Intervista al poeta Marco Saya

Marco Saya è musicista jazz, poeta e editore. Lo intervisto a casa sua, in una parte di Milano che non conoscevo: è uno dei giorni di primavera più belli finora concessi, fa caldo, c’è il sole e i fiori riescono a spuntare anche sugli alberi che vivono nel traffico. Ci accomodiamo in salotto, dove ci fanno compagnia un pianoforte, due chitarre elettriche (o forse una è un basso?) e un enorme gatto che si sdraia sul tavolo tra me e Marco e subito si addormenta.

Con la raccolta Situazione temporanea (Puntoacapo editrice, 2009) hai vinto il primo premio della critica al Premio Laurentum 2011 per la poesia on line. Cos’è un premio per la poesia su Internet?
È uno spazio per le poesie del web, attivo già da anni (nel 2012 si svolgerà la sesta edizione, info qui), che applica alle poesie le potenzialità della rete: da un lato i poeti possono diffondere i loro testi, dall’altro si crea una community che può votare le poesie ma anche − come un post − commentarle. Per partecipare, basta postare i propri testi; la selezione finale dei vincitori è poi affidata ad una giuria di nomi noti della poesia italiana (come Maria Luisa Spaziani, Maurizio CucchiDavide Rondoni).

Per far conoscere i tuoi testi hai scelto un blog: un modo per raggiungere più lettori oppure un tentativo di conciliare poesia e nuove tecnologie?
Il blog si inserisce nel fenomeno della poesia on line, che forse pochi conoscono: ci sono tantissimi autori (li definisco la “bit” generation) che diffondono in rete i propri testi da quasi vent’anni. Se i primi siti del genere servivano solo a diffondere i propri testi, oggi l’interazione tra chi scrive e chi legge è molto più sviluppata, e tra questi autori on line quelli che hanno una scrittura capace di distinguersi, di caratterizzarsi − non parlo di scrittura bella o brutta ma con un suo stile − stanno avendo riconoscimenti anche dalle strutture istituzioni accademiche. E questo è un segnale importante, l’avvicinamento di due mondi. Tornando a Internet, sono sicuro che nei prossimi anni la rete darà le cose migliori perché è il luogo dove tutti si possono confrontare apertamente e liberamente: si dice che le persone qualificabili come poeti siano, in Italia, tra le 150 e le 200; ma sono molti di più, e molti hanno tra i 25 e i 30 anni. Sono questi, soprattutto, che usano il web per i loro lavori. E se, come dicevo, inizialmente Internet era solo un’immensa vetrina, ora si stanno sviluppando efficaci filtri qualitativi costituiti da altri utenti appassionati, capaci di individuare gli autori che qualitativamente valgono di più.

Il sottotitolo del tuo blog è “raccolta antologica di poesie edite in ordine sparso (1997-2012)”: quindi riproponi solo testi che hai già pubblicato. Come mai?
Perché un editore mi ha chiesto un’antologia dei miei testi e, per selezionarli, ho scelto di proporli al pubblico per tastarne il gradimento (la classifica finale delle preferenze la trovate qui). La cosa curiosa è che le poesie che piacciono di più ai lettori sono quelle che la critica e i concorsi considerano meno.

Leggendo alcuni dei tuoi testi on line, emerge una tua idea di poesia come linguaggio semplice, senza retorica (la poesia “ogni tanto ti chiama,/ non sempre./ è inutile rincorrerla,/ come se provassi/ ad afferrare al volo una mosca”, Poesia). Anche il contenuto è molto semplice, quasi quotidiano: Milano, la metropolitana, il traffico. È così? Come mai?
Anche tra i poeti c’è una certa ansia da prestazione, per cui bisogna scrivere almeno una poesia al giorno come se contasse solo la quantità. Io non ci credo, si rischia di ripetere il già detto cambiando solo i termini usati sostituendoli con dei sinonimi: magari rimango a lungo senza ispirazione, e poi all’improvviso mi viene in mente una scena o un personaggio e in un attimo butto giù la poesia. In ogni caso, preferisco una poesia semplice e discorsiva, spesso con un pizzico di ironia amara. La mia scrittura poetica si è avvicinata molto alla prosa: se inserisco una metafora, sarà semplice e comprensibile; invece, le cose che scrivevo anni fa erano più tecniche, più ricercate, cercavano l’effetto.

Per quanto riguarda Milano, è una città a cui sono molto attaccato e nelle mie poesie compare spesso: negli ultimi anni, però, è cambiata molto e in peggio, e anche il mio modo di parlarne è cambiato; inoltre, ora preferisco altri argomenti più “alti”, metafisici o fiosofici.

Dietro a questa semplicità mi sembra però che a volte nascondi una critica a un certo presente degradato: la precarietà, la vita che ha perso dignità, gli arricchiti. Ma anche una Milano che, espandendosi, esporta traffico e inquinamento.
Come dicevo, rispetto al passato Milano è cambiata molto e molto in peggio: ora è sempre illuminata a giorno da migliaia di luci e di lampioni, mentre una volta la nebbia ti avvolgeva in una dimensione più intima. È una città che mi spaventa, ha perso il silenzio e anche le persone sono peggiorate: vivono male, sono nevrotici. Nei miei testi critico spesso, e aspramente (usando però l’ironia) il progresso e la tecnologia imposti, causa di tutto ciò.  Anche dal punto di vista culturale le cose sono peggiorate: Milano era una città che aveva spazi culturali. Oggi, invece, si fa cultura fuori dalla città, nell’hinterland: piccole realtà dove, però, la cultura è valorizzata, con i sindaci in prima fila agli eventi culturali. Il fatto è che, anche sul versante culturale, Milano risente di una dispersione paurosa di energie causata dal concentrarsi eccessivo di iniziative in pochi luoghi famosi a discapito di tutti gli altri, poco valorizzati.

Sei musicista jazz: la musica ha influito sulla tua poesia?
A volte sì: ho scritto, per esempio, un concerto in minuscolo punteggiato in cui ho usato una misura del tempo poetico molto simile alla battuta dello spartito musicale. Oppure, mi capita di scrivere una frase che sta perfettamente in una misura musicale, facendo combaciare verso poetico e battuta musicale. Più in generale, usavo spesso il ritmo franto e sincopato del jazz traducendolo dalla musica alla poesia; oppure, ero influenzato da musicisti, come Giorgio Gaber, di cui riprendevo ironia e musicalità. Negli anni ho però perso questi riferimenti, anche se suono ancora la chitarra: ultimamente, accompagno spesso autori che leggono durante i loro reading letterari.

Nelle ultime tre edizioni (2009, 2010, 2011), due volte il Nobel per la Letteratura è andato a un poeta: Herta Müller  e Tomas Tranströmer (di cui abbiamo parlato anche noi, in questa rubrica, qui). È segno di un rinato interesse per la poesia o non credi sia importante?
In parte è casuale; inoltre, erano parecchi anni che un poeta non vinceva il Nobel, e questo ha influito. Tranströmer, per esempio, era già papabile per il Nobel da parecchi anni: lo apprezzo molto, con lui è stata premiata la poesia semplice, molto lirica. Speriamo solo che ora non passino altri decenni prima di vedere premiati altri poeti.

Parliamo di Marco Saya Edizioni, dedicata “prevalentemente alla poesia”. Perché fare libri di poesia? La poesia, alla fine, si vende poco o tanto?
La casa editrice è appena nata (qui il sito): non farà solo poesia perché ci sono troppi competitors (anche se sto valutando manoscritti di poeti giovani, legati a correnti o scuole ma spinti alla ricerca personale), quindi stamperemo anche narrativa (soprattutto racconti) e saggistica varia. Mi piacerebbe fare libri dedicati ai musicisti jazz e alle loro tournée musicali o abbinare ai nostri libri di poesia un cd di musica come colonna sonora. Nel primo anno stamperemo pochi titoli, 7-8, e punto molto sulla qualità dell’editing.
La poesia, in Italia, vende poco: secondo me, però, potrebbe vendere molto più delle 1000 copie considerate oggi un traguardo di tutto rispetto. Basti pensare ad un’autrice come Antonia Pozzi, riscoperta e venduta al grande pubblico: un vero successo, considerato quanti oggi la conoscono. Se si volesse, la poesia potrebbe vendere molto di più: invece, in Italia i poeti si comportano come un gruppo ristretto, chiuso su se stesso, e questo non aiuta a far conoscere le loro opere. Concludo dicendo che per un piccolo editore, poi, le cose sono ancora più complicate: la grande distribuzione è troppo cara, quella on line troppo lenta e i media non aiutano perché danno spazio sempre ai soliti volti.

*

Due righe di biografia
Marco Saya 
è nato a Buenos Aires nel 1953 e dal ‘63 risiede a Milano; è musicista jazz, scrittore ed editore. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo Situazione Temporanea (Puntoacapo Editrice, 2009) e Murales (Arca Felice, 2011); è presente anche in numerose antologie. Situazione Temporanea ha vinto la XXIV edizione del premio Nuove Lettere a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli (2010) e la X edizione del Premio Carver (2010) ed è stata premiata al Concorso Laurentum 2011 per la poesia online con il primo premio della critica. Il suo blog, Poesiaoggi, lo trovate 
qui.

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Comments
6 Responses to “Intervista al poeta Marco Saya”
  1. poesiaoggi ha detto:

    Grazie, ottima sintesi!

  2. Io sono meno fortunato di Marco, non so suonare e sono stonato, a me piace scrivere poesie, è vero che in rete molti si esercitano e pubblicano di tutto, prosperano gruppi e siti poetici, a differenza del leggere ed acquistare libri (va di moda farsi stampare un libro di poesia e poi chi ha i mezzi ne fa promozioni in varie parti d’Italia)
    Credo che la qualità vera sia da ricercare col lanternino, spero che chi esercita in questo campo faccia le cose per benino e non punti a stampare di tutto per poi mandare al macero tanti libri e poi prendere lo stesso i finanziamenti.
    Spero che Marco metta in atto quelle qualità essenziali e gli auguro un in bocca al lupo ed un buon lavoro!

    • poesiaoggi ha detto:

      ma sai suonando jazz anch’io non sono così fortunato ( è sempre una musica di nicchia ) e poi sono stonato anch’io! :-) Venendo alla poesia penso che ci sia per tutti molto lavoro da fare, ovviamente per chi vuole tentare di fare un’attività di ricerca, scelta e caratterizzazione della medesima senza farsi prendere ” dalla stampa facile”. Ci provo, anche perchè credo nella buona poesia che c’è, ci vuole solo un pò di pazienza e un’accurata lettura. Grazie!

  3. anna maer ha detto:

    Apprezzo la poesia e gli aforismi di Marco Saya, mi manca ascoltare la sua musica jazz. Utile l’intervista per ampliare la conoscenza dell’uomo poeta con le sue riflessioni e progetti. La scrittura coinvolge chi la ama.

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