Cento Quartine e altre storie d’amore – Patrizia Valduga e la stanza del gioco poetico

Patrizia Valduga ph©campanini-baracchi

Che cosa vi aspettate da una notte d’amore? Quali etichette pensate di mostrare, quali mosse segrete che non avete mai osato realizzare, quali paesaggi del vostro corpo scoprire e riuscire a intravedere?
Che biancheria indossare? Tanto la si toglie, ma meglio nera.
Che musica di sottofondo usare? Far partire I-tunes con il rischio di incappare in qualche brano imbarazzante che spezzi l’armonia del momento non se ne parla. Una playlist su misura? Forse troppo. Meglio jazz. O forse meglio niente.
Chissà cosa può pensare, lui o lei, di questi sciocchi retroscena. “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”, si chiedeva Raymond Carver nei suoi racconti minimalisti dove l’altro non esiste (o, meglio, esiste in tutta la sua alterità) e tutto succede fuorché gli atti d’amore e di tutto si parla fuorché d’amore, e sta al lettore scoprire  negli angoli nascosti della narrazione di cosa si parla. In questa raccolta avviene esattamente il contrario: le parole si trasformano in atti, e viceversa, regalando al lettore una visione interna ed esterna.

Tutto accade in una stanza, in quattro mura: un uomo e una donna sono uno davanti all’altra, pronti al combattimento amoroso. La donna è la scrittrice. La stanza è la sua mente, dove l’incontro d’amore si trasforma in un teatro di parole e di carne, dove le voci ben distinte dei due amanti si alternano e dialogano durante l’incontro, in un andamento emotivo che segue il ritmo di una marea, di un’onda trasportata, schiaffeggiata e gonfiata dal vento.
Ma quel che accade è soprattutto poesia. La vita di Patrizia Valduga è intrisa di grande letteratura, il suo orecchio è portato all’ascolto della tradizione e della musica autentica: nei suoi scritti troviamo, infatti, un uso impeccabile e sensuale della metrica. Prima di Cento Quartine e altre storie d’amore (Einaudi, 1997), in cui sperimenta la quartina in versi endecasillabi, segna il suo esordio nel 1982 con Medicamenta, raccolta in cui fa uso di molte forme metriche tradizionali attirando l’attenzione dei critici. Questa sua peculiare attenzione alla metrica è una forma di amore per la tradizione e rispetto per la bellezza, ma anche e soprattutto una forma di dialogo e di gioco con essa. Ed è in questo discorso che si inseriscono le Quartine.

Come sei bello quando sei eccitato!
Come hai gli occhi più neri…
così neri: due nere notti che stanno in agguato
sopra i miei sensi, sopra i miei pensieri.

«Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
devi ascoltare i sensi solamente;
sarà un combattimento di guerrieri:
combatterà il tuo corpo e non la mente…»

(pagg. 5-6)

Così inizia il gioco, in primis d’amore. La donna ha in mano il discorso poetico, e la sessualità è filtrata attraverso i suoi sensi. In questo fluire di emozioni, tuttavia, la voce dell’uomo interviene necessaria e ineluttabile a bilanciare una poetica che tende verso una profondità oscura, verso una deriva interiore lontana. Il simbolismo del femminile e del maschile è trasformato in un sistema dialogico: quello che nella poesia tradizionale verrebbe reso attraverso metafore e figure retoriche di diverso tipo qui assume la forma dialogica come simbolo (la donna e il suo discorso amoroso complesso, la sua sessualità misteriosa e succube, le sue intenzioni non dichiarate da un lato; la sessualità maschile come triviale e nuda, che si eccita “a luci accese” e utilizza un linguaggio volgare dall’altro); il tutto vestito di perfetti versi alessandrini.

Cielo deserto, patria delle stelle,
feroce con la cenere e le ossa,
ho male dappertutto, anche alla pelle,
e sarà più feroce la riscossa.

Bisogna anche dormire amore santo…
«Ma sì, ma sì, adesso dormirai,
così, di fianco, se ci tieni tanto,
col cazzo nella fica. Dormi, dai.»

(pagg. 72-73)

Gli atti verbali sono atti carnali, e viceversa. Siamo così passati ad un secondo livello di lettura, ovvero quello della provocazione stilistica: l’autrice ruba ai “grandi” diversi frammenti, come questo appena citato dal Pascoli (Italy, canto XIII: “Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,/ cielo deserto. O patria delle stelle!”); o, ancora, da Catullo (Carme 5: “Da mi basia mille, deinde centum,/ dein mille altera, dein seconda centum,/deinde usque altera mille, deinde centum”; pag. 9 delle Quartine: “Baciami, dammi cento baci, e mille:/ cento per ogni bacio che si estingue,/ e mille da succhiare le tonsille,/ da avere in bocca un’anima e due lingue”).

L’autrice sembra chiedersi, attraverso questi “fuochi” mescolati ad un registro linguistico assieme delicatamente psicologico e sfacciatamente triviale, se sia ancora possibile fare Poesia dopo Montale. Lui, il grande italiano del Correlativo Oggettivo, ha portato via con sé l’uso delle figure retoriche e dell’intertestualità ed ha aperto una nuova sfida per la poesia italiana. Ecco che Valduga propone la sua soluzione alla crisi del verso, in cui è ancora possibile un gioco poetico, ma in queste condizioni: niente maschere se vogliamo perdere l’identità.

In questa stanza che non ha più uscita,
come stormisce il sangue, e al suo stormire
è il mio turno di vivere… di vita…
Io so che sai che cosa voglio dire.

«So solo quello che mi basta a stento
per non sprecare i battiti del cuore,
perché sapere, sappilo, è un tormento:
è sempre chi più sa che ha più dolore.»

(pagg. 19-20)

Così la “stanza”, oltre che la mente dell’autrice, diventa anche stanza in senso musicale, poetico, diventa la piattaforma su cui parole e atti possono danzare al suono di una musica impeccabile, puntuale, che tutto lascia fluire come una marea, come le onde gonfiate dal vento.

Sono il mare di me, mugghiante in me,
e senza oriente, senza più occidente,
la mia matrice muove verso sé
e bagno le mie rive lentamente.

(pag. 42)

*

Due righe di biografia
Patrizia Valduga nasce a Castelfranco Veneto nel 1953. Dopo aver lasciato Medicina, si iscrive alla facoltà di Lettere di Venezia dove segue i corsi di Francesco Orlando (che fu allievo di Tomasi di Lampedusa), grazie al quale si avvicina alle teorie di Ignacio Matte Blanco, che avranno un’influenza sulla sua poesia e sul suo pensiero. Diventa traduttrice di nomi illustri: John Donne, Mallarmé, Kantor, Valery, Crebillion, Molière, Céline, Cocteau.
Se vi è  piaciuto questo testo, vi piaceranno anche, della stessa autrice: Medicamenta (Milano, Quaderni della Fenice, Guanda, 1982); Corsia degli incurabili (Milano, Garzanti, 1996); Prima antologia (Torino, Einaudi, 1998); Quartine. Seconda centuria (Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2001; che prossimamente recensiremo per questa rubrica); Lezioni d’amore (Collezione di poesia, Torino, Einaudi, 2004).

Copertina Patrizia Valduga

Patrizia Valduga, Cento Quartine e altre storie d’amore, Torino, Einaudi Collezione di Poesia, 1997 (173 pag., 13,50 €). La raccolta contiene anche il poema La tentazione e un monologo da Fedra di Racine.

Comments
One Response to “Cento Quartine e altre storie d’amore – Patrizia Valduga e la stanza del gioco poetico”
  1. rabuccia scrive:

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

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