Intervista ad Andrea Sirotti sulla traduzione del romanzo e della poesia postcoloniale

Foto © Loredana Foresta

In seguito alla mia recensione di Gatti come angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, pubblicata in questa rubrica due settimane fa, si è instaurato un dialogo tra la sottoscritta e Andrea Sirotti, traduttore e curatore dell’antologia insieme a Loredana Magazzeni. Partendo dall’amore come argomento del volume citato siamo passati a parlare di un amore più ampio e insieme profondo e specifico, quello per la parola e il suo messaggio, di cui il traduttore si fa tramite, trasportatore per il mondo. Grazie ancora, Andrea, per la disponibilità e la passione che trasmette con le sue parole.

Andrea, lei è traduttore e insegna traduzione di poesia postcoloniale. Potrebbe dirci, parlando a chi non ne sa nulla, di cosa parliamo quando diciamo postcoloniale e perché questa corrente testuale e critica sia così poco (a mio parere) approfondita in Italia?
Quando parliamo di postcoloniale in letteratura ci riferiamo alle produzioni poetiche, teatrali e narrative scritte nella lingua degli ex colonizzatori.  L’Italia non ha una storia di potenza coloniale paragonabile a quella inglese, francese, spagnola o portoghese e si parla ancora timidamente di questioni e teorie postcoloniali negli studi storici, letterari e culturali, in riferimento alla nostra esperienza legata all’impero. Se gli scrittori anglofoni o francofoni sono entrati a far parte a pieno titolo del canone della letteratura contemporanea delle rispettive lingue, la produzione letteraria italofona, per ragioni storico-politiche, non è ancora stata in grado di incidere in maniera altrettanto rilevante. Si tratta comunque di un processo reale e in crescita che ha iniziato a produrre esiti letterari degni di attenzione. Le prime opere di successo scritte in italiano da autori immigrati risalgono agli inizi degli anni Novanta, ma nell’ultimo decennio si è assistito a un notevole incremento di pubblicazioni, insieme a esperienze culturali di rilievo, riviste e associazioni, così come case editrici dedite interamente alla promozione di quella che viene altresì definita “letteratura della migrazione”, mutuando l’espressione dall’inglese migrant literature. Se pensiamo a scrittrici come le somale Igiaba Scego e Cristina Ali Farah, e all’italo-etiope Gabriella Ghermandi, è facile individuare nelle loro opere aspetti e questioni che facilmente associamo alla problematizzazione postcoloniale di elementi quali la lingua, l’identità, il recupero della storia e della memoria, le appropriazioni culturali e il difficile passaggio da una realtà coloniale a un presente caratterizzato spesso da una migrazione forzata verso la ex potenza colonizzatrice.

Proposte come questa antologia sono per così dire un “segno” dell’innovazione che la letteratura postcoloniale è in grado di apportare ai canoni letterari in fatto di tematiche, stili, “parole per dire”?
Gatti come angeli
non è un’antologia prevalentemente “postcoloniale”. È vero che dedica uno spazio rilevante alle autrici non angloamericane, a donne non esattamente WASP, ma l’intento fondamentale è soprattutto quello di esplorare l’erotismo femminile come risorsa di energia vitale per provare a superare gli schemi correnti generalmente eurocentrici e maschilisti. Abbiamo trovato in queste autrici una forza, una sincerità, una “libertà di azione” che raramente riusciamo a trovare in molta poesia contemporanea scritta dagli uomini.

Mi affascina il fattore linguistico: prendiamo, per esempio, la scrittrice messicana Ana Castillo. Se potesse conoscerla, non le verrebbe da chiederle perché ha usato la lingua inglese, per esprimersi e parlare di sesso, anziché lo spagnolo? Al di là dei fattori personali, pensa che in ogni lingua ci possa essere un “carattere” che renda più semplice parlare di certe cose? Molti scrittori amavano cambiare lingua nella scrittura (mi vengono in mente Pessoa o Conrad): cosa può significare una scelta del genere oggi?
Ana Castillo è una scrittrice “chicana”, cioè una donna di origine messicana che vive e lavora da anni negli Stati Uniti. L’uso dell’inglese, quindi, le è del tutto naturale. Comunque è vero che esistono caratteristiche proprie delle lingue che rendono più agevole e naturale parlare di “certe cose”. Ce ne siamo accorti come traduttori quando abbiamo dovuto scartare delle poesie perché nel passaggio dall’inglese all’italiano certe espressioni dirette che nell’originale suonavano naturali e leggere, risultavano pesanti e volgari nella nostra lingua. Ce ne siamo accorti anche valutando le reazioni del pubblico durante le letture bilingui in Italia. In molti casi abbiamo dovuto lavorare molto sulle parti più esplicite di alcune poesie per renderle accettabili a un orecchio italiano, abituato forse a una certa obliquità o allusività nel linguaggio poetico, o nella scrittura erotica in generale. Con le autrici postcoloniali (indiane, africane, ecc.) il discorso è diverso. Per loro le “four letter words” appaiono spesso inserite in un contesto “estraniato” che le rende quasi nuove e in-audite. E penso che in quei casi la traduzione sia in grado, nei casi migliori, di rendere giustizia.

Parlando di translinguismo, mi viene in mente il caso italiano: molti sono gli scrittori di origine straniera che scelgono l’italiano per esprimersi, oramai da più di 20 anni. Nonostante ciò, questa letteratura continua a essere un circolo più o meno chiuso, senza troppi sbocchi sul mondo editoriale di massa o sulle antologie scolastico/universitarie (al contrario delle letterature postcoloniali inglesi, francesi o portoghesi). Per quanto tempo si continuerà a dire che l’Italia è un Paese di immigrazione “recente” per giustificare la poca permeabilità del nostro canone? Da studioso, quali sono le sue previsioni riguardo a quest’argomento?
Non so se il nostro canone sia più permeabile degli altri. Certo è che a tutt’oggi non abbiamo avuto l’emergenza di un autore (o di un gruppo di autori) in grado di fare breccia in una certa tradizione e aprire la strada ad altri contributi qualitativamente all’altezza. Ma se pensiamo che il romanzo Lontano da Mogadiscio di Shirin Ramzanali Fazel è uscito nel 1994 e che le prime poesie di Ribka Sibathu risalgono ormai al 1993, possiamo dire che la letteratura postcoloniale italiana, intesa in senso letterale, è ormai più che maggiorenne. I seminari di studio e i convegni che fioriscono in varie sedi, le tesi in letteratura postcoloniale, il lavoro meritorio di un rivista online come El Ghibli e altre esperienze del genere sono ottime occasioni per fare una ricognizione attenta del fenomeno, un monitoraggio “sul campo”, per cominciare a “fissare” caratteristiche linguistiche e stilemi ricorrenti. Qualcuno potrebbe chiedersi se in questi autori delle ex colonie, in gran parte donne, si sia consolidata una consapevolezza letteraria, una maturità stilistica e di poetica, ma preferisco lasciare la risposta ai critici. Essendo innanzitutto un traduttore, oltre che un operatore culturale attivo nei settori della letteratura migrante e della comparatistica, preferisco limitarmi ai miei ambiti. Sento particolarmente mio, soprattutto, il punto di vista del traduttore, che non è altro che un lettore particolarmente attento, abituato alle domande e alla curiosa apertura verso l’alterità.

Al traduttore, invece, mi permetto di chiedere: quali sono le responsabilità che si hanno di fronte a un prodotto del genere, che nasce da una penna di cultura ibrida? Penso, ad esempio, a cosa potrebbe significare dover tradurre una prosa come quella di Arundhati Roy, o una poesia come quella di Derek Walcott.
Tradurre letteratura postcoloniale è impresa ardua, non foss’altro per il fatto che le “culture” coinvolte non sono solo due ma (almeno!) tre. La traduzione, in ogni caso, è pratica comparatistica e interculturale per eccellenza che nei testi migranti e postcoloniali trova la sua ideale applicazione. Le responsabilità sono tante, ma chi vi si cimenta sente anche forte il senso di una necessità, di una specie di “mandato sociale” (purtroppo a queste alte finalità non corrisponde quasi mai un adeguato riconoscimento economico e sociale). Per tradurre letteratura postcoloniale, soprattutto gli autori di primo piano di cui fai menzione, occorre mettersi “al servizio” dell’altro possibilmente senza sovrapporre, nel processo, i propri schemi mentali e i propri steccati ideologici. La traduzione dovrebbe tendere a una “comprensione profonda” che deve necessariamente partire dal rispetto e dall’apertura non pregiudiziale. Solo da quelle basi si può avere un vero negoziato tra gli stili, un confronto tra le rispettive poetiche di traduttore e tradotto. La traduzione è anche un “terzo luogo”, una zona franca dove avviene la sintesi linguistica e culturale. Un “dominio della letteratura” dove ognuno si sente a casa propria, ed è in grado di riconoscersi. Quello del traduttore è un compito difficile (in alcuni casi impossibile), ma è anche estremamente bello e denso di ricompense.

Infine: cosa le è rimasto più impresso nel tradurre e curare quest’antologia di poesie così eterogenee ma tutte al femminile? Mi viene da chiederle, mezzo scherzando e mezzo sul serio, se ha imparato qualcosa di nuovo sulle donne.
Ho imparato tante cose, anche se molte rimangono da imparare, e da capire soprattutto… Fortuna che c’era Loredana, la mia ottima cotraduttrice, che da donna e poeta mi ha aiutato a “decrittare” il tutto. Man mano che venivo a contatto con le poesie delle donne antologizzate ho sentito forte il senso della scoperta e il desiderio che queste voci ricche e forti potessero essere conosciute da un numero sempre più grande di appassionati. L’antologia, per quanto mi riguarda, è da intendere soprattutto come un atto d’amore di chi, non donna, non anglofono e non poeta si affaccia su questi tre mondi con meraviglia, ammirazione e rispetto.

*

Due righe di biografia
Andrea Sirotti insegna Lingua e letteratura inglese. Fa parte della redazione di Semicerchio, rivista di poesia comparata, e di El Ghibli, rivista online di letteratura della migrazione, e ha collaborato ad altre riviste letterarie. È traduttore – soprattutto di poesia e narrativa indiana e postcoloniale –, promotore di iniziative culturali e letterarie, ha tenuto corsi e lezioni di traduzione letteraria e editing presso varie università e agenzie formative e collabora al Master di II livello in traduzione postcoloniale dell’Università di Pisa. Insieme a Shaul Bassi ha pubblicato nel 2010 Gli studi postcoloniali. Un’introduzione (Firenze, Le Lettere).

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Comments
One Response to “Intervista ad Andrea Sirotti sulla traduzione del romanzo e della poesia postcoloniale”
  1. Miguel ha detto:

    bello!

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