Il Mal di Torino di Daniele

Esiste davvero il Mal di Torino? Ci siamo fatti questa domanda e abbiamo pensato che potesse essere rivolta a chi Torino l’ha vissuta da dentro, se l’è portata dietro, l’ha osservata da fuori e l’ha poi ri-esplorata con l’esperienza del mondo addosso.
In un contesto fortemente globalizzato, nella quotidiana lotta tra ancoraggio al passato locale e tensione verso il progresso esterofilo, cosmopolita, che parla la lingua franca dell’acciaio e delle marche, dove collochiamo Torino? Questo turbinio di cambiamenti tocca molteplici elementi emozionali che su diversi individui hanno avuto impatti particolari. Ovviamente, poter dire “chi è Torino” in un certo senso riesce a dire a chi la vive “chi sono io”.
Abbiamo provato ad intervistare alcune persone che hanno profondamente vissuto, amato e serenamente abbandonato Torino. Dove sta la ragione, dove si colloca la vostra opinione e dove la vostra esperienza?

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È il turno della Torino Underground, descritta attraverso gli occhi di Daniele, torinese DOP, studente di filosofia e voce del gruppo folk- metal Lou Quinse.

Daniele

Nelle molteplici definizioni che vengono date a Torino, una spicca particolarmente e pare essere piuttosto predominante tra le caratteristiche della città: la cultura underground. Ma cos’è il vero underground torinese, dove affonda le sue origini e perché secondo te Torino ha quest’anima un po’ nera e sovversiva?

Sulla questione underground se ne sono dette veramente di tutti i colori. Basti pensare banalmente ai triangoli della magia nera e bianca di cui Torino fa parte: sono elementi della tradizione storica e immaginaria della città. In questo caso non ci interessa, ma effettivamente camminare per le vie della città di sera, magari d’inverno, ti lascia un po’ addosso questa sensazione di magia e mistero.
Senza dubbio è grigio il colore della città, fondamentalmente per la sua componente salariata che ne ha definito un’immagine. Ma in che modo questa c’entra con l’anima di Torino?
Quando finiva il secondo turno, dopo le sette di sera, non girava anima viva e solo la nebbia percorreva gli stradoni enormi della città. L’operaio finiva di lavorare, tornava a casa, si inchiodava davanti alla tv scansando per un istante il desiderio di suicidarsi e così via in attesa della pensione. Tramite la creazione di spazi autogestiti, dove è fiorita una certa componente culturale e musicale, è stato possibile trasformare la monotonia serale in qualcosa di diverso, in luoghi di condivisione. In questo contesto la componente punk ha potuto prendere piede dagli anni ’80 in avanti. Ti ricordo solo un nome: Luca Aborth, frontman dei Nerorgasmo, colui che ha aperto El Paso, storico centro sociale nella zona Lingotto. Tutto il periodo degli anni ’80-’90 è stato caratterizzato da una fortissima e molto presente componente underground, dove per underground intendiamo autoproduzioni che cercano di uscire dalle dinamiche prettamente commerciali, e si installano in uno spazio dove la cultura è completamente assente (si ripensi allo scenario dell’operaio che torna a casa da Mirafiori nel deserto notturno dopo le sette di sera).
Negli anni 2000 le dinamiche seguono una tendenza opposta. Con la grande ristrutturazione della FIAT inizia il suo processo di delocalizzazione nel mondo e questa diventa meno importante nella città. Nel contempo Torino viene rilanciata grazie a un’operazione culturale forzata dalle Olimpiadi invernali del 2006. In quegli anni la città si vende alla ‘controcultura’ e aprono una miriade di locali, ma compaiono anche appuntamenti più ufficiali, mainstream se vogliamo contrapporli all’underground, come il Traffic Free Festival. Il comune e le istituzioni contribuiscono a questa apertura: lo slancio che viene dato all’università, le concessioni dei locali, le ‘bonifiche’ di certi quartieri prima inaccessibili, ecc.
Underground non significa mondo sommerso, nel senso di eversivo. Underground sta a significare capacità di proporre e condividere un certo tipo di cultura e di musica attraverso l’autoproduzione, concetto in netta contrapposizione a quello di cultura di massa che segue determinati canoni estetici e di marketing. I brani radiofonici ne sono un perfetto esempio: rispettare un certo gusto di audience, non superare i tre minuti, e così via. Underground significa rompere questi canoni, applicando la logica del do it yourself e legandola alla capacità di rilanciare autonomamente il proprio messaggio, indipendente da etichette che vivono meramente per il profitto.
Tutto ciò chiaramente si riflette nei momenti di condivisione della musica e degli spazi. Quello che contraddistingue una scelta, alla fine, è una questione di responsabilità e di priorità, ovvero: agisco secondo criteri lucrativi o artistici? Talvolta la scelta sta a metà strada, se si pensa ad esempio ai piccoli circoli Arci che sono vincolati non tanto dalle scelte di mercato, quanto dalla necessità di far quadrare i conti in cassa a fine mese. Nella scena underground quello che si cerca di creare il più possibile è libertà di espressione e di condivisione. E da questo punto di vista, i centri sociali sono i luoghi dove operare queste scelte in maniera integrale.

Quindi se muoiono i centri sociali muore la cultura underground?

Può essere vero per alcuni casi. Le autoproduzioni sono legate ad essi ma non si fanno al loro interno. Senza centri sociali è difficile che prenda vita la cultura underground, ma a Torino ci sono diversi modi di produrne anche al di fuori di essi. Esistono infatti diversi collettivi che costituiscono questa rete e la rendono viva in maniera assolutamente selvaggia e libera. Resta indubbio che centri sociali e scena underground rimangono intrinsecamente legati. A livello internazionale mi vengono in mente i Rave e i TAZ. Mentre più da vicino penso a La libera Repubblica della Maddalena, esemplare modello di autofinanziamento, di auto-formazione, di riappropriazione degli spazi e di grande partecipazione cittadina. Per quanto riguarda Torino invece potrei menzionare la Lega dei Furiosi, dove si radunavano con una certa periodicità realtà di autoproduzione provenienti da tutta Italia e Europa, creando momenti di creatività e confronto musicale tramite concerti.
Rimanendo invece nel tema reclaim the fields, in tempi più recenti si vedono sempre più spesso manifestazioni di condivisione e di riappropriazione degli spazi cittadini come gli orti urbani, o come i vari botellon dislocati nei parchi, in cui ragazzi si gestiscono le serate e il bar con musica e quant’altro; oppure le jam gitane che si organizzano una volta al mese senza deleghe di associazioni alcune.
La scena dei centri sociali a Torino è grande e variegata. Non voglio dire io chi fa cosa. Ce n’è molti perché ognuno opera secondo diversa modalità e pensiero. Ma se parliamo di Torino e di underground dobbiamo intendere molteplici considerazioni. Adesso mi viene in mente un altro elemento storico che è radio Blackout, seguitissima e molto riconosciuta; o la casa editrice Nautilus, l’unica casa editrice indipendente d’Italia. La controcultura è sicuramente torinese.

Insomma, è un dato di fatto che i centri sociali abbiano un ruolo per nulla marginale a Torino, ma perché secondo te è importante parlare di centri sociali, spazi autogestiti e anche di diritto al tetto?

Inizierò da una storia molto recente. A partire dal prossimo gennaio, il centro sociale Gabrio rischia lo sgombero perché il comune si è venduto lo spazio dove questo è installato. Nota di colore: il Gabrio è pieno di amianto, come gran parte della città d’altronde. Da anni è stata fatta domanda per una bonifica, e guarda caso solo ora che c’è in ballo una vendita il comune ha chiesto che venga fatto uno sgombero per poter effettuare il risanamento dello stabile. Quello che è importante sottolineare è che se questo sgombero venisse portato a termine (a seguito del quale sappiamo tutti benissimo che non si potrà tornare all’ordine di cose che c’era prima) la questione toccherebbe una serie di comparti sociali all’apparenza scollegati: dal mondo dell’università alla popolazione migrante. Il Gabrio è una realtà attiva su molti fronti, e significherebbe disintegrare un ecosistema di quartiere che vive grazie a questo posto.
Ma vorrei invece parlarti del discorso affitti. Non ho carte alla mano quindi non vorrei dire stupidaggini, ma a Torino c’è un dato di migliaia di alloggi vuoti che viaggia in concomitanza con lo stesso numero di sfratti per morosità. E questa realtà è drammatica oltre che inaccettabile in questo periodo di estrema crisi sociale ed economica. Trovo che sia illogico che coloro che innalzano la bandiera dell’indignazione non facciano nulla. Quello che sta capitando a Torino è che una serie di nuclei familiari si organizzano, osteggiando gli sfratti, facendo capire che è un problema diffuso e che non può essere risolto solo con queste modalità. La cosa agghiacciante è che lo Stato come al solito risponde con il manganello: l’ordinanza giudiziaria è sempre accompagnata dalla polizia, la quale incontra forti ostilità in situazioni di questo tipo e di conseguenza risponde con violenza. Accade quindi sempre più di frequente che si creino delle reti di solidarietà per organizzarsi contro questo problema.

Le realtà dei centri sociali sono molto cambiate negli ultimi anni, penso infatti a luoghi come Rebeldia di Pisa, il Leoncavallo di Milano, la Talpa di Imperia. Tutte situazioni che cercano di fare movimento e che, pur spostandosi da quel cliché che si ha del centro sociale, rimangono, se vogliamo prendere alla larga questo termine, “antagoniste”. Sono in ogni caso dei luoghi di grande aggregazione sociale e che cercano di proporre risposte politiche molto concrete. Mi viene in mente una realtà simile ma allo stesso tempo opposta: Casapound…tu cosa ne pensi in merito?

Ah! Guarda, a Torino c’è una fortuna, anche se non è per nulla casuale, ovvero che Casapound non esiste. È una questione interessante perché il fascismo degli albori proviene dal socialismo. Ha infatti sempre asservito parole d’ordine molto di sinistra, mettendo il proletariato al servizio della dittatura. Il fascismo ha sempre strumentalizzato linguaggi di sinistra per i propri interessi. Cosa che non hanno fatto i cattolici per esempio. Anche successivamente è successo lo stesso, negli anni ’70 se vogliamo, dove le modalità estreme erano pressoché identiche e in un certo senso raccoglievano lo stesso malcontento. E oggi è la stessa cosa. Questa corrente ingloba diverse cose, dal nazionalismo al socialismo, ma rimane sempre e comunque una realtà verticista, razzista e maschilista. Non deve stupire il fatto che vogliano assomigliare ad una sinistra extraparlamentare.
Sì è vero, Casapound occupa e auto-gestisce, ma esiste davvero al suo interno un rapporto di condivisione? Nella realtà sostanziale dei fatti il suo essere paramilitare e fondamentalmente fascista viene fuori.

Arriviamo alla domanda finale: secondo te esiste il Mal di Torino?

Ma in che senso? Inteso come Mal d’Africa?

Devi darmi tu la definizione di quello che credi sia e quindi se esiste o meno…

È una domanda tosta. Per quanto mi riguarda Torino è unica con le sue luci ed ombre, come però ogni luogo al mondo può essere. Sicuramente se una persona mi chiedesse di fare un certo tipo di giro turistico direi di sì. Proprio per quella che è la sua immagine ricca di contrapposizioni, che valgono la pena di essere viste. I Murazzi incarnano l’emblema di queste contraddizioni: da sempre roccaforte della microcriminalità, che è divenuta sede della movida torinese, particolarmente dopo gli anni Zero.
Tra l’altro, parlando di Murazzi, è necessario menzionare avvenimenti che danno un’idea di quello che è la crisi, vissuta in prima linea dalla città di Torino (comune al primo posto per indebitamento in Italia). È stata recentemente aperta un’inchiesta su alcuni locali dei Murazzi. Non voglio presumere cose che non so, non essendo io un esperto in materia di legge, ma da quel che ho capito questi locali sono in gestione a terzi per concessione del comune. Ogni volta che cambia il sindaco, si sa, cambiano le regole. E così è stato per la definizione di discoteca, secondo cui i locali necessitano di un certo tipo di uscite, in mancanza delle quali le concessioni sono state ritirate.
Ma l’elemento critico qui non sono tanto le uscite quanto i dehors, i quali, non essendo stati portati via dall’ultima esondazione del Po, sono stati notificati come vero e proprio abuso edilizio. Fatalità, dopo il ritiro delle concessioni e la chiusura di molti locali, sono usciti sui giornali i nuovi progetti sui Murazzi, e c’è il sospetto che tutta questa messa in scena sia stata una manovra per tirare fuori determinati personaggi che vivevano di quelle attività. Qui si ritorna al discorso della logica commerciale che viaggia su dei flussi totalmente diversi da quelli mossi da necessità culturali e di condivisione.

Però non hai risposto alla mia domanda…

Da torinese fedele direi di sì. Torino ti prende dallo stomaco. Mi piacciono le sue dinamiche e la sua gente che non ama farsi calpestare, il che non vuol dire che altrove ciò non esista. Ma Torino ha la capacità di prenderti in un certo modo, e ti permette di vivere secondo quello che vuoi essere e secondo quello che vuoi fare.

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copertina“Il Mal di Torino di…” è una serie di interviste nate dopo la lettura del libro Il Mal di Torino di Fabrizio Vespa, edito da Espress Edizioni e recensito da Clelia Calabrò.

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