Una valigia piena di… lingua italiana

Quando la tempesta sarà finita,

probabilmente non saprai neanche tu

come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo.

Anzi, non sarai neanche sicuro

se sia finito per davvero.

Ma su un punto non c’è dubbio.

Ed è che tu, uscito da quel vento,

non sarai lo stesso che vi è entrato.

H. Murakami, Kafka sulla spiaggia

C’era una volta una studentessa italiana da Ferrara che si ritrovò tra una piccola cattedra e una grande lavagna verde di un grande liceo tedesco. In un piccolo paesino di quattordici mila abitanti, una piscina naturale e tanta, tanta… no, meglio: troppa neve.
L’anno precedente questa italiana aveva deciso di iscriversi all’Università di Bologna, camminando verso la didattica dell’italiano agli stranieri. Rimase folgorata. Ma data l’incomprensibile mancanza di un tirocinio che le permettesse di allenarsi nell’insegnamento, si candidò al bando di Assistentato Italiano MIUR (Ministero Italiano della Pubblica Istruzione) in Germania.
Tornava in Germania.
Dopo meno di due anni italiani e di nuove strade, eccola ripartire verso una nuova meta con due nuove valigie. Fucsia. Una era colma di libri per la tesi. Un lavoro sperimentale sulla letteratura migrante (filone letterario che raccoglie scritti prodotti da migranti provenienti da varie parti del mondo, che hanno scelto di utilizzare la lingua del paese in cui sono emigrati per esprimersi e farsi ascoltare) la accompagnò assiduamente per tutti i mesi teutonici: il fedele compagno di viaggio, spesso ostico, le toglieva il sonno, ma fu sempre e comunque amato.
Si era ritrovata ancora una volta in un contesto a lei completamente sconosciuto: non aveva paura, anzi la sua curiosità era incontenibile e collezionava idee. Dal primo giorno di scuola la studentessa italiana era stata risucchiata nell’entusiasmo genuino: ciò che la folgorò immediatamente fu la possibilità di usare il BAGNO DEI PROF. Fino a quel momento, nelle scuole, aveva potuto usare solamente bagni senza carta igienica e con pavimenti sporchi: quello le sembrava un paradiso.
Decise di stendere nero su bianco tutto ciò che avrebbe vissuto in quella scuola: sulla moleskine regalatale da Festivaletteratura2010 collezionò ogni attività, pensiero, incontro vissuti nelle aule e nei corridoi del Gymnasium Landsberg.
Le stagioni corsero bulimiche, l’inverno passò gelido dentro e fuori ma nonostante tutto la studentessa italiana si alzava col buio delle cinque di mattina nella trepida attesa di arrivare a scuola e riempirsi di loro: i ragazzi erano la sua salvezza e la sua spensieratezza. Imparò dai loro sorrisi e dall’entusiasmo che respirava in classe, insegnò loro la sua lingua e la sua cultura, collaborò con docenti bravissime che la riempirono di stima e fiducia, portò un po’ della buona Italia (quella ancora sana) cercando di scardinare clichés e stereotipi. E sorrise. Quanto sorrise e quanto giocò con i ragazzi!

Tim le insegnò a fare gli origami, Paula le portava sempre nuova musica tedesca, Florian la salutava con un abbraccio in corridoio, Adrian, sporco fino alle orecchie, le offriva il panino alla nutella: ad Anne, la studentessa italiana aveva insegnato a scrivere con la calcolatrice “SEI BELLO” e Paul aveva scritto alla lavagna “Chiara ti voglio bene”. Suggeriva nei compiti in classe, insegnava parolacce italiane, ne imparava di tedesche; aveva annotato tutti gli aspetti positivi (e quelli meno piacevoli) della scuola tedesca; il rispetto per l’ambiente e il senso civico dei ragazzi la rendevano felice. Si era completamente immersa nella realtà scolastica di quel paese, voleva tornare e far sentire la propria voce per cambiare alcune prospettive nella scuola italiana. Ci credeva. Si credeva capace di essere ascoltata.
Dopo l’anno scolastico a Landsberg, i quaderni della studentessa italiana erano unti di inchiostro ed esperienze. Tornò in Italia in treno: ventidue splendide e lunghe ore di viaggio. Con sé aveva una lettera scritta a penna da Tim. Aveva immagini, foto e disegni regalati dai suoi studenti; portava a casa l’ammirazione e la stima da parte delle sue colleghe, coltivate con pazienza e impegno durante le ore di scuola; sorrideva alla fiducia che la sua tutor e le altre docenti avevano posto in lei, sentimento che le sarebbe stato prezioso e necessario per il resto della sua vita; si sentiva meticcia e piena di nomi teutonici, smiley, ricordi e giochi; custodiva gelosamente la soddisfazione di aver regalato un po’ di italiano a ragazzi curiosi di imparare e parlare la sua lingua. Era orgogliosa di loro.
Era tornata a casa con un’altra famiglia. Adottata dalla scuola e soprattutto da quei ragazzi che ogni giorno le condivano le giornate con sorrisi, urli ed entusiasmo.
La prof.ssa Burkhardt aveva provato a telefonare tre volte al Ministero dell’Istruzione tedesca: la preside e le docenti di italiano erano decise a richiedere la studentessa italiana per un altro anno. Non glielo permisero.
Ancora oggi la studentessa italiana riceve notizie e mail dalle colleghe e dai suoi ragazzi. La prof.ssa Burkhardt le ha recentemente scritto: «Quest’anno non avremo un assistente italiano. Ma forse è meglio così: Tu sei cresciuta nei cuori dei ragazzi talmente tanto che chiunque fosse arrivato ora al Liceo Landsberg avrebbe avuto difficoltà nel costruire un rapporto con loro. Manchi».
Eppure, tornata in Italia, aveva percepito tanta fretta ed impazienza. In pochi l’hanno ascoltata e in pochi l’hanno capita.
Ma forse, come le insegnò un maestro, era lei a non essersi spiegata.

Chiara ringrazia tutti i docenti e i 170 ragazzi che con lei hanno studiato italiano per la splendida esperienza e l’indimenticabile affetto ricevuto ogni giorno al Gymnasium Landsberg. Ogni persona che la studentessa italiana ha incontrato rimarrà incollata nella sua memoria. Senza soluzione di continuità.

Chiara rivolge un ringraziamento particolare alle due classi settime (11 anni) con le quali ha conosciuto sorrisi e divertimento genuini. L’utilissima parola “portapepe” (chiodo fisso di Adrian), i cibi di carta e polistirolo costruiti da Mareike e Jill rimarranno impressi nel cuore e nel sorriso di Chiara.  

 

 

 

 

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Comments
2 Responses to “Una valigia piena di… lingua italiana”
  1. Seba ha detto:

    «[…] sei cresciuta nei cuori dei ragazzi talmente tanto che chiunque fosse arrivato ora al Liceo Landsberg avrebbe avuto difficoltà nel costruire un rapporto con loro.»

    Ma non l’ho già letta da qualche parte? Ma sì, tipo nella definizione di “Lasciare il segno” dello Zingarelli. No, forse non era lo Zingarelli. Devoto&Oli? Treccani? Mah?!?

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