Cartolina da Aix-en-provence

mare

Sorrido mentre mi commuovo, ringraziando le parole e gli occhi di Diana, amica e giovane studentessa ora Erasmus in Francia, ad Aix-en-Provence.

Lasciatevi anche voi spettinare dal Vento…

Vista sul mediterraneo

Sono partito? Non vi giurerei di essere partito. Mi sono trovato in altri luoghi, ho visto altri porti, sono passato da città che non erano una in particolare, perché quella o questa città non esistono. Non posso giurarvi di essere stato proprio io a visitare altre terre e non il paesaggio, di essere stato proprio io a visitare altre terre e non esse a visitare me.
Impara ad apprezzare in ogni cosa non ciò che quella cosa è, ma i sogni che cagiona. Perché nulla è ciò che è, e i sogni sono sempre sogni.
La vita con tutti i suoi dolori e timori e sobbalzi deve essere bella e allegra, come un viaggio su una vecchia diligenza per colui che viaggia in compagnia (e la può vedere).
dal Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares (F. Pessoa)

Il mondo degli studenti universitari si divide in due grandi categorie: quelli che hanno fatto l’Erasmus e quelli che non l’hanno fatto. Io sono en train come dicono i francesi. Treno che, in tutta evidenza, sta finendo il suo percorso.
Quando sono partita, quattro mesi fa, non volevo partire. Avevo appena subito una forte prova dalla vita, e non sapevo se fossi stata in grado di affrontarne un’altra così istantaneamente. Avevo appena ricostruito un equilibrio che mi sembrava perfetto: studio e piscina, niente ragazzi intorno e tanti amici confermati e ritrovati. Non volevo partire. Ma partii comunque.
Arrivata ad Aix-en-Provence tutto mi sembrava piccolo e finto. Finto come ciò che non conosci, piccolo come le distanze che non conosci. Quando non conosci niente di un luogo ti sembra di dover conoscere già tutto, ma non puoi. Così ti perdi. E così cominciai.

La prima notte che passai nel mio appartamento – disponendo di alcune entrate eccezionali, decisi di permettermi un piccolo studio tutto per me, quegli appartamenti per studenti alla francese composti da una stanza più o meno grande con cucina scrivania armadio e un piccolo bagno – ricordo che decisi di tornare subito a casa. Ma mi guardai intorno, le mie valigie erano troppo pesanti per essere trasportate tutte nello stesso momento. La mia vita era lì impacchettata, adesso; l’unica via d’uscita era ridisfare la mia vita e riaggomitolarla in qualche modo, dividere arbitrariamente gli spazi cassetto per cassetto, con quell’ingenuità delle cose nuove, con quella nuova economia che rende quei semplici gesti decisivi ed epocali.
Non ricordo per quanti giorni le mie valigie rimasero intatte, ma poco alla volta donai un posto alle cose, ed alcune di loro credo di non averle mai spostate: alcune hanno fatto addirittura in tempo a prendere polvere.

Ricordo dei primi giorni

Non dire Erasmus finché non ce l’hai nel sacco. E finché non sai cosa significa non avere il dentifricio ed essere talmente sperduti da non ricordarsi di comperarlo. Appena trovai una farmacia acquistai un pacco da tre – come se non sapessi che i gusti possono cambiare, e in tre mesi non avrei avuto voglia sempre dello stesso dentifricio, e che non dovevo partire in guerra e probabilmente tre tubetti non avrei fatto nemmeno in tempo a consumarli – dalla voglia che avevo di lavarmeli. La prima volta che mi lavai i denti mi sentii una Persona. “Imparerai a badare all’essenziale” mi diceva qualcuno che ha più esperienza di me in fatto di trasferte. La prima volta che mi lavai i denti mi ricordai di quella frase.

I primi giorni ti senti scivolare. Sono arrivata in Francia senza sapere il francese per imparare il francese, senza troppi souci perché tutti mi dicevano che si impara in fretta, che per gli italiani è facile, che se hai studiato filologia romanza è una passeggiata. Ma niente di tutto questo era vero, e per un mese e mezzo continuai a chiedermi “Francese, non ti sembra l’ora di essere parlato da me? Perché non esci dalla mia bocca”? Mi sentivo scema come se fossi l’unica a non averne un’idea, e mi sembrava che il mondo degli studenti francesi fosse menzognero e infingardo quasi come quello dei medici: oh non è niente, in un mese torni a correre, in un mese tutti gli italiani parlano francese, una porzione al giorno e andrai che è una meraviglia, non preoccuparti se le parole non ti escono, se fai figure di merda, se fa un male boia, se parli al futuro al posto che al passato, se dici interrare al posto di interesse. In quei primi giorni in cui giravo per la città e per l’università tentando di scoprire le trame del mio destino nascoste dai veli di una lingua sconosciuta, mentre mi perdevo e credevo che non ce l’avrei fatta, mi resi conto per la prima volta di cosa fosse il mio corpo culturale. I miei studi di antropologia mi avevano fornita di un interessante bagaglio nozionistico sul termine cultura e dei rituali necessari per acquisirla. Mi saltavano alla mente le facce tatuate dei Masai e le dolorosissime inserzioni d’inchiostro thailandesi. I segni sul viso delle donne nelle tribù algerine; i termini illness, sickness, desease usati per descrivere i sintomi del mal du pays. E poi tanti altri ancora. Pelle. La cultura si scrive sulla pelle. Essere stranieri è come essere appena nati: la tua pelle è sensibile come quella di un essere appena venuto al mondo, ed ogni giorno gli elementi atmosferici e umani scrivono sulla tue pelle un pezzo di mappa che diventerà la tua mappa per orientarti in quella cultura.

Mistral

L’università di Aix-Marseille è molto grande e incasinata. Un enorme stabile con corridoi, stanze e uffici tutti uguali, dove gran parte della buona riuscita della tua condotta universitaria è affidata al tuo senso dell’orientamento, e già in questo partivo svantaggiata. Dopo una settimana di tentativi falliti di ricerca di corsi e dipartimenti ero fisicamente stremata e vittima di quella triste bolla appiccicosa di lacrime che i portoghesi chiamano saudade e greci chiamavano nostalgia: un sentimento di pancia, un richiamo delle tue radici recise che chiedono un terreno su cui riposare. Le mie lacrime erano in agguato, dolci e amare come il sapore della casa, e facevano capolino ogni volta che incontravo un sorriso. Un giorno decisi di andarmene a Marsiglia, distante una mezz’ora di autobus, per vedere il mare. E fu lì che incontrai lui, il mio primo e grande amico. Il Vento.
Fu subito amore: mi scompigliò i capelli con forza e io arrossii, i miei occhi si svegliarono e seduta davanti al vecchio porto decisi che avrei affidato a lui le mie radici, per il momento, che avrei smesso di piangere e non avrei più smesso di viaggiare.
Quel primo schiaffo benefico (il primo di tanti, giacché il Mistral ama questi luoghi, soprattutto per le donne che usano portare vestiti leggeri) mi aprì gli occhi su ciò che stavo facendo, e su cosa avevo davvero sotto ai piedi: un posto incredibile e abbastanza tempo per scoprirlo.

Marsiglia è una grande città di mare con strade scoscese e nodose che portano tutte al vecchio porto. È blu, ed è viva. Quando impari ad amarla, diventa materna ed è un piacere passeggiare lungo la Ganepière per arrivare al suo porto dove i forti di St. Jean e St. Julien ti accolgono in un abbraccio mentre, dall’alto, la Bonne Mère – la basilica di Notre Dame de la Garde, edificata su una collina che fu dapprima luogo di vedetta sul Mediterraneo, poi santuario meta di pellegrinaggi e infine, dall’11 settembre 1853, la Madonna protettrice dei marinai – custodisce silenziosa i tuoi sogni. Aix è un posto antico e irreale, pieno di luce e di acqua, dove nessuno ha mai fretta. Le strade sono minuscole e piene di negozi e assomigliano ai trenini giocattolo che usavano i bambini di una volta. Una piccola città piena di gente, dove è normale essere stranieri. La Provenza è un luogo di tradizione e insieme di frontiera (il sud e il continente, il Mediterraneo e l’Europa), di lavanda e corrida. Difficile resisterle.

“Sogna il sognabile” mi disse un’amica non appena sbarcai in Francia. Ancora non sapevo cosa fosse il sognabile; iniziai ad impararlo guardando i tramonti più belli della mia vita, assistendo dal vivo ai colori catturati da tutti i pittori impressionisti, calpestando i loro luoghi e copiando i loro pennelli con la mia macchina fotografica. Ancora di più, lo imparai guardando quei colori insieme a qualcuno, perché la bellezza, come la felicità, non è nulla se non è condivisa.

La lingua

Inizialmente la mia casa linguistica fu l’inglese. Mi sentivo al sicuro, safe, quando lo parlavo, era il mio territorio di approdo prima di scivolare sul francese che mi metteva a dura prova. Quando arrivi al secondo semestre ti devi arrangiare: non ci sono corsi di lingua per principianti ma solo di livello B1, e a me per raggiungerlo serviva un bel salto. Fu così che mi trovai in un corso frequentato da finti B1, me compresa, abbandonati al loro destino di naufraghi della lingua.
Ricordo che non appena mi ambientai all’università, cominciai a cercare eventi e conferenze per non abbandonare i miei interessi e sfruttare quel luogo accademico riconosciuto come il secondo migliore di Francia. Trovai un volantino che pubblicizzava una conferenza con un poeta algerino che si sarebbe tenuta quel giorno stesso. Perfetto! Entrai nella sala dove la conferenza era allestita a mo’ di tavola rotonda. L’incontro durò due ore e alla fine io ero l’unica rimasta ad ascoltarlo ad occhi sgranati: la mia espressione concentrata era dovuta allo sforzo che facevo per capire cosa dicesse, ed ero terrorizzata mi facesse domande scambiandola per espressione di estremo interesse…
Nel frattempo incontrando persone mi sentivo prudere dentro qualcosa. Dopo un mese passato a parlare inglese con francesi una sera una ragazza italiana che parlava francese meglio di me mi fece vergognare pubblicamente della mia pigrizia linguistica e mi obbligò a parlare in francese come una domatrice di circo obbliga una foca a camminare sulle zampe anteriori: il risultato fu che non vidi più quella ragazza, ma dentro di me decisi di abbandonare l’inglese e iniziare a ridere un po’.
Una volta iniziato a ridere, iniziai ad innamorarmi. E ad accorgermi, par contre, che quella che stavo parlando era una lingua coloniale.

Gotico murales

Sottoponendo la mia mente e il mio corpo a quest’esperienza, aprendomi alle conoscenze e ai legami e alle lingue, anche agli stereotipi; incontrando occhi buoni e rifugiandomi in essi senza condizioni, come solo chi deve approfittare del tempo che ha può fare, ho imparato molte cose su me stessa e sulla vita. Ho guardato quello che stavo costruendo qui, fragile e senza radici come le ninfee di Monet, ma altrettanto bello. Le persone che ho incontrato e che hanno vissuto questi mesi insieme a me, guardandomi nascere e cadere e imparare a camminare. Poi ho pensato ai miei amici in Italia, divisi tra due città che amo: Ferrara, la mia città natale, e Torino, la mia città di adozione. Ho pensato ai miei amici sparsi per il mondo e al mio amore che vive in una città lontana sull’oceano. Ho visto chi ero prima di questo, e la mia famiglia e le persone che non sono più su questa terra. Le persone morte, le persone vive, ciò che esiste e non esiste hanno un confine così sottile nella mente delle persone in viaggio, dove ciò che porti con te si fa sempre più immateriale, di porto in porto. Questo pensavo mentre guardavo la distesa di un Mediterraneo infinito dall’estrema punta della Camargue. Un mediterraneo di navi di diverso tipo. Pieno di vita e di morte. Un mediterraneo attraversato per consegnare i propri sogni a una Bonne Mère e che io stavo guardando da un’altra prospettiva. Pensando al popolo di cadaveri sotto il mare dipinsi nella mia mente un affresco gotico senza prospettiva, come quelli delle corti trecentesche dove le immagini non hanno gerarchia, e nulla viene dimenticato. Dove tutto convive nello stesso spazio senza convergere, senza prepotenza arroganza o prevaricazione, solo con il suo ruolo naturale nella vita, semplicemente presente, materico e inespugnabile. E che racconta la storia di tutto come i murales di Rivera. Pensando che solo così, attraverso la forza della coesione, dell’unione e la volontà di costruire più forte del mondo, la mia generazione possa resistere al déplacement.

Se le mie valigie non fossero state così pesanti, sarei tornata indietro. Ora ringrazio quelle valigie, e mi preparo a vivere quest’ultimo mese che come tutte le ultime cose sarà anche il migliore. Di quello che verrà dopo, sono preoccupata. Ma la vita mi ha portata fino a qui e mi porterà anche più avanti, e forse mi fermerò in qualche porto, prima o poi.

Grazie a Zi, Miguel, David, Loic, Markus, Emilie, Chiara, Robert, Matteo, Chiara, Henri, Sara, Estelle, Beatrice, Carlotta e a tutti i provenzali, gente di mare e di terra. Ai miei compagni erasmus passati presenti e futuri. À chacun son erasmus.

NB. Nel 2013 Marsiglia sarà capitale della cultura. Ora ci sono lavori in corso per renderla un posto spettacolare. Speriamo che non finisca il mondo perchè vale la pena vivere per andarla a visitare!

Comments
5 Responses to “Cartolina da Aix-en-provence”
  1. Diecon scrive:

    Bello!!

  2. Miguel scrive:

    Muitos parabéns!!

  3. Irene scrive:

    che brava Dianu :)

  4. dianaosti scrive:

    Reblogged this on PICKLE FACTORY blog.

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