Il piccione e Cristo: due poesie quasi inedite di Roberto Amato

di Andrea Cirolla

Nel 2003, a cinquant’anni suonati, Roberto Amato vinse il Premio Viareggio-Répaci per la poesia. Fu con Le cucine celesti, edito da Diabasis di Reggio Emilia, per cui uscì tre anni dopo anche L’agenzia di viaggi, finalista al Premio Baghetta con Patrizia Cavalli e Valentino Ronchi (al vincitore del premio un rifornimento di pane per un anno: quando si dice che la poesia non dà il pane…). L’agenzia di viaggi fu un altro libro memorabile, mozzafiato, forse il più immediato tra i cinque fin qui pubblicati (sei, se si conta una plaquette, come si suol dire, del 2005: Gli sposi, sempre per Diabasis). La qualità non è mai venuta meno, lungo il percorso bibliografico del poeta, eppure – questa è la mia percezione – le luci su di lui si sono pian piano abbassate, si è parlato sempre meno di questo autore così lontano dai suoi “simili”, così eccentrico pur nella sua linearità, nella sua lingua tanto piana e chiara.
All’inizio di quest’anno appena iniziato, grazie alla gentilezza e la disponibilità dello splendido pittore surrealista, dal sapore magrittiano, Carlo Trevisan, ho scoperto delle poesie non inedite, ma decisamente rare, di Amato. Risalgono agli anni di Sinopia, rivista versiliese di arte e cultura creata nel 1990 da Serafino Beconi, artista originario di Torre del Lago Puccini, che chiamò proprio Trevisan alla sua redazione.

Queste poesie, tra le prime mai pubblicate da Amato, presentano già alcuni dei temi e dei “personaggi” più ricorrenti nella sua opera. Prendo un tema e un personaggio: la religiosità, anzi il misticismo, e il piccione. Farà ridere leggerli presentati in questo modo, eppure non v’è nulla di più tragico; lo si capirà scendendo solo di qualche riga. Di piccioni, viaggiatori e messaggeri, tornerà a scrivere ne Il disegnatore di alberi (Elliot, Roma 2009). Quanto al discorso religioso, che sembrerebbe legato strettamente al cristianesimo, mi pare in realtà legato a quello solo occasionalmente. Nell’ultimo Lo scrittore di saggi (Elliot, Roma 2012), con le epistole ai carmelitani scalzi Santa Teresa d’Ávila e San Giovanni della Croce, è chiaro come l’interesse di Amato sia più per il misticismo, nel senso così inteso: «Oggi, come ieri, la parola “mistico” ha un brutto suono: si arrossisce o ci si adombra nel ricevere questa designazione. La buona società […] non ammette tra i suoi membri chi porta tale nome, per una ragione di etichetta, lo proscrive. […] Eppure “mistico” significa soltanto “iniziato”, colui che è stato introdotto da altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. È pacifico che non tutti possono essere artisti, non si trova nulla di strano in questo. […] La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. I meandri più sottili, tortuosi e penetranti della ragione, in Aristotele, non sono ancora stati esplorati, afferrati dopo ventiquattro secoli. Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico» (Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano 1974).

Due di queste poesie rare furono poi raccolte e commentate da Angelo Gianni e Manrico Testi in Dalla Torre Matilde alle Vette Apuane. Poeti e narratori di Viareggio e della Versilia (Mauro Baroni editore, Viareggio 1996, pp. 536-537). Gianni, che ha curato il capitolo su Amato, fa riferimento al n. 17 di Sinopia del marzo 1995, dove però le due poesie non compaiono. Mi spiega Trevisan che «probabilmente Beconi gli ha passato oltre la Sinopia anche qualche scritto di Amato (Serafino e Gianni erano amici, un paio di volte anch’io sono stato con loro a casa di Gianni). Durante il lavoro dell’antologia e con il passare del tempo sono state scelte delle poesie che poi erroneamente non erano più quelle da noi pubblicate. Quindi è un errore dell’antologia che si riferisce al numero di Sinopia».

Ringrazio ancora Trevisan e ripropongo qui poesie e commento.

***

Roberto Amato (1953) − Dalle liriche pubblicate sulla rivista Sinopia
Si può immaginare nulla di più insolito di un commerciante che opera sulla piazza di un mercato cittadino (quello della sua città natale, Viareggio), e si dedica alla poesia, non alla poesia tradizionale ma a quella di intonazione moderna, concettosa, e spesso di una concettosità di ispirazione cristiana? Così è per Amato, il quale prima ha cominciato con la pittura, e poi l’ha abbandonata deluso per la difficoltà di realizzare in essa il suo modo di sentire le cose. È stato allora poeta, e poeta controcorrente, sempre avverso ai luoghi comuni, e ha trovato la rivista Sinopia pronta ad accogliere le sue posizioni. Ma è restio a parlarne, insofferente, come se si trattasse non di versi, ma di male azioni.

1. Ho partorito con dolore
Non è una parodia del parto femminile, o della cacciata di Eva dal Paradiso terrestre, ma la controstoria, la controtradizione del “brutto anatroccolo”, troppo perbenista e ottimista, troppo luogo comune per piacere a Roberto. Il brutto anatroccolo di Amato è davvero brutto e tale rimane, e finisce perciò per mangiarsi a morsi le ali. Perciò uno sberleffo per tutti i perbenismi del mondo, concorde in ciò con il carattere introverso dell’autore.
(Pubblicata sul n. 17 di Sinopia, la rivista diretta da Serafino Beconi, marzo 1995. Versi liberi)

Ho partorito[1] con dolore l’anatroccolo grigio come il sasso[2]
tra cigni bianchi che cantavano tutti
appena videro la luce

e non sapevo cosa fare
non lo so neanche ora[3]

ma lui si becca si fruga tra le piume del petto
si mangia le ali[4]

2. In dieci colpi d’ali
Una lirica di ispirazione religiosa, ma tale che può essere letta anche in chiave totalmente umana (e in questo è una prova del sottinteso religioso che è proprio dell’autore). Con dieci colpi d’ali un piccione che aspira alle grandi altezze dello spirito vola sino alla cima del Monte Carmelo. Un monte della Palestina, su cui sorse nell’età delle Crociate un ordine religioso mendicante (l’Ordine Carmelitano) che ha avuto un gran peso nella storia del Cristianesimo. Durante la Rivoluzione francese ben sedici suore carmelitane furono condannate a morte, e la tradizione di quel martirio è ancora assai diffusa in Italia e in Francia. Ma sulla vetta del Carmelo il piccione-poeta trova solo un gran vuoto, un luogo privo di esseri umani, di esseri su cui e per cui operare. La mancanza degli uomini priva di senso l’ascesa del piccione-poeta, il quale sembra a Roberto così triste come non fu altri se non Cristo poco prima di spirare, quando invocò il Padre perché non lo abbandonasse del tutto («Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?», Marco, XV, 34 e segg.). Evidentemente il poeta ha avuto nell’animo il peso della tradizione antica del Monte Carmelo, anziché la sua condizione attuale. Perciò il volo, i dieci colpi d’ala si concludono in un’amara solitudine, in una crisi delle sue speranze religiose. Il che ci rende ancora più cari i suoi versi, corrispondano o no a una realtà biografica nella storia di Roberto Amato.
(Dal numero di Sinopia citato)

In dieci colpi d’ala era in cima al Carmelo
ed era bellissimo
– la grazia del piccione che si alza
d’incanto e sale sino al Padre
allo Spirito Santo

Ma lì guardava quello spazio vuoto
senza più senso
quell’onda di colline lontanissime –,
sembrava così triste
così triste
come nessuno ho visto
tranne Cristo[5].

*

Due righe di biografia
Roberto Amato è nato a Viareggio nel 1953, dove vive. È stato musicista, pittore, disegnatore (non solo di alberi). Con Diabasis ha pubblicato Le Cucine Celesti (Premio Viareggio-Répaci 2003) e L’Agenzia di viaggi (Premio Spallicci 2006). Con l’editore Elliot di Roma tutto il resto: Il disegnatore di alberi (2009), L’acqua alta (2011) e Lo scrittore di saggi (2012), suo ultimo lavoro, un superamento dei generi: tra saggistica, romanzo e poesia.


[1] Parla in prima persona l’anatra che ha partorito il brutto anatroccolo, secondo la leggenda divulgata da Andersen.
[2]Come il sasso è più repulsivo e spregiativo di “brutto”.
[3] Una bruttezza a cui non v’era modo alcuno di trovar rimedio.
[4] Sfoga la propria rabbia su se stesso.
[5] Nelle immagini dedicate alla sua Passione. Qui la poesia di Amato si fa alta, sale fino sulla Croce.

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