Spoken Word: la mia bussola a Parigi

Per questo appuntamento con Le mie poesie non cambieranno il mondo abbiamo scelto una poesia calata nella vita, che si fa quasi spettacolo e che è punto di incontro e di riferimento come tra vecchi amici. Vogliamo infatti raccontarvi che cos’è Spoken Word Paris, un appuntamento oramai fisso dei lunedì sera di Parigi. Per farlo, cediamo la parola a Beatrice, una cara amica di generAzione che da due anni vive (beata lei) a Parigi per motivi di studio.

di Beatrice Orlandini

La prima volta che sentii menzionare Spoken Word Paris fu in un tardo pomeriggio di novembre. Poche ore prima mi trovavo alla libreria Shakespeare & Co. a leggere qualche libro a caso – occupazione prediletta nei pomeriggi del finesettimana in una città in cui ci si è catapultati da un mese e mezzo soltanto, e quindi dove non si conosce quasi nessuno.
«Bene, possiamo cominciare»: alzo gli occhi e mi vedo attorniata da un gruppo di persone sedute in cerchio, persone che in quel momento non potevo sospettare sarebbero diventate poi così importanti nella mia vita. «Questo è un workshop di scrittura: ognuno legge ciò che ha scritto e gli altri danno il loro feedback in modo che ci si possa migliorare. Ma non occorre avere scritto qualcosa, puoi restare anche solo per darci la tua opinione, se vuoi». E fu così che, dopo l’esperienza sorprendente di essere entrata nella testa e nel processo di creazione di scrittori veri, andammo a prendere qualcosa da bere tutti assieme e David, colui che dirigeva il workshop nella libreria, mi invitò a passare un lunedì sera con loro a questo “open mic” che si chiama Spoken Word Paris.

Pochi giorni fa mettendo un po’ in ordine tutte le carte e cartacce sparse tra borse e scrivanie, ho ritrovato il biglietto che David mi diede quella sera con le informazioni sull’evento, tutto spiegazzato e con i segni di un anno e mezzo di rapporti ravvicinati con le matite clandestine nella mia borsa: da brava feticista mi sono intenerita.

Il primo lunedì disponibile andai a questo Spoken Word e sostanzialmente fu come un colpo di fulmine, improvviso e perfetto. Credo sia stato sei anni fa che David, proprio il David che avevo conosciuto io, ebbe l’idea di creare questo evento: ogni settimana ci si trova in un bar dove ci sia spazio sufficiente per esibirsi, come su un piccolo palco; ognuno si presenta e ha cinque minuti per fare qualunque cosa, che sia leggere poesie, prose (proprie o di altri), cantare, ballare, suonare, recitare, fare ridere o piangere. Da parecchio ormai ci siamo installati al Chat Noir, un bar nell’undicesimo arrondissement con una saletta al piano di sotto e con il barista più fuori di testa del mondo, Nicolas, che una sera decise di partecipare anche lui e ipnotizzò tutti con la sua personale interpretazione di questa esotica parola che è vaffanculo come se fosse una dichiarazione d’amore universale. Tecnicamente, insomma, non è di sola poesia che si tratta: ma poetica è l’atmosfera che si crea, parole che volano nell’aria e disegnano storie oppure richiamano sentimenti.

Parigi è un porto e prima o poi tutti passano di qua. È passato Griffin, che con le sue poesie recitate a memoria parlava di ingiustizia nei confronti dei diversi, della magia della parola e dell’immenso amore che sprigionava da tutti i pori. È passata Georgina con le sue favole macabre ma tenere allo stesso tempo. È passata quella compagnia di ballerini da Pittsburgh che incantarono tutti quella volta che si misero a improvvisare. È passata Marie che adesso vive a Ginevra e scattava delle fotografie splendide ogni settimana. E ancora ci sono Ellen con le sue creazioni teatrali improbabili (non si può non menzionare quella volta che si mise a recitare la Rivoluzione francese in cinque minuti), Troy con le sue poesie tra il pungente il bastardo e l’erotico, Bruce che io mi chiedo come ci riesca a cantare quelle canzoni mettendoci così tanto cuore, Pablo con le sue poesie aguzze ironiche e surreali, Sandra che coi suoi meravigliosi accento e umorismo dell’Alabama racconta storie vere ma completamente inverosimili.

Essendo ideato da degli anglofoni in realtà Spoken Word è frequentato soprattutto da loro, americani britannici irlandesi australiani canadesi neozelandesi e chi più ne ha più ne metta, ma − come se non fosse abbastanza vario − al panorama si aggiunge davvero di tutto e di più: non so più contare le nazionalità delle persone che si sono esibite, o che semplicemente sono venute per stare assieme in un’atmosfera accogliente (cosa che, ci tengo a precisare, difficilmente si trova nelle città giganti come questa). Merve veniva dalla Turchia, Tula invece è armena, e c’è stato un periodo in cui veniva spesso un ragazzo svedese di cui non ricordo il nome, per non parlare di tutti i francesi, o degli italiani come me o Alberto, che presenta l’evento alternandosi a David e scrive poesie a metà tra Montale e Elio e le Storie Tese. In tutto questo tempo ho visto stare assieme nella stessa stanza persone che venivano letteralmente da angoli opposti del pianeta, raccontare storie di mondi completamente diversi o di emozioni che invece si rispecchiano da un capo all’altro della Terra. Per non parlare dello Spoken Word come eccellente agenzia matrimoniale: con tutta questa poesia nell’aria, in effetti c’era da aspettarselo…

Ricordo quando i primi tempi tornavo senza conoscere praticamente nessuno, solo per ascoltare le creazioni di queste persone che trovavo e trovo tuttora tutte incredibilmente talentuose. Non saprei dire esattamente quando lo Spoken Word sia effettivamente diventato una sorta di casa per me: forse ne ho preso coscienza già all’inizio, quando ogni volta che tornavo facevo il paragone con la piccola realtà provinciale da cui provengo, e mi rendevo conto di aver avuto una fortuna sfacciata ad aver trovato un posto in cui – oh mio dio non so se vi rendete conto – le persone leggono le proprie poesie! O forse è proprio il fatto che, ogni volta che per un motivo o per un altro non riesco ad andare il lunedì sera, lo Spoken Word mi manca, e sento che la poesia e la bellezza che lì ritrovo sempre sono in realtà l’espressione delle persone che sanno farmi sentire a casa.

E sarò anche io che a forza di avere a che fare con i francesi sono diventata pesantemente insofferente verso l’accademismo, ma è così bello viverla così la poesia, in questo modo semplice, spiritoso, quotidiano, necessario, e spontaneo.

Comments
2 Responses to “Spoken Word: la mia bussola a Parigi”
  1. chialla scrive:

    Ho volato a Parigi con te per una manciata di minuti.
    Bellissime emozioni quelle che ci fai provare scrivendoci di te.
    Sei bella, dentro e fuori. E anche sopra e sotto, splendida Bea!

  2. Clèr scrive:

    Io c’ero! Che bello!!!

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