Mezàr: un piccolo omaggio al mio piccolo paese

L’idea di scrivere Mezàr mi è venuta a cavallo tra il 2008 e il 2009, dopo aver frequentato all’università il corso di Letteratura italiana contemporanea. Tra i libri da leggere per l’esame c’era anche La luna e i falò di Pavese, un autore che all’epoca conoscevo pochissimo: avevo una minima infarinatura dal Liceo ma era poca cosa e soprattutto non l’avevo mai letto. Quel libro contribuì a stimolare la mia fantasia: nelle vicende di Cinto, del Valino, di Anguilla servo alla Mora, nei paesaggi del Belbo e del casotto di Gaminella trovai immediatamente un corrispettivo a tutte le vicende passate della mia famiglia, che avevo sentito raccontare dai miei zii e parenti fin da quando ero piccolo. Mi sembrò allora molto bello provare a scrivere le storie dei miei “antenati”, e iniziai a immaginarmi i modi migliori per raccontarle. All’epoca non pensavo a una pubblicazione, era più un modo che sentivo adatto e mio per far rivivere un certo tipo di società, scomparso da decenni. Lo stesso tipo di società che c’è nei libri di Verga, di Silone, di Guccini, di Meneghello: in fondo, anch’io volevo dare un minimo di dignità letteraria alle mie storie contadine.
Mio nonno materno non l’ho mai conosciuto, è morto molto prima che nascessi: classe 1899, aveva fatto la Prima (sì, la Prima, non la Seconda) Guerra Mondiale ed era Cavaliere di Vittorio Veneto. Contadino, aveva sfornato con mia nonna 12 figli e quando si era sposato (nel 1925) aveva i baffi neri arricciati e l’orologio al panciotto. Insomma, già nella mia famiglia era evidente ciò che volevo descrivere col mio libro: il passaggio, in meno di un secolo, da un mondo a un altro completamente diverso. E questo anche a Mezàr,  il nome in dialetto di Mezzarro, la piccola frazione del comune di Breno (Brescia, Val Camonica) dove ho vissuto fino a 19 anni e mezzo e di cui sono originari entrambi i miei genitori. 
Il progetto si è sviluppato pian piano, passando dallo stato di personale proposta a quello di pubblicazione cartacea attraverso molte discussioni durante un lungo e freddo inverno. Alla fine, ha trovato realizzazione concreta a maggio del 2009 quando l’Associazione Padre Glisente (che organizza ogni anno la festa patronale della frazione) ha pagato la stampa, presso la Tipografia Brenese, di alcune centinaia di copie, che abbiamo regalato a ogni famiglia di Mezzarro.
Scriverlo è stato il tentativo di rivivere una vita che conosco solo di seconda mano, eppure mi ha entusiasmato. Ho cercato di raccogliere il maggior numero di informazioni possibili perché non volevo raccontare nessuna storia particolare ma quella del tipico abitante di Mezzarro di “una volta” (cioè da inizio Novecento fino agli anni Sessanta): per questo il mio protagonista non è una persona realmente vissuta (potevo scegliere mio nonno o un altro parente), e l’ho chiamato Battista che non è il nome di nessuno dei vecchi capifamiglia (anche se poi, dopo la pubblicazione, qualcuno è venuto a chiedermi chi mai fosse, perché non si ricordavano nessun Battista dei tempi andati). Ho scelto di usare il dialetto, affiancato a una traduzione in italiano, perché era l’unica lingua del tempo: non un’operazione nostalgia o una falsa imitazione ma il mezzo linguistico adatto per esprimere certi pensieri in un ben preciso modo. Ho scritto perciò un racconto inventato, dove Battista dice la sua su quelli che mi sono sembrati i grandi temi da trattare: i luoghi, la famiglia, i nomi e i soprannomi, il lavoro, la devozione, la festa; ognuna di queste parti è preceduta da una breve introduzione dove ne spiego il senso. Per esempio, cerco di far capire perché a ognuno si dava un particolare nome di battesimo e come poi gli si appioppasse in eterno un soprannome, oppure descrivo l’atmosfera spesso festosa dei grandi lavori della campagna o ancora perché la religiosità fosse così sentita, al punto da sembrare inculcata. Ogni pagina è poi corredata da splendide fotografie dell’epoca che Lucy Moscardi ha digitalizzato, spesso chiedendole in prestito ai proprietari (che le hanno per l’occasione tirate fuori dai cassetti dov’erano nascoste): aiutano a farsi un’idea concreta dello sfondo della mia storia.
Riguardando il libro dopo tre anni, mi sembra di aver raggiunto gli obiettivi che mi ero posto: descrivere in maniera oggettiva quella che era la vita di un tempo, una vita così dura che oggi ci sembra invivibile e se la vivessimo noi moriremmo dopo due giorni, probabilmente. Quello che mi ha sempre incuriosito, al fondo di tutte le storie che sentivo, era proprio questo: come facevano a vivere, quelle persone? Poi, crescendo, la domanda si è fatta più articolata: perché accettavano tanta miseria? Che senso aveva la vita, per loro, o la religione o la politica? Nel mio racconto, la risposta cerca di darla Battista raccontando la sua esperienza e quello che lo circonda. Qualcuno ha visto nel mio libro un rimpianto per i “bei” tempi andati: io ho cercato di fare tutt’altro, e non mancano le descrizioni delle situazioni più negative come la fame patita, una religiosità spesso superstiziosa dove il prete aveva un potere assoluto (e spesso ne approfittava), il lavoro massacrante, l’impossibilità di essere bambini o di svagarsi, l’autorità dei genitori. Ho sottolineato, per far emergere la differenza con il presente, i lati positivi di quello stile di vita, primo fra tutti il senso di comunità (anche perché a Mezzarro c’erano sette famiglie originariamente, di cui sei con lo stesso cognome Moscardi) e l’aiuto reciproco; ma non ho taciuto nessuno dei difetti più gravi. 
Il mio non è un libro memorialistico né un documentario, ma solo un semplice omaggio alla mia gente. Non a caso per la copertina ho scelto una citazione da La luna e i falò

«Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Perché anche adesso che vivo a Milano gran parte di quella gente, quelle piante, quella terra rimane dentro di me come un dato di fatto, qualcosa di irremovibile. Che ho semplicemente cercato, dopo decenni di rimozione, di fissare perché non andasse perduto.

Mezzarro

Se qualcuno volesse il libro, scriva una mail a generazione@generazionerivista.com: cartacei non ce ne sono più, ma possiamo spedirvi via mail un bellissimo pdf.

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