Il Mal di Torino di Matteo

Esiste davvero il Mal di Torino? Ci siamo fatti questa domanda e abbiamo pensato che potesse essere rivolta a chi Torino l’ha vissuta da dentro, se l’è portata dietro, l’ha osservata da fuori e l’ha poi ri-esplorata con l’esperienza del mondo addosso.
In un contesto fortemente globalizzato, nella quotidiana lotta tra ancoraggio al passato locale e tensione verso il progresso esterofilo, cosmopolita, che parla la lingua franca dell’acciaio e delle marche, dove collochiamo Torino? Questo turbinio di cambiamenti tocca molteplici elementi emozionali che su diversi individui hanno avuto impatti particolari. Ovviamente, poter dire “chi è Torino” in un certo senso riesce a dire a chi la vive “chi sono io”.
Abbiamo provato ad intervistare alcune persone che hanno profondamente vissuto, amato e serenamente abbandonato Torino. Dove sta la ragione, dove si colloca la vostra opinione e dove la vostra esperienza?

Matteo, giovane studente laureato in lingue all’Università di Torino, che ora vive e studia a Copenhagen, è iscritto al master (equipollente alla nostra specialistica) di antropologia urbana.

Matteo

Matteo, tu che sei cresciuto nel quartiere del Lingotto, una delle periferie storiche di Torino, secondo te quanto ha influito nell’organizzazione e nella vita stessa della città?

È una bella domanda ora che mi ci fai pensare. Come gran parte delle persone che vivono un determinato luogo, ci si guarda poco attorno. Il Lingotto, anche inteso come periferia, segue poche coordinate storiche. Torino possiede diversi palazzi iconici, e il Lingotto assieme a Mirafiori rappresentano l’emblema del post-industriale: l’8 Gallery che si è trasformato in un centro commerciale, il multisala, i numerosi spazi ora allestiti per uffici. E poi c’è anche Eataly, che a ventosa sul Lingotto rimane un elemento significativo sulle piccole economie di rione. La trasformazione degli usi del Lingotto in generale, quindi, ha avuto un impatto enorme sull’economia del quartiere, non necessariamente negativo, ma totalmente diverso da prima. L’impianto 8 Gallery etc. ha inoltre avuto la sua importanza come anello di congiuntura tra periferia e centro. Diciamo che si è guadagnato un pelo di centralità!
Nella zona Lingotto, oltre all’architettura iconica Fiat, c’è la zona ospedale che ha caratterizzato una certa densità nel quartiere. La prima associazione che si fa pensando a questa zona sono infatti l’8 Gallery e l’ospedale, ma non bisogna dimenticare la monorotaia che si era pensato di costruire per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, mai portato a termine, e che rappresenta quel boom economico che chissà dove ci doveva portare.
E poi i confini: dove inizia e dove finisce il Lingotto? Secondo me si potrebbe designare un perimetro che racchiude l’area tra Piazza Carducci, Corso Unità d’Italia, Piazza Bengasi e la ferrovia.

Nel libro di Vespa emerge molto il contrasto vecchio/nuovo, ma soprattutto si parla spesso della Torino innovativa. Viene anche menzionata la critica a piazzale Valdo Fusi, rispetto alla sua inutilità, al suo distaccamento dalla funzione primaria di piazza che è quella aggregativa. Tu cosa ne pensi in merito?

Guarda, la città è certamente il terreno più complesso da analizzare. Entriamo in un dibattito metodologico su quali livelli di analisi bisogna intraprendere. Che cosa intendiamo per emancipazione di Torino? Bisogna vedere i criteri di valutazione. In quanto abitante, quindi prendendo anche distanza dalla città, a me questa tendenza di collocare Torino su una classifica immaginaria non piace. “La Torino del cioccolato”: ognuno cerca sempre di mettere Torino in una classifica di qualcosa, delle Olimpiadi, della cultura, etc. Non voglio dire che non abbia senso parlarne, ma mi viene la nausea per questo tipo di linguaggio che cerca di collocare Torino in una classifica, appunto. Il che, poi, volendo, può essere esteso a un discorso di city branding, altre metafore di antropologia urbana che cerca di coniare nuove tag alle città. Perché sono tutte metafore se ci pensi: la città slow, fluida, ce n’è quante ne vuoi. Uno dei più bei complimenti sulla città che posso aver sentito, detto da un austriaco, è che Torino è più imperiale di Vienna! Ma le metafore sono infinite.
Forse, invece, Torino è la città dei Trenta gloriosi. Anche un milanese potrebbe dirlo, ma è Torino la protagonista degli anni ’60, ’70, ’80. È il periodo in cui si sono conosciuti i miei genitori, con esperienze e vite diverse. Letteralmente un meltin’ pot. Un pentolone però di due o tre verdure al massimo. La gente ha destinazioni diverse, ma Torino resta la città del lavoro: questa non accomuna nazionalità, ma lavoratori.

Ma Torino non è una città inclusiva?

Mah… mi infastidisce accostare questo termine a una città dove la ferita sui flussi migratori è ancora aperta. Si vuole parlare di una Torino multiculturale quando bisogna ancora risolvere la questione Nord-Sud Italia. Oltretutto per me è una questione sensibile perché estremamente personale: nascere e crescere a Torino dove questa sofferenza è stata parte integrante della vita di molti. Ho vissuto in un contesto dove torinesi puri ne ho conosciuti veramente pochi.
Da un lato è stato bellissimo, ma dall’altro ti pone dei confronti abbastanza energetici su questioni di identità. Quindi se mi dici inclusiva purtroppo non sono d’accordo. Sicuramente per uno straniero è facile inserirsi. Ma per entrare in contatto con una quotidianità torinese è difficile. Purtroppo il discorso Nord-Sud è affrontato con un linguaggio poverissimo. La mia sensazione guardandomi attorno non è quella di una città inserita nei flussi di tendenza globale, perché poi essere in quest’onda significa anche venderne gli oggetti del mercato. Quello che vedo è, di nuovo, un linguaggio poverissimo. C’è un salto incredibile da quei Trenta gloriosi ad una città che vuole sembrare europea e su questo piano offre molto solo a livello quantitativo (eventi e manifestazioni), una caratteristica che qualsiasi promotore politico può incentivare.
Dal mio punto di vista Torino è una città operaia, quindi abbandonando l’immagine del centro sofisticato, che non ha mai affrontato certi temi, anche solo quello dei meridionali che mi crea una frustrazione incredibile. E da quel Mal di Torino sorge una domanda: quando si diventa italiani? All’estero! Dove si creano dei luoghi comuni ma soprattutto degli spazi comuni mentali. Io divento torinese quando sono all’estero, magari con altri italiani, quando emerge il mio bagaglio culturale che proviene da Torino, che porta a galla tutte le differenze da un bresciano, per esempio. Questi scambi danno origine a un sacco di ipocrisia, vanità, bugie e poi (caratteristica umana) ignoranza quasi disinteressata.
Ad ogni modo, trovo una ricchezza il provenire da Torino, quel minestrone con due/tre verdure. Questa esperienza è importante perché mi ha fatto usare con più delicatezza certe polarità, proprio io, figlio di una valligiana e di un pescarese. Posso essere nello stesso momento torinese della città industriale (nota bene: di Torino in relazione a questo aspetto si parla con un certo rispetto, come di una città locomotrice per l’industria) o altro. La questione dell’identità come terza carta: torinese, torinese meridionale, o torinese di periferia.

Siamo passati a parlare di periferia muovendoci in qualche modo da uno spazio fisico a uno spazio mentale. Ma come possiamo agganciare questo spazio fisico al Mal di Torino?

Per me questa espressione è la conferma di volersi legare a qualcosa che abbiamo solo noi, che ci siamo ammalati. Ma la malattia non è topografica. Questo sentimento non è legabile a uno spazio fisico, nonostante le memorie più belle (il primo bacio). È tutto indissolubilmente legato allo spazio fisico, ma in che modo può essere solo torinese? È comprensibile, ma non è site specific.
Il Mal di Torino esiste, nonostante l’associazione sia immediatamente al Mal d’Africa, o a un luogo che possa offrire uno stile di vita molto diverso, e che ti cambia il modo di guardarti attorno. Ma quando leggo Mal di Torino per me rimane un’espressione che evoca distanza. La terza associazione che faccio è proprio questa nausea per quei torinesi che si ostinano a creare un mito, una narrativa, e che invece di avvicinarmi alla città mi allontana. Mi sembra un linguaggio ossessionato dell’autocelebrazione, non solo torinese ma anche degli italiani, che poi vogliamo trasferire a livello topografico. Mi sembra il linguaggio di una setta che tende a far chiudere su se stessa una città invece di creare emancipazione, e far prosperare realmente l’apertura e il multiculturalismo. Queste piccole espressioni sono il freno stesso dell’emancipazione. Certi toni caramellosi…

Ti riferisci a Culicchia?

Sì, e anche ad altre cose. Ma non ti nascondo che da lì mi sono fatto delle iniezioni di zucchero e sono diventato diabetico.
Finché vorremo collocarci su una classifica ci allontaneremo da noi stessi. Nel linguaggio di tutti i giorni diamo per scontato dei campi di senso, e secondo me il Mal di Torino è un ossimoro perché è lo spirito emancipatore che si ammazza in culla. Questo avviene quando cerchi di mettere in competizione alcuni aspetti come la creatività, l’innovazione in cui sono diversi i parametri d’analisi.
Lo trovo niente di più che un sentimento di nostalgia di casa. Se vogliamo, Torino è una maglietta che mi piace, ma una volta che viene usata come un oggetto “trendy” mi da fastidio e mi crea nausea. A maggior ragione se questo atteggiamento proviene da delle persone che tentano di spazzare via la gloria di una Torino che non si è ancora smossa.

copertina“Il Mal di Torino di…” è una serie di interviste nate dopo la lettura del libro Il Mal di Torino di Fabrizio Vespa, edito da Espress Edizioni e recensito da Clelia Calabrò.

Prima di questa intervista abbiamo parlato di Torino anche con Paola.

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