Poirot, un personaggio matematico

Leggere un romanzo può talvolta nascondere delle sorprese: a un occhio attento e allenato si svelano mondi nascosti. È il caso di The Mysterious Affair at Styles (tradotto in italiano Poirot a Stykes Court) di Agatha Christie,  pubblicato per la prima volta nel 1920, nel quale un matematico come me non può non ritrovare l’eleganza, la precisione, l’estetica e la struttura tipica di innumerevoli teoremi. Non è dunque mia intenzione recensire né raccontarvi la trama o rivelarvi l’assassino, ma bensì farne un’analisi matematica.

Come avrete già capito, si tratta del famosissimo giallo ambientato a Styles Court nel quale per la prima volta la Christie fa entrare in scena Hercule Poirot. Figura − quest’ultima − già di suo curiosa e affascinante, racchiude in sé molti degli stereotipi che solitamente vengono associati, anche in modo errato, alla figura del matematico: è infatti descritto come una persona maniacale, attenta oltremodo all’ordine e ai più piccoli particolari,  eccentrico e tuttavia estremamente curato, fino all’eccesso, nei baffi, nei vestiti e nei modi. Ma torniamo alla struttura del romanzo che ben si accosta a quella di un teorema.

Tanto per chiarire, nella ricerca di un’accurata dimostrazione matematica si parte sempre da degli assiomi, ossia da dei punti fermi iniziali; così accade anche nel libro della Christie, poiché fin dall’inizio siamo portati a sospettare che ci sia stato un omicidio e che di conseguenza qualcuno ne sia l’esecutore se non il mandante, anche se in prima battuta non appare così chiaro. È questa intima convinzione, quest’assioma potremmo dire, che porta il capitano Hastings a chiamare in suo aiuto l’amico Poirot.
L’entrata in scena di quest’ultimo rende il prosieguo del libro sempre più matematico. La ricerca dei più insignificanti dettagli, la raccolta di ogni prova assomiglia così − via via che si procede nella lettura − all’incessante lavoro del matematico che raduna nella sua mente tutte le idee vecchie e nuove, significative o ridicole, che gli possono essere d’aiuto. Tale lavoro di Poirot si può accostare  a dei tentativi di dimostrazione non solo dal punto di vista materiale e razionale − quando per esempio il detective belga esprime dubbi o frena ogni tentativo di fuga in avanti basato su mere supposizioni − ma anche da un punto di vista per così dire irrazionale e spirituale. Una frase come questa vale più di mille parole: «La fantasia è un’ottima serva, ma una pessima padrona. La spiegazione più semplice quasi sempre si rivela esatta»; insomma raziocinio ma anche fantasia e capacità di invenzione creativa, le qualità richieste in fin dei conti a ogni buon matematico. Usando le parole di Poirot contenute nel libro, «L’istinto è una cosa meravigliosa. Non può essere spiegato, né dev’essere ignorato”: in fondo a ogni verità, sia essa matematica oppure no, permane sempre qualcosa di inspiegabile e soprattutto inspiegabile sarà il più delle volte il cammino che ci porta ad essa, durante il quale ci chiederemo “perché proprio quella strada, perché proprio quelle associazioni mentali?”. Nondimeno in conclusione tutto si dipana e si chiarifica. La dimostrazione di un teorema raggiunge il suo fine, partendo dalle ipotesi si deduce la tesi, e così accade anche per il nostro “mistero” che è risolto efficacemente da Poirot.

Gli ultimi due capitoli, intitolati in lingua originale rispettivamente The last link e Poirot explains, sono interamente dedicati alla spiegazione razionale o meglio alla dimostrazione di chi sia l’assassino. Nel penultimo capitolo, dopo aver riunito tutti i possibili sospettati in una stanza, Poirot procede con calma nella dimostrazione, snocciolando le prove una ad una per arrivare poi alla fine a presentare a tutti noi il vero colpevole. L’ultimo capitolo serve infine per rendere chiari a noi lettori i passaggi fondamentali di quanto illustrato in quello precedente: insomma Poirot ci spiega come dovrebbe fare un professore con i suoi alunni perché e come si è giunti alla conclusione.

The Mysterious Affair at Styles contiene al suo interno molta matematica, dai modi e ragionamenti di Poirot alla struttura stessa della narrazione, non certo invisibile ma nascosta a uno sguardo superficiale. Insomma, citandone per l’ultima volta il baffuto protagonista, «è bene sospettare di tutti, finché non si riesce a dimostrare che sono innocenti, capitano Hastings mon ami».
E cosa c’è, stavolta sì, di più matematico per antonomasia se non la dimostrazione e il dubbio?

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