Il Mal di Torino di Paola

Esiste davvero il Mal di Torino? Ci siamo fatti questa domanda e abbiamo pensato che potesse essere rivolta a chi Torino l’ha vissuta da dentro, se l’è portata dietro, l’ha osservata da fuori e l’ha poi ri-esplorata con l’esperienza del mondo addosso. In un contesto fortemente globalizzato, nella quotidiana lotta tra ancoraggio al passato locale e tensione verso il progresso esterofilo, cosmopolita, che parla la lingua franca dell’acciaio e delle marche, dove collochiamo Torino? Questo turbinio di cambiamenti tocca molteplici elementi emozionali che su diversi individui hanno avuto impatti particolari. Ovviamente, poter dire “chi è Torino” in un certo senso riesce a dire a chi la vive “chi sono io”. Abbiamo provato ad intervistare alcune persone che hanno profondamente vissuto, amato e serenamente abbandonato Torino. Dove sta la ragione, dove si colloca la vostra opinione e dove la vostra esperienza?

Paola ci racconta la Torino di una giovane artigiana del mondo della moda. Sarta e stilista, esordisce nel 2011 con il suo marchio “Atelier Beaumont”, dopo diversi anni di taglia e cuci indipendente e una gavetta di lusso presso la maison Valentino.

Paola

Paola, Torino è considerata la città della creatività, molto sofisticata ma anche molto underground. Che rapporto ha questa città con la moda e che rapporto hai tu con la moda di Torino?

Intanto, bisogna riconoscere a Torino la nomina di prima capitale della moda, anche se non tutti lo sanno. È una città molto signorile e rigorosa, e così è anche il suo stile: signorile e chic. Torino precede persino Parigi quanto a tendenze. Nonostante i più recenti cambi storici, Torino racchiude importanza per quanto riguarda il made in Italy. La moda è uno strumento per esprimersi, che definisce uno status e anche un periodo storico. Quindi sì, Torino è sia creativa che underground. Storicamente si è sempre aperta, ma ultimamente di più soprattutto dopo le Olimpiadi invernali, e poi con i 150 anni dell’Unità d’Italia (durante i quali c’è stata la mostra dei 150 anni di moda italiana!). Se pensiamo alla moda come pret a porter, ovvero capi indossabili e acquistabili da tutti ad un prezzo accessibile (soprattutto dai giovani), in questa città spuntano moltissimi esempi. Non esattamente nella concezione canonica, ma esistono. Sono atelier frequentati da chi proviene da Torino ma anche dall’estero (vedi Born in Berlin). È importante ricordare che ai torinesi non piace essere uguali, pensiamo al fenomeno Frav {dice indicandomi la sua felpa vecchia oltre dieci anni con la stessa etichetta} che rappresenta il contrasto, la differenza, la protesta, ma dopo un po’ ha stufato anche quello.
I torinesi vogliono sentirsi unici, oltre che essere molto riservati. E poi in questo discorso è fondamentale parlare di palazzo piercing! Torino è la città con il maggior numero di persone col piercing in Italia. È emblematico perché su un palazzo così signorile c’è un elemento altrettanto giovanile dal quale sgorga da un lato sangue rosso e dall’altro sangue blu, a rappresentare la Torino borghese e quella proletaria. In realtà questa netta distinzione, che invece noto di più a Roma, è molto sfumata negli anni. Si percepisce di più l’estensione della classe media, in tutti i sensi. Quindi, ricapitolando, atelier internazionali a prezzi contenuti che vivono del passaparola della città: uno specchio storico. Ci sono indubbiamente i fenomeni di tendenza (il mono-marca) però il torinese preferisce trovare il pezzo unico. Si tende molto meno a seguire il gruppo, a meno che tu non sia un giovanissimo che cerca di distinguersi con lo stile del “cabinotto” o del “fricchettone”. Ma già il periodo post università segna la fine di questo desiderio. Nei centri sociali vedi di tutto, ma anche nei locali. Ad esempio: il Fluido. Come lo definiresti? Ci trovi dalla famiglia coi bambini la domenica pomeriggio alle feste in maschera con dj set ad Halloween, agli aperitivi di cabaret di Mao. E Torino è fighissima per questo: non ha chiari distinguo. Anche il quadrilatero romano vive della stessa essenza, ed è bello per quello: c’è di tutto e si mescola bene.

Secondo te della dicotomia vecchio/nuovo Torino ne soffre molto?

Sì, perché Torino non riesce a spiccare. Le manifestazioni importanti danno un po’ di rilievo ai giovani e alla città ma sono sempre le stesse.

Ma secondo te non è un problema italiano? Ovvero, il fatto che a Torino ci siano dei casati molto presenti non pensi che siano nello stesso modo influenti anche a livello nazionale?

Bah, fare la stilista a Torino in realtà ha i suoi svantaggi ma anche dei vantaggi. Per diventare qualcuno non sarei sicuramente rimasta qui. È pur vero che qui posso fare lavoro d’Atelier come una volta, in un ambiente di salotto, riservato, come il tipico torinese è. C’è il legame artistico con Parigi, che è Torino in piccolo. Questo tipo di atelier ha la caratteristica di un vero e proprio salotto dove essere coccolati con unicità e personalità, intagliando su misura con la cura del dettaglio. È esaltata la figura dell’artigiano (così come un po’ in tutta Italia), di quelle aziende familiari che tramandano le conoscenze di mastro in apprendista. Tornando al concetto di autenticità, questo tipo di attività vive delle voci sottobanco, del passaparola e del fatto che un pezzo non potrà essere riproducibile, ma potrà comunque essere ideato da quella stessa mano così artistica ed evidentemente così meritevole di “pubblicità”. La modalità del tam-tam è genuinamente torinese. A mio avviso funziona e funziona bene.

A proposito di artigianato: tu ti sei formata a Roma…

Sì, presso la Maison Valentino, dove ho ritrovato l’amore e la passione per un mestiere che sta scomparendo, dove il disegno si fa su stoffa, si cuce sulla persona. Più artigianale di così! Decisamente l’opposto del lavoro a catena. Ho letteralmente avuto testimonianza di un’arte. L’alta moda è questo: ci vogliono fino a quattro persone per confezionare un abito. Io non ho questa esperienza, anche se la scuola Bianciotto (aperta tra l’altro nel dopoguerra) di Torino a me ha dato tanto. Da questa scuola, infatti, sono uscite molte torinesi importanti del mondo della moda: Cristina T, Cristina Ferrari e altre. Purtroppo, come Torino, è conosciuta dagli abitanti della sua città ma non viene nessuno per formarsi da fuori. Viceversa, questa sorta di chiusura fa sì che la tipicità torinese sia agli occhi di pochi.

È un male?

In realtà non è da vedere in senso negativo. Da fuori può sembrare snobismo, mentre in realtà è più una voglia di ricercatezza, un volere che le cose continuino a funzionare tramite passaparola, all’interno di un circuito dove si mantenga questa diversità. Un po’ per abitudine e per attitudine.

Esiste il Mal di Torino?

Esiste. Ci ho riflettuto tanto perché ho sofferto anche del Mal di Roma. MA: Roma è un innamoramento, un sentimento travolgente che si ha per l’amante. Mentre l’amore per Torino è più profondo, maturo, quieto. È meno pazzo, più stabile, che ti fa sentire a tuo agio perché in questa città è sicuramente più facile ritagliarsi la propria dimensione. Roma è quell’amore che ti mancherà sempre, ma non si può vivere con le farfalle nello stomaco per tutta la vita. Mal di Torino è bisogno di casa.

copertinaIl Mal di Torino di…” è una serie di interviste nate dopo la lettura del libro Il Mal di Torino di Fabrizio Vespa, edito da Espress Edizioni e recensito da Clelia Calabrò.

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Comments
6 Responses to “Il Mal di Torino di Paola”
  1. Andrea ha detto:

    Dopo aver vissuto 4 anni a Torino… è stato un trauma ed un dramma dovermi trasferire a Milano… adesso ogni volta che ci torno la trovo sempre più cambiata, più moderna… ma il suo fascino lo mantiene sempre… anche se poi insieme all’ammodernamento (vedi la stazione di porta susa e il passante ultimato) arrivano anche le brutte sorprese… come quella dei murazzi… io, che ho passato almeno una serata alla settimana dei miei 4 anni, in riva al Po… è un po’ come se ti distruggessero la casetta che avevi in campagna, dove andavi a rilassarti… per costruire un mega-centro commerciale… lo so è un po’ strano come paragone, ma immagino che mi capiate…
    Per concludere… io si, sento il mal di torino!

  2. mediocritasmia ha detto:

    errata corrige: Paola apre nel 2011 non nel 2012; la scuola si chiama Bianciotto non Bianciotti. scusate, le battiture sfuggono ogni tanto!

  3. ClaraRamazzotti ha detto:

    a me Torino piace un sacco. andrei davvero a viverci…

  4. mediocritasmia ha detto:

    capisco perfettamente quello che vuoi dire. credo anche che in ogni luogo in cui lasciamo un pezzetto di noi stessi non ci aspettiamo che le cose cambino mai, un po’ per mantenere quella certezza rasserenante della stabilità, un po’ perché con un nuovo trucco si ha la sensazione che arrivi una nuova immagine. non è sempre così, nonostante sia inevitabile che con gli artifizi della modernità ci abituiamo con velocità a luoghi identitari stravolti. il centro commerciale che soppianta la campagna è un’immagine piuttosto frequente, trovo, nella nostra vita di tutti i giorni, quindi non si allontana assolutamente come paragone. anzi, credo sia più che calzante proprio perché in qualche modo anche i murazzi hanno disegnato uno dei tanti profili torinesi. ma su questo tema torneremo tra qualche giorno con un’altra intervista, se ti interessa andrea :)

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