“Racconti dell’albero rosso” di Massimiliano Russo

Racconti dell’albero rosso di Massimiliano Russo (Editrice Zona, Arezzo, 2011, 96 pp), trentasei brevi racconti divisi in tre sezioni (Dentro, Vetro, Fuori), appare così legato alla visione dell’autore da risultare, al primo impatto, incomprensibile. I racconti sembrano essere capitoli di una storia difficile da decifrare, in cui ognuno vale per sé; inoltre, i titoli (per esempio La banana di patata, La triste storia di una spalla malvagia, Lucifero o Miggiore) assumono un senso solo dopo la lettura.
Tuttavia, sotto la patina surreale si cela una rigorosa adesione all’oggettività interiore di ogni personaggio che non snatura l’impianto complessivo dell’opera, comunque totalmente antirealistico. L’autore mantiene credibilità all’interno di una struttura narrativa che di oggettivo ha ben poco: consigliabile, per il lettore, sospendere volontariamente l’incredulità (secondo il consiglio di Coleridge).
L’enigmatica prefazione cela il “patto narrativo”, necessario per la definizione di un vero dialogo tra scrittore e lettore. Russo parla di un avventuriero (il lettore stesso?) che “dopo due giorni e otto notti giunge alla grotta Cherubina”(p. 3). L’incipit non è più chiaro nei passi successivi, dove il monito al viandante si fa messaggio di speranza: “Se cerchi senza la presunzione di chi vuol dare e cambiare alle cose il nome, forse troverai nuove domande” (p. 3).  La prefazione si conclude con la resa dell’avventuriero, che – poco fiducioso – non entra nella grotta (l’esperienza della lettura?): forse l’autore vuole suggerire di non osservare il testo con la sterile lente del critico ma di assimilarlo senza pregiudizi.
Il viaggio comincia in assenza di riferimenti spaziotemporali: i racconti sono piccoli quadri sospesi in una dimensione quasi indefinita. Nudo e gli uomini nel tempo ha qualcosa delle Cosmicomiche calviniane, potrebbe essere collocato nella più remota antichità ma anche in un futuro lontano; Tenente a rapporto tratteggia la miseria umana di un uomo di terza età che non ha rinunciato alle illusioni della conquista sessuale ed è disposto a rendersi ridicolo pur di gonfiare il proprio Ego (un tema decisamente attuale); Premio speciale al vile operatore scende nella sterilità della vita quotidiana resa impersonale dalla Tecnica. L’assenza di riferimenti spaziotemporali (quindi l’impossibilità di collegare rigorosamente vicende a luoghi e tempi conosciuti) è uno dei pregi del libro, metamoderno in un periodo in cui la letteratura stagna nel già detto.
La scrittura di Russo è un dialogo con l’assurdo, un tentativo della frustrata ragione umana di trovare un compromesso con l’irrazionale nella comprensione della realtà. Questo tacito accordo però fallisce, relegando la ragione ad un angolo oscuro e lasciando campo alla visionarietà dell’autore: il carico emotivo ed irrazionale, unito alla precisione nel rendere parola anche la pulsione più insondabile dell’animo, fa di alcuni brani frammenti di notevole spessore.
Racconti dell’albero rosso non si lega ad alcuna tradizione letteraria. Russo scrive (spesso bene) senza preoccuparsi di canoni estetici preconfezionati: ha la propria verità da dire e lo fa come ne è capace. Il risultato può soddisfare o meno: senz’altro spinge verso una direzione sconosciuta che per i più è difficile da accettare. La struttura narrativa tradizionale è generalmente violata; tuttavia, l’assurdità delle scene e l’anarchia delle invenzioni narrative rischiano di essere un’arma a doppio taglio perché, se moltiplicano i collegamenti metatestuali, trascinano il lettore in un vortice di stimoli emotivi difficilmente organizzabili.
È indubbio il gusto per un divertissement quasi gaddiano, usato come collante per tenere insieme un quadro privo di un’oggettiva ragion d’essere ma anche per dare migliore fruibilità alla durezza di alcune trovate. Si tratta di letteratura con un rivestimento paraletterario, come se l’autore, conscio di avere qualcosa di importante da dire, lo facesse dapprima senza prendersi sul serio e poi andando coraggiosamente in profondità. Ogni racconto è infatti permeato dal crollo di ogni certezza, che a livello narrativo si traduce nella pura descrizione, nell’utilizzo del parlato e nella scarsa coerenza sintattica, quasi elevando la soggettività ad unico mezzo conoscitivo. Per Russo il racconto sembra essere esperienza di “qualcosa”, non importa se reale o immaginario.
Riuscire a dare tinte letterarie a scene di vita quotidiana apparentemente prive di attrattiva estetica rende il libro un’ideale definizione contemporanea della letteratura. In Maria è il suo letto, per esempio, l’ausiliare identifica la bambina (trascurata dai genitori) con il giaciglio in cui passa la propria giornata. Inoltre, simbolo e mito hanno centralità assoluta: la Prefazione, Andy lo zombie, Quei fiori racchiudono un segreto da cercare nell’esperienza dell’autore ma anche nella forma mentis che ogni essere umano porta con sé dalle origini. L’acqua, la luce, l’aria sono elementi di un messaggio non comprensibile razionalmente e che necessita di strumenti diversi da quelli comunemente letterari per essere compreso. Ogni racconto nasconde un messaggio, multiforme ma totale: al lettore la scelta di coglierlo oppure no. L’opera è infatti informale soltanto in apparenza: attraverso la narrazione di vicende quotidiane l’autore dà la propria visione del Tutto sperando, come ogni scrittore consapevole, che qualcuno la pensi come lui.
Uno dei temi centrali della raccolta è il dolore, visto come incapacità di comprendere l’assurdità del reale. Le imposizioni di una società poco attenta al singolo pesano su molti personaggi. Per esempio, il guscio di Nudo e gli uomini nel tempo è la corazza dello stato sociale, che protegge chi la indossa solo da ciò che è umano, mentre in Un tipetto superficiale colui che accetta lo squallore quotidiano è destinato a diventare inferiore all’uomo.
Altro tema fondamentale è la misera sopravvivenza quotidiana. Il bambino con il solco scuro sotto l’occhio sinistro, Il modo di Henrie, Ricordi, La sirena dell’ambulanza sono legati a momenti banali che però, vissuti da un protagonista, diventano finestre sul Tutto.
L’amore, infine, è visto in diversi modi: come dissertazione quasi metafisica (I due specchi) o come vicenda totalmente umana (La storia d’amore più triste del mondo, a detta di un passante ignorante); spesso, però, con un velo d’amaro assurdo che ne smorza il patetismo e rende crude le vicende.
La scrittura di Russo è quasi catartica e la tripartizione del libro sembra suggerire la necessità di passare da una visione interna (Dentro) ad una onnicomprensiva (Fuori) attraversando un diaframma che le separa (Vetro). Nonostante a volte sia difficile individuare il filo rosso che lega i racconti, l’autore raggiunge il risultato della letteratura d’oggi, slegata da ogni vincolo formale e contenutistico: accattivarsi il lettore e spingerlo alla meditazione sui grandi temi che la quotidianità spesso nasconde ma che non riesce ancora a cancellare, sempre più legati all’individualità e mai come oggi bisognosi di nuova oggettivazione.

Info anche su: http://www.massimilianorusso.it/

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