Una valigia piena di… Erasmus

La nostra mèta non è di trasformarci l’un l’altro,
ma di conoscerci l’un l’altro e di imparare a vedere e
a rispettare nell’altro ciò che egli è:
il nostro opposto e il nostro completamento.
H. Hesse

Da una decina d’anni raccolgo nell’agenda (quest’anno rossa) tutto ciò che mi succede di positivo dopo ogni giornata. Evito invece di riportare le esperienze negative. Da una parte perché non voglio rileggerle e dall’altra perché ho la tendenza a ricordare di più ciò che mi lascia l’amaro in bocca. La sensazione più grande quando sfoglio le pagine degli anni esteri è rivedermi lontana, così forte e così fragile nello stesso momento. Così decisa e così insicura in ogni momento. Sbalorditiva è la memoria vivida e nitida che mi accompagna appena rileggo pensieri ed esperienze vissute. Ricordo tutto e vengo risucchiata nell’attimo in cui ho provato quei dettagli: mi rivedo in tante sfumature e in paesi completamente differenti. Ma soprattutto sempre in compagnia di persone grandiose. La maggior parte dei pensieri che ho riportato nei miei anni di vita è accompagnata dalla loro presenza.
Ed è così, per me… La vera meta di ogni viaggio compiuto e di ogni terra solcata è sempre stata ed è tuttora la conoscenza di me stessa e del prossimo. Difficile sfida ma anche grande soddisfazione. Spesso.
Non pesavo nemmeno cinquanta chili quando decisi di fare domanda per l’Erasmus. Credo di essere stata la seconda persona del piccolo paese di Pontelagoscuro a partire per quella esperienza: il primo è stato il mio vicino di casa, Filippo. Germania. Treviri (centro-ovest). Sentivo che mi mancava ancora qualcosa per masticare la lingua. Sentivo che rimaneva lì, incollata al quaderno a quadretti, in una lista ordinata di parole. Le mancava il Colore. Fu allora che decisi di fare domanda per l’Erasmus e fu una di quelle scelte che cambiò completamente i binari della mia strada. E anche la taglia dei jeans. Avevo ventuno anni, tante strade aperte, tante possibili decisioni e diversi impegni. Ho lasciato tutto, là. E sono partita, da sola. Ancora oggi ringrazio i miei genitori per avermi lasciata andare, nella piena fiducia in ciò che potevo fare ed essere. Da sola. Ho cominciato tutto con le mie mani e le mie spalle. Volevo mettermi in gioco e conoscere.
Sono partita con l’essenziale: quindici chili di valigia, più grande di me, dieci chili in uno zaino altrettanto enorme e una mole esagerata di sorrisi. Non prendevo l’aereo da diversi anni e guardavo tutto come una bambina. Aria inebetita e sorriso sornione. L’ostello ha soffiato la prima sensazione di libertà e di conquista: una mappa della città regalatami da una ragazza tedesca in camera con me. Fu allora che mi dissi «Non sarò mai sola».
Lo studentato e la prima volta in cui mi sono persa, con la cartina in mano, in un posto a me del tutto sconosciuto, con una lingua inizialmente ostica, a tratti incomprensibile. Ricordo che non ho pianto. Non l’ho fatto perché incoscientemente sapevo che sarei riuscita ad arrivare alla meta, prima o poi. Ricordo che la prima sera ho dormito con i jeans e il maglione: faceva freddo dentro e fuori. E che la prima persona che ho conosciuto, quando sono andata ad iscrivermi all’Università era di… Bologna. Fabio mi aveva guardata, un po’ spaesato e un po’ contento di aver trovato familiarità: da quel giorno siamo ottimi amici.
Ricordo che da lì… è stata un’instancabile raccolta di minuti stra-ordinari. Sono passati cinque anni da quella vita. Avevo deciso di scrivere, già allora, per non lasciare nell’aria ciò che mi stava aiutando ad aprire la mente, il mio mondo e la mia identità. Ricordo la prima volta in cui ho parlato tedesco, la prima volta in cui ho parlato francese, poi inglese, poi greco e giapponese, poi rumeno, poi polacco e ungherese, poi lettone e georgiano: tutte parolacce. Ogni giorno assaggiavo a morsi nuove culture, tradizioni, linguaggi e persone. Mi mescolavo a loro, mi coloravo di loro. Loro si coloravano di me. Cosa mancava? La volontà di imporre. Nessuno raccontava di sé e della sua cultura per convincere della propria superiorità od ostentarla. Ognuno ascoltava e condivideva. Ci ascoltavamo a vicenda: la musica, il pavimento, la birra tedesca e la cioccolata erano i must  delle nostre serate.
Una famiglia. La mia famiglia Erasmus, fatta da una decina di nazionalità senza frontiere. Avevamo deciso di chiamarci così: perché in fondo eravamo una vera famiglia. Unita dalla solidarietà di chi viveva e cercava ogni giorno di rendere le ore spensierate, nonostante le personali difficoltà. E aspettavamo la sera, dopo i corsi all’Università, per raccoglierci e raccontarci. Per ridere insieme e dire anche tante, tante cazzate.
Nella semplicità e curiosità – perché è di queste che la mia famiglia si cibava (con contorno di Kebap e Wurst) – abbiamo trascorso quasi trecentosessantacinque giorni insieme. E ogni giorno immortalava in sé la singolarità e l’irripetibilità di momenti interculturali. Scambio, confronto e risate.
E quanto ho viaggiato! Ho fatto i conti. In un anno ho visto dieci stati; ho dormito su una ventina di pavimenti coperta da qualsiasi cosa; ho ringraziato la Ryanair e i suoi voli regalati (ancora lo erano…); ho assaggiato decine di cibi diversi; ho abbracciato centinaia di persone; ho ballato con ogni parte del mio corpo; ho riso in dozzine di città e ho pianto.
Tanto.

La vita, anche quella Erasmus, non è solo spensieratezza come tanti credono. O almeno: non per me. Le difficoltà incontrate sono state parecchie. O almeno: per me. La solitudine è ciò che più mi ha abbattuta: raramente sono stata da sola, eppure in quei pochi momenti ricordo che piangevo. E mangiavo, porca vacca se mangiavo. L’inizio del soggiorno a Treviri è stato traumatico; i primi dodici giorni, incubi. La difficoltà di ricostruire tutto, dalla quotidianità alle amicizie, dallo studio in una lingua diversa al clima gelido: è stato il primo inverno che ho vissuto con la neve. Quella volta ero molto contenta…! La fatica di una lingua a volte ostile; la voglia di tornare a casa e sentire l’abbraccio di mia sorella; la mancanza di sole; la percezione di essere estranea in un contesto estraneo; la domenica mattina in biblioteca per usare internet e connettermi col mondo che mi mancava, la mia famiglia e gli amici. Ero partita senza pc, non avevo internet e nemmeno lo cercavo. Nel 2005 Mark Zuckenberg giocava con la playstation e intanto aveva fondato un social network: ma facebook non era ancora arrivato in Europa. Per organizzarsi, ci si trovava alla caffetteria universitaria. Per telefonare a casa usavo la cabina telefonica gialla, vicino al supermercato. E nonostante la mancanza di tecnologia supercelere sono sopravvissuta, ah? Bei tempi…
Ero arrivata con una macchina fotografica analogica e due rullini: la digitale era per me ancora uno status symbol e le migliaia di foto che gelosamente custodisco sono state scattate da loro, dalla mia famiglia. Mi sono fatta le ossa. Di questo sono convinta: sono cresciuta, mi sono modellata, ho rinforzato le mie spalle. Da sola e con l’aiuto di chi, con me, stava vivendo quella vita.
Mi rendo conto di aver vissuto una vita intera, in un anno. Sono stata travolta da una realtà speciale e irripetibile. A fine anno, uno dei tutor che ci aveva accompagnati nei mesi universitari, ci ha salutato commosso dicendo che nei suoi sette anni di esperienza non aveva mai visto un gruppo così unito e affiatato. E in quei momenti mi rendevo conto di quanto grande era l’affetto costruito di giorno in giorno con persone che fino a un anno prima vivevano realtà completamente differenti e abitavano a migliaia di chilometri da me o addirittura in continenti lontani.

Ogni anno, dal 2006, ci si ritrova almeno una/due volte: ogni occasione è buona per visitare un posto europeo diverso o festeggiare un nuovo evento. Non ci stanchiamo mai di organizzare per riunirci e viverci un po’. Ogni volta è come se fosse la prima: ridiamo come se non ci vedessimo da un paio di giorni, ricordiamo e ci raccontiamo a vicenda le nostre vite. Ovviamente sempre in tedesco, il nostro Erasmus Deutsch, la lingua che da anni ci permette di comunicare, a chilometri di distanza.
La vita scorre bulimica. Passano gli anni ed entrano in gioco importanti scelte: nella famiglia Erasmus siamo a quota due matrimoni e quattro convivenze! In Erasmus nascono anche loro e sono il vero frutto di contaminazione culturale, linguistica e umana. C’è chi come Dora (greca) e Yoann (francese) o Ilona (lèttone) e Borja (spagnolo) ha deciso attraverso compromessi di andare a vivere in un paese diverso per entrambi: il Belgio e il Regno Unito. Chi come Margareta (polacca) e David (tedesco) vive in Germania e torna a Poznan ogni mese.
A luglio volai a Budapest per il matrimonio di Nicole (canadese) e Daniel (ungherese): un altro splendido frutto di condivisione, la coppia vive a Londra. Quindici nazionalità riunite hanno festeggiato con balli e cibo popolari, urlandone la gioia. Quella per cui né dizionari né mediatori culturali sono necessari, perché universale.
L’anno scorso al matrimonio di Sophie (belga), una delle mie più grandi amiche, e Jailson (capoverdiano) erano presenti ventuno nazionalità diverse: autentica macedonia di colori, la cerimonia è stata celebrata in cinque lingue differenti sulle note dei Queen e dei Cure! Avevo pelle, mani e occhi spalancati dall’emozione: quel giorno mi ha regalato una delle esperienze più significative della mia vita. Ancora oggi ne porto i segni più belli… E sapete ciò che mi commuove di più da qualche mese?

Tra poco
io diventerò
Zia.

Ringrazio la mia famiglia Erasmus, in dettaglio:

Sophie, Aneta, Fabio, Olivier, Valentina, Dora, Yoann, Nicole, Daniel, Alessandra, Gosia, Jacek, Istvan, Goga.
Tanto di ciò che io sono, lo sono grazie a loro.

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Comments
8 Responses to “Una valigia piena di… Erasmus”
  1. Clèr ha detto:

    Non è un erasmus, è molto di più! sei il caso raro di studentessa che va in erasmus per studiare e non per discotecare a Barcellona :P

  2. iurimoscardi ha detto:

    Bellissimo articolo, ottimo per iniziare!

  3. Seba ha detto:

    Bel post! Adesso aspetto gli altri… ;-)

  4. Aneta ha detto:

    Chiarka…sto piangendo…sei una persona speciale, la mia grande sorella-Erasmus:-) buziaki

  5. Sei fatta di un’altra pasta. Complimenti :)

  6. chialla ha detto:

    GRAZIE a voi. che mi leggete e mi ascoltate!

  7. rosy ha detto:

    Credo che non avresti potuto rendere meglio un’esperienza così penetrante, ma basta far piangere chi ti legge!!!!

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