Cartolina dalla…Svizzera

Cartolina dalla... Svizzera

Nuova cartolina, nuovi passi, nuova vita.
Sempre in viaggio, con la penna e le parole, Sebastiano Marvin scrive da Losanna, Svizzera.
Buona lettura  e… buoni pensieri.

CORTESIA D’ASCENSORE

Prima di tutto devo fare un’ammissione: sono extracomunitario. Ma non uno di quelli di cui Gabriele Del Grande racconta le storie su Fortress Europe, quelli che rischiano la vita per sfuggire a un orrore o per inseguire un sogno. Abito nel Paese delle banche e del cioccolato. O del coltellino svizzero, se preferite. E nel mio Paese sono piuttosto i comunitari a essere mal visti dall’estrema destra.


Föra da i ball
La Lega dei Ticinesi, per esempio — partito amico della Lega Nord di Bossi, come si può intuire dal nome — è nemica dichiarata dei tanti italiani che ogni giorno varcano la frontiera per venire a lavorare in Ticino (c’è sempre qualcuno più a sud di te, come si è già fatto notare più volte al Senatur). A Ginevra, invece, il Mouvement Citoyens Genevois se la prende con i frontalieri francesi che ogni giorno vengono a “rubare lavoro” nella città delle grandi banche private, dell’ONU e dell’OMC. Mentre a Zurigo, capitale economica della Confederazione, i tedeschi che dalla Germania scendono per stabilirsi sulle rive della Limmat, dove i salari sono più alti, vengono spesso visti come pericolosi colonizzatori dalla cui invasione bisogna difendersi prima che sia troppo tardi.
Ma se la Svizzera non è così bella come i nazionalisti la dipingono — con le montagne innevate, gli chalet, i cani San Bernardo e le caprette che fanno ciao a Heidi — non è nemmeno così chiusa come gli stessi partiti estremisti vorrebbero che fosse. Dopotutto alle ultime elezioni nazionali, l’ottobre scorso, più dei 2/3 dei cittadini non hanno votato per i partiti che portano avanti discorsi anti-stranieri. E anzi, ci sono piccole realtà che dimostrano come si possa benissimo vivere in un mondo pieno di sfumature colorate, invece di barricarsi dietro agli invalicabili muri di un mondo in bianco e nero senza toni di grigio.
Ad esempio a Renens, comune della banlieue ovest di Losanna, dove abito da diversi anni, la popolazione ha deciso alcuni anni fa di dare il diritto di voto agli stranieri che vi risiedono. Il motivo è semplice: in questa zona dove gli affitti sono un po’ più bassi rispetto al centro città, più della metà della popolazione non è di nazionalità svizzera. E una maggioranza di cittadini con diritto di voto ha pensato che a prendere le decisioni non dovesse essere solo una minoranza, ma tutta la popolazione, stranieri compresi. Insomma, chi vive in un comune dovrebbe sempre poter prendere le decisioni riguardo al suo futuro, indipendentemente dalla sua nazionalità. O, se preferite, “Vivre et voter ici” (Vivere e votare qui), come recita lo slogan della recente campagna che ha cercato — senza successo, per ora — di estendere il diritto di voto per gli stranieri a tutto il Cantone.

Nazioni e bandiere
Io in questa banlieue ci vivo da ormai nove anni. Non è un posto di assoluta e perfetta integrazione — non penso esista al mondo un posto del genere — è però sicuramente uno dei tanti esempi che dimostrano come la convivenza di culture diverse sia possibile. E al di là delle varie lingue che si sentono parlare per la strada, il segno più evidente del fatto di trovarsi in un quartiere multietnico non è certo l’insicurezza ambiente. Direi piuttosto: le bandiere che durante i Mondiali di calcio o le Olimpiadi tappezzano i balconi dei palazzi. Bandiere dei Paesi partecipanti, bandiere di Paesi che non si sono qualificati, bandiere di Paesi che non esistono ancora o che non esistono più (come la bandiera dell’ex-Unione Sovietica che alcuni miei amici nostalgici hanno appeso al loro balcone). Inutile dire che uno degli esempi più belli di cosa vuol dire vivere qui sono sicuramente stati i Campionati Europei di calcio del 2004.
Una delle più grandi comunità di stranieri presenti in Svizzera, e in particolare a Losanna, è quella portoghese. E durante gli Europei del 2004, che si disputavano quell’anno proprio in terra lusitana, a tratti ci si poteva credere a Lisbona. Ad ogni vittoria della squadra di casa si formava un carosello di auto per le strade, le piazze si riempivano di gente festante, la gioia contagiava un po’ tutti, anche a chi del calcio non poteva fregare di meno. Il Portogallo arrivò meritatamente in finale, dove affrontava una Grecia non particolarmente bella da vedere ma sicuramente molto efficace. E poi, colpo di scena: la squadra di casa perde 1-0 e i greci vengono consacrati campioni d’Europa. Il sogno finisce, la delusione si dipinge sulle facce della gente incredula. Ma per le strade di Losanna, la festa continua.
La festa dei greci, ovviamente. Ma anche quella dei portoghesi. E soprattutto quella delle molte altre persone che, partita dopo partita, hanno assistito passivamente allo spettacolo che veniva inscenato sotto casa loro. E quella sera, quell’ultima sera in cui era possibile prendere parte a quella cosa collettiva che si era lentamente creata in modo spontaneo per le strade, a bloccare il centro città c’era un insieme colorato di bandiere e persone che non aveva nessun motivo di trovarsi lì, se non la voglia di vivere fino in fondo quello stranissimo sentimento d’appartenenza che aveva continuato a crescere per giorni. Non eravamo tutti portoghesi, né tantomeno tutti greci. Eravamo semplicemente tante persone che in un momento particolare della nostra vita ci siamo trovati quasi per caso a condividere un’esperienza di festa insieme.
L’integrazione penso passi anche da questo, dalla capacità — di indigeni e stranieri — di aprirsi a condividere un’emozione semplicemente per il fatto di trovarsi a viverla insieme ad altre persone, nel posto in cui tutti si vive, senza sentire il bisogno di chiedersi da dove quelle persone siano arrivate, dove siano cresciute, quale storia si portino dietro.

Il prezzo della convivenza pacifica
Noi svizzeri, quattro lingue e quattro culture che da secoli convivono più o meno pacificamente insieme — guerre di religione fra cattolici e protestanti a parte — amiamo vederci come un Sonderfall, un caso particolare, tanto da crederci ogni tanto come un modello di quello che potrebbe o dovrebbe essere l’Unione Europea. Dopotutto siamo una Willensnation, una nazione che si definisce solo grazie alla volontà di essere tale, non potendo contare su di un’etnia o su di una lingua unica che ci accomuna tutti. E l’Europa in fondo si trova un po’ nella stessa situazione: abbiamo la necessità di unirci per affrontare insieme il futuro, in un mondo sempre più globalizzato, ma allo stesso tempo facciamo fatica a trovare qualcosa che ci unisca veramente.
Bisogna però secondo me parecchio relativizzare, riguardo alla situazione della Svizzera. Per cominciare, il nostro Sonderfall non ha niente di così particolare, in fondo. Solo per fare un esempio, c’è un altro Stato, federale anch’esso, che di etnie e di lingue diverse ne fa convivere più di 250. Si tratta della Nigeria, uno degli Stati africani politicamente più stabili negli ultimi decenni (fino a qualche giorno prima di Natale, perlomeno, quando ho scritto questo articolo). Ma non è certo l’unico caso al mondo. Secondariamente, non sono poi così sicuro che ad unirci ci sia veramente questa forte volontà di stare insieme. Anzi, ho sempre più l’impressione che, per molti miei compatrioti, essere svizzero significhi prima di tutto non essere tedesco, non essere francese o non essere italiano. I movimenti nazionalisti di cui parlavo all’inizio sono lì a dimostrarlo. Come tutti i movimenti di questo tipo sfruttano molto il concetto d’identità nazionale, e in questo caso l’identità nazionale passa soprattutto da ciò che non siamo, da ciò che ci rende differenti dagli altri Paesi, non da ciò che accomuna uno svizzero francese a uno svizzero tedesco, da ciò che unisce le quattro culture del Paese.
In definitiva, credo che la migliore definizione in assoluto di ciò che realmente siamo la dia Fabio Pusterla, poeta fra i più importanti del panorama letterario italiano contemporaneo, che ne “Il Nervo di Arnold” descrive le nostre quattro culture come quattro sconosciuti in ascensore: ci si saluta molto cortesemente, si parla del più e del meno, del tempo che fa fuori. Poi ognuno scende al proprio piano, senza che nessuno si interessi più di cosa facciano gli altri durante la giornata.
I
n Svizzera abbiamo impiegato più di 700 anni per arrivare ad ignorarci molto cortesemente in un ascensore. In Europa riusciremo a fare di meglio? Riusciremo noi giovani europei a costruire qualcosa di meglio, se non per noi per i nostri figli o nipoti? Voi cosa ne pensate, o lettori di Generazione Rivista?

Sebastiano Marvin ama scrivere, raccontare e condividere storie. Dopo un BA in Scrittura Letteraria all’Istituto Letterario Svizzero di Biel/Bienne segue ora un MAS in Cultural Management al Conservatorio della Svizzera Italiana. Vive fra Losanna e il Ticino, scrive e lavora a diversi progetti culturali. Il suo sito è FogFactory.net.

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