi che siamo distanti da ciò che faccio, mentre se per Jazz si intende una musica “non convenzionale”, dove la libera improvvisazione assume un ruolo prioritario, allora direi che sono un jazzista. Il mio è un progetto per Voce Sola, con il contributo dell’elettronica che mi permette di eseguire in tempo reale tutte le mie sovrapposizioni senza alcun tipo di base pre-registrata. È uno stile molto personale e, non lo dico io ma i critici, unico nel suo genere, tanto che sempre più spesso mi viene chiesto di tenere seminari didattici sulla mia tecnica in scuole di musica e conservatori sia in Italia che in Russia, Ucraina e USA.

Hai pubblicato tre album con un’etichetta di New York; collabori con artisti internazionali come Marc Ribot (che ha suonato con Tom Waits, Elton John, Vinicio Capossela), Elliott Sharp, Paolo Fresu; hai una tua pagina su Wikipedia. Possiamo dire che sei ‘famoso’?

Famoso dici? Certamente lo sono per mia mamma e per mio papà, forse anche per mia moglie! Diciamo che, soprattutto nell’ambiente degli appassionati di musica “non convenzionale”, il mio nome sta cominciando a girare con una certa frequenza, e di questo sono molto orgoglioso. Non mi preoccupo tanto di diventar famoso (cosa che pare essere diventata l’unica ossessione di molti oggi), ma di continuare a girare il mondo con la mia musica, produrre cd di qualità e ottenere buone critiche e consensi dal pubblico.

Hai registrato un disco e cantato a New York (anche a settembre) e a Seattle, hai fatto un tour in Brasile, 4 in Russia e 5 in Ucraina (dove il 18 settembre hai cantato per il più importante festival Jazz del Paese): com’è stato confrontarsi con queste realtà macro, per te che provieni da un posto micro come la Valle Camonica? 

Sono esperienze straordinariamente appaganti, difficili da affrontare ma appaganti. Quando si nasce in provincia, il fatto di riuscire a farsi conoscere almeno un po’ per ciò che si scrive e canta in luoghi così lontani e difficili da raggiungere (la scena di New York è strepitosa ma difficilissima da “penetrare” e il pubblico russo e ucraino splendido ma esigentissimo) è una soddisfazione veramente impagabile. E poi tutto ciò che ho ottenuto è stato frutto di grandi sacrifici ma anche dell’impagabile aiuto di altri due camuni: Alessandro Ducoli, che da sempre si occupa dei testi delle mie canzoni, e Piero Villa, mio inseparabile ingegnere del suono che è venuto con me anche a New York per la registrazione del cd.

 Rimanere a vivere in Valle Camonica è comunque funzionale, per te che devi spostarti spesso, oppure è un limite? 

La scelta di vivere in Valle Camonica è assolutamente voluta! Ormai, per fortuna, esiste internet e la comunicazione con il resto del mondo è diventata molto più semplice e a costi bassissimi. Da casa mia mi sento quasi tutti i giorni con il mio boss che sta a New York e ho contatti con musicisti e giornalisti da tutto il mondo. Il nuovo master per la ristampa di Insanology (il mio primo cd), che verrà fatta negli Stati Uniti, non l’ho neppure dovuto spedire via posta ma l’ho caricato direttamente sui server della ditta che lo stamperà negli USA. Per il resto, tolto qualche problemino per arrivare all’aeroporto di Malpensa che è sempre più irraggiungibile (a volte mi ci vuole di più ad arrivare lì che nella nazione dove sono diretto) e qualche coda sotto le gallerie, vivere in Valle Camonica credo abbia ancora i suoi vantaggi per qualità della vita, costi non elevatissimi e ottimi rapporti tra le persone. Dopo aver girato tanto, come ho avuto la fortuna di poter fare, ho imparato ad apprezzare la terra dove sono nato. Mi rimane un unico sogno che spero di poter realizzare prima o poi: comprarmi un piccolo appartamento a New York e passare lì parte dell’anno. Ma per il momento mi accontento di casa mia sul lago d’Iseo.

C’è qualcosa che ti fa arrabbiare, per esempio il modo in cui oggi viene considerata la musica o gli artisti oppure il poco spazio che in Italia viene concesso alla creatività?

Ormai non mi arrabbio più, l’ho fatto già troppe volte in passato. Mi fa solo molta tristezza constatare come sempre più spesso l’arte venga considerata un “diversivo”, qualcosa per passare il tempo, qualcosa di poco produttivo se non addirittura una perdita di tempo. Credo che in una nazione come la nostra, che è riconosciuta in tutto il mondo per la qualità della sua arte e dei suoi artisti, sarebbe fondamentale riconoscere all’arte ed agli artisti un valore maggiore, ed attuare “poliche virtuose” volte a promuovere ogni forma d’arte. Ho avuto modo di girare parecchio e mi rendo conto quanto a noi manchi spesso la capacità, e forse anche la volontà, di considerare l’arte come un qualcosa di cui si potrebbe vivere.
Del resto, ciò che ci distingue dagli animali, è proprio la capacità di fare arte. Sennò, il rischio, diventa quello di preoccuparci solo di risolvere i nostri bisogni primari: ti pare?

 

 

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Comments
One Response to “Un artista internazionale – Intervista con Boris Savoldelli”
  1. alessandratrevisan87 ha detto:

    il loop spacca – sempre -.

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