Per venire bene in fotografia basta star fermi. E noi siamo proprio bloccati…

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Francesco Targhetta c’est moi: parafrasando questa famosissima frase di Flaubert potrei esprimere ciò che mi è rimasto dopo la lettura del suo Perciò veniamo bene nelle fotografie. Va detto però, innanzitutto, che al di là della facile immedesimazione si tratta di un libro di alta qualità letteraria: l’autore non sfrutta una situazione di vita (o, meglio, una condizione esistenziale) per scrivere un libro polemico o solo documentaristico (anche se il tono rimane accusatorio), ma per un romanzo in versi dove lo spessore letterario è ben avvertibile. Innanzitutto nella forma: i versi non sempre rimano e non hanno mai identico numero di sillabe (come pretendere isosillabismo e rime baciate nel Ventunesimo Secolo?), ma non mancano rime interne, rimandi, ripetizioni, consonanze (a livello tecnico) e immagini ricreate con una certa potenza evocativa (a livello contenutistico) che non possono essere tacciate di pressapochismo. Il tutto per servire al lettore un contenuto noto ma sempre nuovo: il precariato; descritto, ed è questa una delle qualità migliori del libro, con immagini, linguaggio, situazioni, paragoni quotidiani senza farli risultare banali, scontati o men che meno finti.

Più che moi, Francesco Targhetta però c’est nous. Leggendo il suo libro, difficilmente un lettore giovane, italiano, laureato – come me – arriverà alla fine senza sentirsi coinvolto in nessuna delle progressive delusioni del protagonista (non a caso, il titolo vuol dire che “Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie”: non perché siamo belli, ma per l’immobilità forzata che ci contraddistingue). Il protagonista, poiché non si tratta solo di documento, è e non è il suo stesso autore: come lui proviene dal Nord-Est, come lui è dottorando in Storia a Padova, come lui vive con alcuni più o meno improbabili coinquilini nella città patavina, tra serate alcoliche, pizze da asporto, prove di un gruppo musicale e traffico metropolitano. Ma sono proprio queste caratteristiche a consentire a chiunque di rispecchiarsi nel protagonista, e semmai i dettagli (i nomi delle vie e dei bar, la facoltà frequentata, il nome del docente relatore) servono solo a dargli la concretezza necessaria a renderlo credibile. Racconta il periodo finale dei suoi studi in Storia con tutti gli annessi e connessi: prima la vita coi coinquilini, i confidenti delle sue snervanti ansie quotidiane (tutti sulla stessa barca); poi la frustrante ricerca di lavoro e riconoscimento, ostacolata da uno dei tanti baroni dell’Università italiana (perché “il tuo futuro, qui, non è concepito”) – che gli preferisce la dottoranda, donna e mechata, che a quanto pare però manco gliela dà – e dalla desolante situazione attuale del nostro Paese (dopo qualche supplenza si ritrova a far la fila per il sussidio di disoccupazione). Partendo dalle situazioni concrete della vita di tutti i giorni l’autore costruisce quasi un’orgogliosa epica in tono minore, dove lui e i suoi amici sono i cavalieri senza macchia del Nuovo Millennio, assediati dalla mancanza di stimoli, di soldi, di riconoscimenti e dalla depressione per un futuro incerto. Sono eroi per il semplice fatto di riuscire a sopravvivere al traffico di una città che, seppur di provincia, si crede più di ciò che è; all’improbabile cibo e ai pessimi alcolici comprati a poco prezzo; alla padrona di casa e alle sue offensive («780 euro di affitto, pagate:/ nessun altro, a Padova, sappiate,/ spende poco come voi»,/ il che ci sembra un viscido ricatto”) senza la minima traccia di regolarità fiscale; a un mondo del lavoro che per forza prima o poi (soprattutto poi) ti inghiotte e ti rende uguale a chi disprezzi. Ecco perciò le serate senza senso, a tirar mattina stordendosi in posti improbabili o da amici portieri d’hotel che rubano grappa; oppure le prove del gruppo musicale, con le canzoni ormai impotenti per fuggire dalla realtà; o, ancora, l’amico Teo costretto – dopo anni di precariato – ad un lavoro infame: nuovo quadro delle risorse umane con il compito di licenziare (ma almeno questo gli dà un’entrata fissa, una casa, la possibilità di sposare Anna, continuando a sperare – in modo sempre meno ingenuo e sempre più finto – che qualcosa migliori). Ma “così/ va la vita, cioè/ male”: e per una promozione, un traguardo raggiunto, si può brindare solo con vino scadente e a poco prezzo, mentre le vacanze si riducono a fugaci weekend a casa dai genitori per mangiare a scrocco qualcosa di decente, vergognandosi della necessità che costringe a far finta di non considerarli come l’unica salvezza economica ancora possibile. Anche a trent’anni.

Trent’anni vissuti, come detto, da eroe in tono minore. E, forse, colpevole è anche il protagonista, come colpevoli siamo stati tutti quando, tra gli anni Ottanta e Novanta, abbiamo abbracciato entusiasti il nuovo consumismo dell’apparenza veicolato dalla tv. Eravamo bambini, ma Holly e Benji e Bim Bum Bam – uniti alle merendine del Mulino Bianco, alle caramelle Haribo, alle Big Babol, alle crocchette – ci hanno irretiti e inconsciamente forgiati a una nuova mentalità, più docile e adatta ad accettare di tutto. Fino al desolante deserto attuale, che taglia le gambe – con le prospettive – ai migliori tra le “nuove leve” di domani. Dove anche un assegno di disoccupazione è un miraggio, come un lavoro che duri più di una manciata di mesi. E allora si diventa cinici, sperando che l’insegnante sostituito come supplente abbia qualche improvvisa ricaduta di salute (anche se i ragazzi non imparano più niente, neanche se spiegato con passione); ci si augura un’imminente rivolta proletaria che lanci sassi e mozzi teste, limitandosi nel frattempo a immaginare inutili scritte spray sui muri che non si faranno mai e quindi non insulteranno nessuno.

Di positivo, nella vicenda del protagonista − raccontata sempre con ironia amara e a tratti grottesca (accentuata dal ritmo spezzato dei versi, che spingono a una lettura lapidaria e concreta, a volte cupa ma sempre lucida, come ha dimostrato lo stesso autore ad una presentazione cui ho assistito) −, non c’è nemmeno l’amore perché Mara, di cui ci fa capire che è innamorato, è più un’amica storica che non ci sta, nonostante a volte sembri provocarlo raccontandogli del suo attuale flirt. Viste le premesse, e dopo aver letto il libro, difficilmente ci aspetteremmo che il protagonista – a differenza dell’ex coinquilino Los, emigrato in Belgio per un dottorato – non lasci l’Italia: ma egli rimane (ma dove andare […]?/ […] è meglio se precipita qua,/ come i Tupolev, la tua autostima:/ e poi lo sai bene che a dileguarti/ quasi sempre ti scopri, banalmente,/ allo stesso punto di prima”). E il libro si chiude con un’immagine a metà tra amarezza e speranza: “E se dicono/ i mandorli che si è fatto aprile,/ non sarebbe oltraggio domandarsi,/ al risveglio, il ricordo di sé/ quanto impieghi/ a sparire,/ la propria stagione/ a cambiare di segno”. La speranza che la stagione cambi di segno si mescola all’oblio di sé, di quello che si è stati: come se fosse davvero necessario, per sopravvivere, abbandonare ogni aspirazione. E questo nonostante la voglia profonda, da giovane, di vivere la vita: finché possiamo/ abbracciare, come si trovano le viole/ nei fossi a marzo, una vaga intesa/ con la vita attorno,/ perché non farlo?”.


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Francesco Targhetta è nato a Treviso nel 198o. Attualmente è assegnista di ricerca presso l’Università di Padova. Perciò veniamo bene nelle fotografie è il suo primo romanzo (in versi). 

Francesco Targhetta
Perciò veniamo bene nelle fotografie
ISBN, Milano, 2011
256 pagine, 19,90 euro

Abbiamo recensito questo libro anche su aNobii! Se siete anche voi nella famosa libreria virtuale aggiungeteci! www.anobii.com/genrivista/books
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