L’India di Gozzano, poeta esploratore

Verso la cuna del mondo

«È desolante l’ignoranza di chi muta d’improvviso venti gradi di latitudine senza qualche studio preventivo»
Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo, pag. 13

Guido Gozzano si ammala, ha qualche disturbo causato dalla tisi che si ritrova in molti artisti dal Settecento ai primi del Novecento. Un must dei poeti. I suoi più cari amici e i dottori decidono che deve curarsi, prendere una pausa e cambiare aria. Lo spediscono in un posto che così salubre, nel 1912, non è, tra umidità e caldo afoso, ma lui è affascinato da tutte quelle parole orientali, dai ghirigori sui palazzi, dalla cultura profonda dell’Asia. Parte per l’IndiaCi sono ancora gli inglesi, è una colonia, il suo viso bianco fa un certo effetto e l’anglomania, come la chiama lo stesso poeta, è quasi un malanno. Indiani che sembrano inglesi ovunque.
Si diverte, inizialmente, girovaga per il Colle del Malabar, si lascia rapire dal macabro e brutale rito funerario alle Torri del Silenzio (i cadaveri dei Parsi più ricchi vengono lasciati appesi a gabbie dove gli avvoltoi li divorano), fa molte domande, è curioso. Non mancano descrizioni di gaffes anche piuttosto divertenti (e divertite, Gozzano non la manda a dire, se necessario): «Ma non sapete che l’ingegnere è cugino in sesto grado col Maharayalo del Travancore, Razza Lunare, capite, discendente da Rama […] Chi poteva fiutare il sangue lunare in quelle sembianze semplicemente lunatiche?» (pag. 63).
Questa terra lo lascia spesso a bocca aperta, altre volte lo sconforta. Come a Natale, quando immagina la neve in Italia e le lenticchie, mentre invece è a Ceylon, immerso nelle palme, con le scimmiette che entrano dalla finestra e la servitù che prepara frutta. Si domanda molte cose, ma una in particolare: questa terra mi piace? Mi affascina? Questa India è quella che ho letto nei romanzi?
Ed è dal capitolo 3, Goa: la Dourada, che inserisce brani di altri poeti e storie non sue per raccontare ciò che vede. Sono in parte lettere di un poeta che parla di poesia, questo Verso la cuna del mondo, pubblicato dai Fratelli Treves nel 1917, poi ripreso nel 1998 da E.D.T.; ma è anche un testo di viaggio, un diario, una raccolta di appunti, una serie di articoli di giornale (apparsi dal 1914 al 1916 su La Stampa e altri quotidiani).
«L’Oriente è pieno di città che furono. Ma risalgono a millenni, nella notte delle origini buddiche e bramine, ce le fa indifferenti l’abisso del tempo, della razza, della fede. La nostra malinconia ritrova invece a Goa lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, chiese del Cinquecento e del Seicento: una vasta città che ricorda a volte una via di Roma barocca o una piazza dell’Umbria» (pag. 24).

Clicca sull’immagine per vedere i luoghi in cui è stato Gozzano

Gozzano vede nell’India qualcosa che, in fondo, non esiste: ha in mente immagini che ha letto sui libri e usanze che conosce dall’Italia, non perché le ha vissute direttamente. Non è un cronista preciso, racconta in versi prosastici ciò che vive nella sua lunga e forzata vacanza (si capisce ad ogni riga che chi sta scrivendo è un poeta), scrive di ciò che ha letto nei libri italiani e francesi dedicati al grande continente e spesso si sorprende di quanto poco sia vero quello che vede, come se fosse l’India ad avere la colpa di non essere come la descrivono: «tocco l’ultimo limite della delusione, sconto la curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia, dall’arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono come se non siano state mai!» (pag. 26).
Insomma, Gozzano «dice di essere stato in un luogo perché di quel luogo ha letto» (dalla postfazione di Alessandro Monti). Ma, a parte questo, il poeta fa una lunga gita nelle città principali (come indica la cartina qui sopra) e si sofferma come ad occhi chiusi su tutto ciò che è densamente metaforico: gli spiriti, l’aria, le fiamme sul Gange, la sacralità animale, il puzzo in strada, il dharma, il rispetto, l’onore e l’onere, la donna, la sensualità. Tutto ciò che lo colpisce e lo spinge a scrivere impressioni non esiste al tatto, non esiste neppure in Occidente, ed è da un lato alienante e dall’altro intenso, profondo, stancante. Evidente il fil rouge con la sua poetica crepuscolare.
I riferimenti ai poeti e alla poesia sono fitti, talvolta ci sono intere parti dedicate a chi gli ricorda l’India e il suo esoterismo: un sonetto di De Heredia ricopiato per intero (pag. 30), il poema di Camoens ritrovato in buone condizioni durante il viaggio (pagg. 21 e 30), la leggenda in versi di Madama Angot (pag. 72), il poeta Kalidasa, il richiamo all’arte e alla poesia durante gli eventi mondani tipici degli anglo-indiani. Soprattutto le riflessioni, spesso amare, su quanto è diverso il mondo fuori dai propri schemi e dai propri versi; domande ancora attualissime: «le primavere, dunque, le estati, gli autunni, gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura, della musica europea, non sono che il prodotto d’una latitudine − tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo come divine ed immortali» (pag. 35). O ancora: «Poesia! Io penso a una qualche attrice nostra che comparisse dinanzi al nostro pubblico e avesse la crudeltà inaudita di infliggergli un canto di Omero o di Virgilio; il nostro pubblico il quale − confessiamolo una buona volta − s’annoia mortalmente a sentir sillabare, sia pure da dicitori sommi, il non remotissimo Dante. Ora è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattromila anni or sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso» (pag. 57). I poemi di “tremila o quattromila anni or sono” a cui fa riferimento sono gli antichi testi di letteratura Vedica e successivi che, per secoli, hanno influenzato (ancora tutt’oggi) opere di fantasia, leggende, comportamenti religiosi, tradizioni e ruoli nella società e gruppi di caste.
Gozzano quindi riconosce, seppur forse senza averne mai letto una riga, le grandi differenze tra poesie: ciò che in Italia è innegabile, in India non significa nulla. L’Inferno dantesco, la corsa alla conoscenza di Ulisse, il duello tra Achille ed Ettore: parole, storie; in India ce ne sono altre (spesso simili, e altrettanto antiche, quasi sorelle) e ogni preconcetto va eliminato. È ancora più chiaro, in queste righe, quanto il nostro poeta sia affiatato con le Mille e una notte e Salgari: «Mi divide da essi una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso, la fede opposta. L’occidentale, che ritorna in India, non riconosce più la sua cuna» (pag. 58).

Verso la cuna del mondo si conclude con numerose immagini appassionate, in particolare un evento storico che Gozzano, come altri a causa della retorica nazionalista e di un imperialismo dominante, travisa completamente: il massacro di Cawnpore (Kanpur), a seguito del Grande Ammutinamento del 1857. Cittadini dell’Impero, indiani, che si ribellano ai loro dominatori e uccidono soldati, ufficiali e le loro famiglie rintanate nei forti. Non furono semplicemente gli inglesi a morire, ma le donne inglesi: un attacco all'”uomo bianco” trasformato in una strenua difesa di donne martiri e bambini biondi e bianchissimi. Insistente il riferimento al selvaggio indiano, al fardello dell’Occidente e alla memoria viva di chi ha provocato il danno. È una visione, ovviamente, da collocare nel suo contesto storico, nell’Impero forte che deve però scontrarsi con i nazionalismi indiani e la decadenza di qualunque altro impero coloniale di un certo peso. L’intero capitolo arriva addirittura a far storcere il naso tanta è la retorica di guerra: «Siamo perduti! − s’odono grida femminili, − siamo perduti!»; «Ricordatevi che quelli erano turchi e bramini e che noi siamo cristiani!» e qualche rimando che dal 1998 tutti i fans del Titanic riconosceranno: «L’orchestra! L’orchestra continui a suonare».  Immagini troppo fervide, uno splatter d’altri tempi e uno stile che ricorda il D’annunzio legato al fascio.

*

Due righe di biografia
Guido Gozzano nacque a Torino nel 1883 e qui morì nel 1916. Sebbene iscritto alla Facoltà di Legge, preferì frequentare i corsi di letteratura, tenuti allora da Arturo Graf − il quale, oltre che nelle regolari lezioni riservate agli studenti, era impegnato anche in pubbliche conferenze nelle aule universitarie. In quegli anni diventò uno dei più importanti esponenti della Società della Cultura. Ritenuto l’iniziatore della poesia crepuscolare (con altri poeti come Govoni e Corazzini), è conosciuto soprattutto per le raccolte La via del rifugio (1907) e I colloqui (1911). Nel 1907 gli venne diagnosticata una forte lesione polmonare, sintomo di una tisi inguaribile che lo portò alla morte.

Lettere dall'India

Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India, Torino, E.D.T., 1998 (160 pag., 11,50 €)

Comments
2 Responses to “L’India di Gozzano, poeta esploratore”
  1. piero sgobba scrive:

    dirti che sei bravo e mi piaci cio che scrivi e stato superato per me sei il migliore perchè colpisci il mio cuore Grazie

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