Pilotare transatlantici – Considerazioni su “Perché smettere di scrivere”, intervento di G. Fontana a Writers


I
f there’s a book you really want to read but it hasnt been written yet, then you must write it.
Toni Morrison

Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia.
È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte:
la capacità di scambiare esperienze.
Walter Benjamin

È passato un po di tempo, forse, da quando ho sentito l’intervento di Giorgio Fontana al Writers Festival di Milano, tenutosi il 24 e 25 novembre nella splendida atmosfera dei Frigoriferi Milanesi. A volte è così però: cè bisogno che le cose si depositino dentro di noi, mescolandosi alla nostra coscienza e al nostro flusso interiore, affinché si possa produrre un commento su di esse.
Perché non tutto è semplice e lineare, non tutto è fatto per essere registrato e raccontato il giorno dopo. Ci sono storie antiche che continuano a essere raccontate, e quando parlano e tu le stai a sentire ti devi sedere e chiudere tutto fuori, come quando Odisseo si trova alla corte dei Feaci e loro prolungano la sua ospitalità tanto è bello e vero il suo racconto. Poi, queste storie, continuano a vivere. Si trasformano, si rigenerano, come una palla di neve in una pazza discesa a valle.

Nel mio caso, purtroppo, non ero al Writers in veste di re Alcinoo ma di redattrice di generAzione. Non avevo il potere di chiedere a Giorgio Fontana di restare e continuare il suo racconto. Mi sono limitata a riconoscere tante storie nella sua storia. A registrare e chiudere in me. E ora, ricominciare il racconto, a mia volta.
La cosa che mi ha colpita di Giorgio Fontana, di cui non sapevo granché prima del nostro incontro al Writers, è senza dubbio, prima di tutto, la sua giovane età. Non capita spesso di avere lopportunità di sentire qualcuno che prende il microfono e fa tacere tutti i presenti con le sue parole, qualcuno che ha qualcosa da insegnarti e in cui, al contempo, ti puoi identificare. Ho subito deciso che avrei parlato di lui e della riflessione scaturita da quel momento.
Da dove posso cominciare? Comincerò dalla fine: da una poesia di Wislawa Szymborska, che ha chiuso il mio soggiorno al Writers al termine della proiezione del documentario di John Albert Jansen End and Beginning: Meeting Wyslawa Szymborska, e che si intitola Possibilità, di cui riporto solo le prime righe:

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar daltro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.

Se siete amanti dello scrivere, pensate a tutte le volte che avete dovuto scegliere le vostre parole. In quel momento stavate esercitando un diritto e, al contempo, una possibilità: rompere il silenzio, rompere il bianco. Quanto piacere e quanto dolore in quei momenti. Che senso di pienezza, di conciliazione! Pensate ancora, però, ai momenti della vita in cui vi siete detti “cosa darei per vivere questo momento, viverlo e basta, senza immaginare una storia; cosa darei per staccare la spina di quel segugio di vita che cè dentro di me, che mi fa stare dalla parte di chi guarda e non di chi gioca!”. Se siete scrittori onesti, momenti così li avrete avuti di sicuro.

Si dice che Friedrich Nietzsche sia impazzito qui, nella città di Torino. Si trovava in Piazza Carignano, poco lontano da casa sua che ora è ricordata con una targa (con tanto di foto coi baffoni), quando vide un cocchiere che fustigava a sangue il cavallo destinato al traino di una carrozza. In quel momento Nietzsche probabilmente decise di tirare un calcio al pallone, di non restare a guardare: si avvicinò, redarguì l’uomo e abbracciò l’animale. O almeno, così dice la storia. Da quel momento fu considerato inequivocabilmente pazzo. A che titolo questa può chiamarsi pazzia? Fino a che punto siamo disposti ad ammettere quante volte avremmo voluto piangere o dilaniarci di fronte alle ingiustizie scovate negli angoli della banalità, durante il nostro tragitto casalavoro o lavorocasa; quante volte labbiamo fatto davvero, di piangere per un fatto doloroso, per una bimba sgridata in pubblico dalla madre o per un vecchio cane legato fuori ad aspettare il padrone, per un giocattolo abbandonato, per un giocattolo che non verrà mai comprato, per quella piccola cosa che nessuno riuscirà mai a capire?
Non è forse per reagire al senso di impotenza, all’indifferenza, che ci viene da scrivere? Per reagire al silenzio?
Il caso (o forse una scelta) vuole che Nietzsche, da quel giorno, non abbia più scritto una pagina. Passò il resto della sua vita tra cliniche e sanatori, fino alla morte per polmonite. Mi piace vedere, a lato della sua storia, in un angolo poco frequentato dai biografi e dai critici, il suo misurarsi con la vita. Più precisamente, il misurarsi come adatto o non adatto alla vita. Quel  fattore, quella differenza (e quell’incontro), misura la forza che ti porta a creare altri mondi. La necessità di avere un rapporto narrativo con la realtà.

Date queste premesse, cosa spinge, allora, a non seguire più questo bisogno? Giorgio Fontana propone due diversi casi. Nel primo (e cita l’esempio di Philip Roth, che ha da poco cessato la sua attività «come un attaccante quarantenne che appende le scarpe al chiodo»[1]), si smette di scrivere perché si pensa di non aver più nulla da dire. Parliamo, dunque, di persone che hanno avuto grandi successi editoriali. Lo stesso timore assale, però, anche chi annaspa nelle difficoltà dei primi rifiuti e delle prime frustrazioni del mestiere. Se nessuno vuole pubblicare la mia storia, forse non sono nato per fare lo scrittore!
Il secondo caso riguarda un eccesso di “vampirismo”: la scrittura non è più un processo creativo sano, ma un’ossessione dell’esperienza valida solo come materia di un potenziale racconto. Le vite degli altri diventano qualcosa da catturare e ricamare, da inserire in una privata collezione di farfalle. Come fare, dunque: vivere per raccontare, o raccontare per vivere? Come posso dare sollievo a questa frustrazione/ossessione? Elenchiamo alcune ipotesi.
Pilotare transatlantici (come faceva mio nonno e come mi auguro di fare nella mia prossima vita)?
Guidare l’ambulanza in tempi di guerra (come ha fatto Hemingway)?
Darsi al commercio degli schiavi in Africa (come fece il ventenne Rimbaud)?
Studiare da vicino il movimento naxalita indiano (come sta facendo Arundhati Roy)?

Esiste un altro modo di colmare la sete, di vivere la vita?
La risposta che dà Giorgio Fontana è semplice: si può fare di tutto, anziché scrivere. Questo non significa, però, che si smetta di essere uno scrittore (mi permetto di aggiungere: è vero anche il contrario, il solo atto di scrivere non fa di te uno scrittore. Non è così forse?). Non tutto è semplice, non tutto è lineare. Come dice Fontana (Virginia Woolf e Fernando Pessoa sarebbero d’accordo), la scrittura è un atto di sistematica distruzione delle ragioni dell’ego: non nasce (o meglio, non deve nascere) dal desiderio di raccontare se stessi, ma di trascendere se stessi, di staccare da sé qualcosa. Nasce dall’ascolto, dall’incontro con l’altro, dalla visione delle possibilità espresse e inespresse dal mondo. È una fatica grande, che a volte si preferisce abbandonare per andare alla ricerca di altri nutrimenti, di altre note con la speranza che possano riempirci, che la sola realtà possa bastarci (mi immagino, ora, al timone della mia nave: piccoli movimenti sicuri e tranquilli del mio braccio decidono la rotta; il transatlantico si muove nel mare aperto, una distesa enorme e liquida davanti a me, l’avanzare è inarrestabile. Eppure, sono già in trappola).

Niente da fare, difficilmente si può sfuggire a questa moltitudine dentro di sé. Questo modo di vivere, di percepire la realtà, Fontana lo chiama in causa come demone (per dirla con Mark Millar: un fottuto demone dentro di me, cazzo. Cit. dal fumetto Kick Ass); contro il razionalismo, e il cinismo, che tanto fa male alla passione e all’identificazione spontanea, identifica la scrittura con un modo di essere  e «se sei quella cosa, non puoi chiamarti fuori davvero e fino in fondo». Che tu abbia scritto le migliori pagine di questo mondo, o a maggior ragione che tu le abbia scritte senza che nessuno ancora lo sappia, non essere così vigliacco: smettere di scrivere non ti salverà dalla frustrazione, né dal senso di impotenza (tanto meno da quello di onnipotenza). Non ti salverà dal vedere storie nella vita e alternative alla vita.

Concludendo, Fontana ritorna all’inizio, a ciò da cui tutto nasce e fa ritorno: il silenzio. Invita a sfidarlo, con coraggio e responsabilità, senza imporre la propria parola, ma offrendola. Ricordiamoci che è una possibilità, non un obbligo, né un gioco di grandezza. Pratichiamo una scrittura onesta, ponderata, degna dei nostri sforzi. Degna di essere chiamata tale. Cosa ancora più difficile nell’epoca presente, dove pubblicare «non è più un lavoro, è un pulsante» e lo scrivere a sproposito una pratica debordante, che si può contenere, a mio parere, solo con lesercizio di una forza uguale e contraria.
Prima di metterci a pilotare transatlantici, proviamo a prendere in mano un altro timone, più intimo. E, se devi rompere il silenzio, fallo per una buona storia.

Concludo con le parole di questo grande timoniere, che spero mi perdonerà l’aver preso in prestito la sua storia per raccontarne un’altra: «Sono nauseato della mia saggezza, come lape che ha fatto troppa provvista di miele; ho bisogno di mani che si tendano verso di me»[2]. Anche se adesso è un po fuori moda, non si sbagliava.

*

Cosa sapere di Giorgio Fontana:
Giorgio Fontana nasce a Saronno nel 1981. Nel 2007 pubblica il romanzo desordio Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), cui segue Novalis (Marsilio 2008). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo 2008) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona La velocità del buio. Il suo ultimo romanzo, Per legge superiore, è uscito a fine ottobre 2011 per Sellerio e ha vinto il Premio Racalmare – Leonardo Sciascia 2012 e il Premio Lo Straniero 2012. Ha pubblicato articoli e saggi su diverse testate, fra cui il manifesto, Lo Straniero, Opendemocracy.net, Il primo amore, Playboy, la pagina di cultura online del Sole 24 Ore, Wired. Dal 2005 al 2010 è stato condirettore del pamphlet letterario Eleanore Rigby. Attualmente vive e lavora a Milano, dove è caporedattore del magazine di marketing digitale Web Target e collabora con l’inserto la Lettura del Corriere della Sera.


[1] Tutte le citazioni provengono dal blog di Giorgio Fontana (http://www.giorgiofontana.com), dove potete trovare il link al testo del suo intervento del 25 novembre al Writers Festival 2012 di Milano, sul blog della casa editrice Minimum Fax http://www.minimaetmoralia.it/wp/smettere-di-scrivere/.

[2] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, prefazione.

scrivici che ne pensi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • Lettori

    • 78,217
  • Archivio

  • Iscrivendoti potrai leggere gli articoli appena postati, i commenti fatti, le immagini pubblicate.

  • La rivista e l'intero materiale presente su questo sito appartengono ai loro legittimi proprietari. Le opere possono essere trasmesse purché siano segnalati gli autori e non sia a scopo di lucro. Tutto quello che viene scritto nella rivista e sul sito è espressione individuale del suo autore. Le immagini utilizzate sono sempre degli autori di generAzione e dei suoi collaboratori, dove non indicato sono state prese dal web ricercando immagini in CC e prive di copyright. Se vedi un'immagine che ti appartiene contattaci subito e la toglieremo.

    Creative Commons License 2013 - generAzionerivista
  • Creative Commons License

    Ebuzzing - Top dei blog - Letteratura Ebuzzing - Top dei blog - Cultura