Cartolina da…Losanna

STORIE E PENSIERI IN LINGUE STRANIERE

Se c’è una cosa difficile da imparare, sono le lingue straniere. Prima di tutto perché dietro a una lingua si nasconde sempre anche una cultura. Poi perché in genere la scuola si limita a farcele studiare, le lingue, senza farcele veramente maneggiare. Ma soprattutto, perché il nostro modo di pensare è profondamente legato alla lingua che usiamo per farlo. E cominciare a pensare in una lingua straniera è qualcosa a cui, forse inconsciamente, il nostro cervello in un primo tempo si ribella.

 La prima volta

La prima lingua straniera con cui ho dovuto confrontarmi è stata il francese. Penso di averci messo un paio d’anni a sentirmi veramente a mio agio nel parlarla. Almeno quattro per cominciare a perdere l’accento italiano che ti segue ovunque. La cosa più difficile, quando si impara una lingua straniera, non è la grammatica. E nemmeno i verbi irregolari, le declinazioni tedesche o i phrasal verbs inglesi. La cosa veramente difficile è convincersi che l’unico modo per parlare in un’altra lingua è di pensare in quella lingua. All’inizio si impara in fretta. In un modo o nell’altro, le prime frasi, i primi vocaboli, trovano facilmente posto nella nostra memoria. Ma poi le cose si fanno improvvisamente più complicate. Ci si accorge che non basta più affiancare la parola “apple” alla parola “mela”. Alcune strutture, alcuni modi di costruire le frasi, non hanno un equivalente in italiano, tanto per cominciare. Mentre alcuni vocaboli non corrispondono esattamente a un vocabolo della nostra lingua madre. O non corrispondono a uno solo di essi.

 Parla come mangi

Per capire meglio cosa intendo, pensate al cibo. Siamo sicuri che “cheese” in inglese abbia lo stesso significato di “formaggio” in italiano? Certo, sempre di formaggio si tratta.  E finché ci fermiamo al formaggio inteso come cibo, forse sì, ci basta questo. Ma se andiamo un po’ più a fondo e consideriamo il formaggio come parte di una cultura, quello che la parola “formaggio” richiama nella testa di un italiano non è sicuramente uguale a quello che richiama nelle testa di un inglese. Fidatevi, sono svizzero, sono cresciuto a raclette e fondue.
Ci sono parole ed espressioni che semplicemente non sono esprimibili e forse nemmeno pensabili in altre lingue. Per chi parla uno dei tanti dialetti italiani, forse è più facile vederlo nella relazione fra il dialetto e l’italiano. Nel mio caso, per esempio, non è certo difficile trovare delle espressioni in dialetto ticinese di cui si può “spiegare” il significato in italiano, ma che non si potranno mai “rendere” in italiano.
In ambito letterario, Daniel Pennac esprime bene il concetto nel suo libro “Le dictateur et le hamac” (“Ecco la storia” in italiano). L’autore a un certo punto si interroga sul fatto che i suoi traduttori dubitino che “la fenêtre”, “la janela”, “das Fenster”, “the window” o “la finestra” indichino esattamente la stessa cosa, dal momento che «aucune n’ouvre sur le mêmes bruits ni ne se referme sur les mêmes musiques», «nessuna si affaccia sugli stessi rumori né si richiude sulle stesse musiche».
Ecco, imparare una lingua straniera all’inizio sembra limitarsi ad analizzare il vetro e il legno con cui la finestra è costruita. Capire come si apre, se il meccanismo è simile a quello che conosciamo, oppure completamente diverso. È solo quando si alza lo sguardo e si guarda fuori che ci si rende conto che non è così.

 Inglish is not my maver tong, yu noo 

L’altro grande gradino da superare è quello dell’accento. Ci sono persone che parlano perfettamente un’altra lingua, ma che non riusciranno mai a togliere il loro accento italiano. O francese, spagnolo, inglese che sia. Il suono di una lingua è fatto di movimenti, di posizioni della bocca e della lingua che impariamo a controllare da bambini. Da adulti, di fronte a una lingua straniera, dobbiamo quasi ricominciare da capo. Dimenticare per esempio la “R” italiana per imparare quella inglese, associare un nuovo suono alla “ü” tedesca, capire che “J” in spagnolo e “ch” in tedesco si assomigliano, ma non sono uguali.
In un certo senso è un po’ come se arrivassimo su un pianeta in cui tutti camminano sulle mani. Ti abitui alle usanze, ti integri alla perfezione, ma per comodità continui ad appoggiarti sui piedi. E se a un certo punto decidi di voler cancellare le tue origini terrestri, imparare a camminare sulle mani come tutti — e soprattutto farlo con disinvoltura, come se l’avessi sempre fatto — ti ritrovi davanti a una sfida difficilissima, nonostante tu ti sia magari da subito adattato alle nuove regole sociali e per te sia ormai diventato normale abbassarti fino a terra per stringere la mano a qualcuno. Dopo quattro anni passati a limare un accento che non riuscirò mai a cancellare del tutto, mi sono però convinto che finalmente parlavo francese. E a quel punto, perché fermarsi? Il mio tempo per un’altra lingua. E oltre. Una scuola di scrittura in una lingua che non era la mia lingua madre.

 

 

 Scrivere e cantare in un’altra lingua 

È più o meno così che è iniziata la mia avventura all’Istituto Letterario Svizzero di Biel/Bienne, città bilingue situata sul confine linguistico fra Svizzera francese e tedesca. Una scuola bilingue francese-tedesco, in cui ognuno — di regola — scrive nella propria lingua madre, ma segue corsi anche nell’altra. Per finire ho potuto scrivere anche in italiano, oltre che in francese. Ne ho approfittato per migliorare il mio tedesco. Mi sono abituato a capire un po’ il dialetto svizzero-tedesco. E comunque, in quell’ambiente plurilingue, dove nelle pause si discuteva in un strano misto di lingue, alla fine si è scritto anche in inglese, spagnolo, arabo, rumeno, si è tradotto per gioco un testo dal finlandese al tedesco e al francese. E da questo melting pot linguistico ne è anche uscito uno dei libri svizzeri di maggior successo degli ultimi anni, “Sez Ner”, di Arno Camenisch, pubblicato originariamente in versione bilingue (tedesco e romancio) e ora tradotto in diverse lingue, fra cui l’italiano. Ancora adesso, questo miscuglio linguistico mi accompagna. Ogni settimana mi trovo in un modo o nell’altro ad usare almeno quattro lingue, alcune in modo più attivo, altre passivamente, leggendo articoli, libri, guardando film e documentari. Alcune le parlo più di quanto le scrivo, altre viceversa. E parte di questa situazione si è condensata fra le altre cose in un progetto musicale con canzoni in tre lingue, dove gli idiomi si mescolano spesso all’interno di una stessa canzone.
Quando si scrive in un’altra lingua non si raccontano le stesse storie. Non le si raccontano nello stesso modo. Non si mettono in scena gli stessi personaggi. Ma anche senza mettersi a raccontare storie, semplicemente utilizzando una lingua per comunicare con altre persone, non si ragiona esattamente nello stesso modo. Non è certo passando da una lingua all’altra che Dr. Jekyll si trasforma in Mr. Hyde, la cosa è molto più sottile, ma alcuni ragionamenti li costruisci in modo diverso, senza rendertene veramente conto.

 

 

Emozioni per cui non esiste una lingua

Confrontarsi con una lingua straniera ha qualcosa di magico. È prima di tutto un confronto con se stessi. Poi con un’altra cultura, con un diverso modo di pensare e di vedere le cose. Parlare un’altra lingua è come cambiare guardaroba. Abituarsi a camminare dentro ad altre scarpe, o a piedi nudi. Si diventa più sensibili ai cambiamenti di terreno, ci si accorge dell’umido della rugiada o del ruvido dell’asfalto. In un certo senso, credo che chi non ha mai provato ad esprimere quello che prova in una lingua diversa, una lingua che conosce meno bene, non sa veramente quello che prova dentro di sé. Dovendo spiegare le proprie emozioni in una lingua che non è la propria, si è costretti a semplificare al massimo, ad andare all’osso dei propri sentimenti, a trovare esattamente quale corda si è messa a vibrare. Per poi rendersi conto che forse, per le emozioni più forti, non abbiamo le parole per descriverle. Non nella nostra e in nessun’altra lingua al mondo.

Durante un viaggio in Sudafrica, mi sono trovato un giorno a parlare con un autista di minibus conosciuto a Port St. John’s. Nonostante lo conoscessi solo superficialmente e da pochissimo tempo, ci trovavamo particolarmente a nostro agio insieme. E forse il fatto di essere in viaggio da solo da diverso tempo ha fatto sì che in quel momento fossi più propenso ad aprirmi rispetto al solito. A un certo punto gli ho chiesto cosa avesse provato la prima volta che ha potuto votare, dopo la fine dell’Apartheid, dopo la fine di tensioni inimmaginabili e che sembravano senza fine — se vi capita, andate all’Apartheid Museum di Johannesburg o leggete “Country of my skull” di Antjie Krog (“Terra del mio sangue”, in italiano), autrice tra l’altro di lingua Afrikaans, che ha però scritto il libro in inglese. Cos’hai provato quando ti sei finalmente reso conto che tutto quell’incubo era finito, gli ho chiesto, cos’ha cancellato quella semplice scheda infilata nell’urna? Mi ha guardato, mi ha sorriso, ha guardato altrove, ha mosso le mani nell’aria, si è asciugato una lacrima, mi ha sorriso di nuovo, ha preso un profondo respiro, come per svuotare un discorso che teneva dentro, si è bloccato, come se dovesse cercarlo, da qualche parte, ha chiuso gli occhi, ha fatto una faccia seria, ha scosso la testa, ha sorriso di nuovo guardando nel vuoto, ha ripreso fiato, mi ha fissato, guardandomi negli occhi per un tempo infinito e poi ci ha rinunciato. Non mi ha detto niente. Si è girato ed è andato a sedersi al volante. Non so se stesse pensando in xhosa o in inglese. So che per esprimere quell’emozione, un’emozione di anni di lotta e di orrori — da entrambe le parti — concentrata in un piccolo gesto come quello di esprimere finalmente il proprio voto in un Paese libero, non ha trovato parole. Ecco, per certe emozioni non esistono lingue che possano descriverle. Altre volte, il fatto di non trovare parole per poterle descrivere, ce le fa provare di nuovo. Più forti.

 

Sebastiano Marvin ama scrivere, raccontare e condividere storie. Dopo un BA in Scrittura Letteraria all’Istituto Letterario Svizzero di Biel/Bienne segue ora un MAS in Cultural Management al Conservatorio della Svizzera Italiana. Vive fra Losanna e il Ticino, scrive e lavora a diversi progetti culturali. Il suo sito è FogFactory.net.

 

Si ringraziano Alestart & Trainspotter90 per le immagini di questo articolo: www.deviantart.com

 

 

 

Annunci

scrivici che ne pensi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • Lettori

    • 80,790
  • Archivio

  • Iscrivendoti potrai leggere gli articoli appena postati, i commenti fatti, le immagini pubblicate.

  • La rivista e l'intero materiale presente su questo sito appartengono ai loro legittimi proprietari. Le opere possono essere trasmesse purché siano segnalati gli autori e non sia a scopo di lucro. Tutto quello che viene scritto nella rivista e sul sito è espressione individuale del suo autore. Le immagini utilizzate sono sempre degli autori di generAzione e dei suoi collaboratori, dove non indicato sono state prese dal web ricercando immagini in CC e prive di copyright. Se vedi un'immagine che ti appartiene contattaci subito e la toglieremo.

    Creative Commons License 2013 - generAzionerivista
  • Creative Commons License

    Ebuzzing - Top dei blog - Letteratura Ebuzzing - Top dei blog - Cultura