Una valigia piena di… Nigeria. Storia di un’amicizia nella migrazione

Tornato settembre: soffia malinconicamente l’estate che probabilmente (e ve lo auguro!) per molti di voi è stata di sole, mare, riposo, libri e amicizie.
Qui il lavoro è stato tanto, poche pause ma, quando c’erano, assorbite per andare avanti in questa Lisbona ormai piegata in quattro dalla crisi.
Di ritorno al reportage, ne approfitto per salutarvi e lasciarvi una lettera che scrissi un po’ di tempo fa.
Parla di una migrazione. Di un’amicizia nata e sviluppatasi dentro e grazie ad un trolley verde e blu.
Parla di Vincent e della sua vita, dalla Nigeria a Pontelagoscuro e oltre. Parla di una nuova vita e di un nuovo cammino, costruito con fatica, sacrifici e tanta speranza. Parla di lui. E come non ringraziare proprio LUI. Vincent.

Pontelagoscuro, luglio duemilaundici

Lo sento!! Scendo le scale, due a due, in preda ad un’euforia infantile. Lo vedo, gli salto addosso e gli occhi mi si appannano. E’ lui, è tornato e mi ha voluto fare una sorpresa! E con lui c’è Kate, la tanto nominata Kate. Il sorriso che supera sempre le sue orecchie, mi abbraccia e mi commuovo.
Da troppo tempo ho sognato questo momento. Ho sempre sperato che in qualche modo Vincent facesse ritorno ai luoghi che per anni ha percorso col suo trolley verde e blu, il suo berretto a visiera e la sua generosità nell’elargire parole e sorrisi. Per un caffè, il nostro caffè!, era sempre disponibile.
Non ci sono molte parole, parlano i denti bianchi e gli occhi semichiusi.
Si fermano a pranzo, pance sazie. Alle fragole Kate si illumina: rosse come la sua lingua.
Mastica qualche parola di italiano e sorride tornando all’inglese.
Vincent è soddisfatto del suo lavoro come interprete alla piattaforma della marina di Chioggia. Arriva poi alla fatica che in questi otto (8) anni ha sudato.. per un po’ di dignità, rispetto e per il permesso di vivere in Italia. In fondo era arrivato qui, dalla Nigeria, per crearsi una vita, ha sempre e solo chiesto umilmente ciò che ogni uomo vuole preservare e vedere rispettare: il diritto di vivere degnamente.
Laureato in Biologia nella sua città, avrà in Italia il permesso di soggiorno fino all’anno prossimo. Poi un altro permesso. Poi carta di soggiorno che gli durerà per dieci (10) anni. Quando potrà sentirsi cittadino italiano? Quando? Dopo già sette anni che contribuisce alla crescita del nostro Paese. Dopo sette anni di impegni, sacrifici per ricongiungersi a Kate, sua moglie; otto anni vissuti nella speranza e nella determinazione di allacciare una comunità, la sua comunità, alla realtà di Rovigo che l’ha accolto per cinque (5) anni. Presidente della comunità anglo-africana, ha dato sempre il massimo per unire ed integrare ogni voce, ogni colore, a Rovigo come a Ponte… il paese solcato dalle sue scarpe e dal suo tenero e tenace sorriso.

«Quando capiranno che l’immigrato è ricchezza al Paese e non minaccia?» mi chiede Vincent.
Per le strade di Chioggia i bambini lo guardano spesso spaventati quando lo incontrano… la troppo conosciuta storia dell’uomo nero? La mala educazione dei genitori? I diffusi clichés ed i pregiudizi radicati nelle parole e nella nostra cultura?
Un giorno lessi dal libro di un amico, nonché fratello:

«I nostri genitori ci hanno insegnato che le differenze culturali ci avrebbero soltanto arricchito. Del resto non eravamo abbastanza poveri per rinunciare anche a quell’occasione?»[1]

Forse servirebbe un po’ di povertà anche a noi per renderci conto di alcune realtà. Vincent prosegue confidandomi che non conosce i loro vicini. Non ne hanno mai avuto l’occasione. «Ancora non ci serve lo zucchero o la farina per attaccare bottone…». Mangiano e cucinano cibo africano. Kate però preferisce la pasta! E qui, Kate, sorride soddisfatta: ha capito il nostro italiano.
Il pranzo è concluso e loro si rimettono in viaggio per una visita ad altri amici. Gli prendo la mano, gliela stringo forte e Vincent ricambia il contatto. Col dito gli sfioro la pelle morbida e scura, gli tocco le due fedi al dito e lui sorride. «Lei è il mio primo matrimonio»: un rosario dorato. La seconda è uguale a quella di Kate, che sorride compiaciuta.
Ripromessa di una visita da loro a Chioggia.
È felice, se lo merita pienamente.
Sorridente chiudo la porta, ma solo quella che ho tra le mani…

Lisbona, quindici agosto duemiladodici

Sto pranzando, da sola, nella cucina di casa. Odore di sole dalla finestra. Profumo di mozzarella dalla tavola.
Ricevo un messaggio e leggo senza tirare il fiato: «Anzi tutto, buona festa di Maria Assunta. Noi stiamo bene, e voi? Due buone notizie: ho un nuovo lavoro qui vicino a Chioggia, a tempo fisso. Dio ci ha regalato una nuova creatura. Stiamo aspettando una bambina. Vi ricordiamo con l’affetto di cuore, Vincent»

Piango, singhiozzo senza freni e senza limiti, di gioia, di immensa e spontanea gioia per loro e per la nuova vita che arriverà loro.
Quanto se lo meritano!!
Pian piano la luce è arrivata anche nella loro casa, tra le loro braccia.
Una migrazione che col tempo ha dato i suoi frutti e raccolto tanti sorrisi. Una migrazione che ha arricchito chi ne ha condiviso i giorni e le sofferenze.

Ti voglio bene, Vincent.


[1] Butcovan Mihai Mircea, allunaggio di un immigrato innamorato, BESA Editrice, 2006, pag. 64.

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Comments
5 Responses to “Una valigia piena di… Nigeria. Storia di un’amicizia nella migrazione”
  1. Anna ha detto:

    è all’esperienza della maternità che si affida, solitamente, la risoluzione dei conflitti identitari. La nascita di un figlio è la rappresentazione tangibile dell’avvenuta integrazione e la dimostrazione del fatto che abbiamo messo radici in un posto. Che il tuo amico Vincent e sua moglie siano felici…che questa famiglia sia felice…che questa figlia non debba mai sentirsi dalla parte sbagliata e che sia, per noi tutti, l’esempio vivente della ricchezza degli incontri e dell’apertura all’alterità.

  2. rosy ha detto:

    Bella descrizione di un’amicizia, di una reale voglia di vivere, di una rivincita sull’ignoranza degli uomini. E’ una storia a lieto fine, finalmente!

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