A primavera sboccia la poesia abrigliasciolta

Oggi è il 21 marzo e inizia la primavera: per la poesia è una data speciale perché dal 1999, oggi, si festeggia la Giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco. generAzione rivista ha scelto di celebrarla intervistando Ombretta Diaferia, direttore artistico ed editoriale di abrigliasciolta, per presentarci la nona edizione di carovana dei versi − poesia in azione che parte proprio oggi. Anche a lei piacciono le A maiuscole perché anche lei pensa spesso all’Azione.

Prima di tutto conosciamoci: chi sei? Che cosa sono abrigliasciolta e carovana dei versi − poesia in azione?
Mi chiamo Ombretta e lavoro da tempo nel campo della comunicazione come copywriter, direttore creativo, giornalista e sceneggiatrice; di abrigliasciolta sono il direttore dei lavori. La prima forma di abrigliasciolta risale al 1998, quando diedi vita a una comunicAzione in movimento che mi consentiva di realizzare progetti diversi (dall’advertising al social communication, dall’editoria alla critica cinematografica). Nel 2004, poi, abrigliasciolta è diventata una piccola casa editrice per ricordare che il libro non è un prodotto ma l’ultimo strumento del pensiero. In quell’anno a Varese, la mia città, chiuse la storica libreria Carducci: fu l’ennesima conferma che il profitto non guarda in faccia a nulla ed elimina ciò che non rende. Iniziai allora a studiare il progetto editorial-performativo-artistico che quest’anno festeggia il suo nono anno di vita, una sfida all’efficienza della macchina in nome dello sviluppo, non del progresso. carovana dei versi − poesia in azione ne incarna l’essenza: è una perfomAzione corale e itinerante che si è presentata per la prima volta il 21 marzo 2005 e che rinasce ogni anno sulla base del lavoro condotto l’anno precedente con gli autori. L’iniziativa si propone di entrare nella quotidianità: nei supermercati, negli uffici e nelle strade, nei luoghi di cultura e di lavoro, nei luoghi di pena e in quelli dell’intrattenimento, diffondendo poesia con lo scambio orale. Un dialogo imperniato sulla cultura e la pace, la non-violenza e la tolleranza, del quale abrigliasciolta, come piccola casa editrice, pubblica la testimonianza.

Francesco Targhetta, giovane poeta che ha avuto successo con il suo primo libro Perciò veniamo bene nelle fotografie (noi l’abbiamo recensito qui), dopo essere stato ospite del Festivaletteratura di Mantova 2012 ha dichiarato: «Agli incontri che frequento o organizzo in Veneto noto che c’è un interesse crescente per i versi. Se ne legge poca di poesia, in Italia, ma la si ascolta molto volentieri. Riportare in piazza i poeti, e non solo quelli ‘laureati’, non può che far bene». Sei d’accordo? Dov’è la poesia in Italia, solo nei libri e in circoli ristretti?
La poesia in questo momento c’è, è viva e in buono stato, soprattutto a livello orale. Il problema è piuttosto perché sia stata relegata negli ultimi decenni a “circoli ristretti”, e questo nonostante in Italia esistano molte buone penne: “donne in versi”, “poesia da versi diversi”, “pari e diversi” sono alcune delle declinazioni annuali che dedichiamo ad autori e opere che stanno costruendo la ri-nascita della poesia. Più in generale, credo che stia avvenendo un mutamento generale della società in conseguenza del quale anche la poesia riacquista una forma più chiusa: stiamo tornando al concetto di delocalizzazione, di sussidiarietà, cioè di scambio a chilometro zero, e questa modifica antropologica ricade anche sulla parola e la sua forma in versi, allontanandole apparentemente dal grande pubblico. Credo inoltre che la poesia pubblica abbia due facce: quella che è e quella che appare, quella che agisce e quella che è strumento; ognuna ha la sua funzione. Senza accademia la poesia non si conserva, senza uso non c’è nulla da conservare. La lettura della poesia, invece, è ancora relegata agli ambiti della ricerca: tuttavia, durante carovana in versi ci accorgiamo che riusciamo a rompere il muro dell’indifferenza anche del pubblico generico.

Oggi è la Giornata mondiale della poesia, voluta dall’Unesco. Ma la “benedizione” Unesco per questa giornata contribuisce a fare aumentare l’interesse per la poesia o è solo una festa limitata alla forma?
Personalmente sono orgogliosa del riconoscimento della Commissione Nazionale Italiana dell’Unesco, che da nove anni promuove carovana dei versi – poesia in azione. In questi nove anni ho visto prolificare eventi, sia locali che nazionali, ma anche usare impropriamente la poesia per fini terzi: questo rischia di svalorizzarne il senso primo e comunitario di comunicAzione ambivalente. Ma l’interesse è crescente. Credo che la funzione primaria di questa giornata sia proprio quella della diffusione globale della poesia: serve a riavvicinare alla poesia quel pubblico a cui è stata sottratta come un bene e che non se ne è accorto. I miei nonni, per esempio, parlavano in poesia, e io ho origini popolari.

Questa Giornata serve per promuovere: le piccole case editrici che pubblicano giovani poeti; la tradizione orale (la perfomance dal vivo); un dialogo tra poesia e altre arti imperniato su contenuti come la cultura della pace, la non-violenza, la tolleranza; l’interdipendenza di arti e filosofia, anch’essa affine alla poesia; l’immagine della poesia nei media, perché non venga più considerata una forma d’arte sorpassata. Partendo da questi punti, come vedi la poesia in Italia: è malata, ha bisogno di aiuti “esterni” come questi, oppure può rialzarsi da sola?
Questi cinque punti invitano chi fa poesia quotidianamente a diffonderla e difenderla: è un semplice e ovvio piano di azione comune, un orientamento che noi mettiamo in pratica. Li rispettiamo tutti e cinque, perché li condividiamo da nove anni. Ho timore, però, di assistere all’Isola dei poeti: ogni volta che la poesia entra nei media a grande diffusione, da un lato acquista popolarità ma dall’altro va incontro a una spettacolarizzazione pericolosa, da cui bisogna tutelarla. Le parole di Mark Smith, il papà del Poetry slam, sono per noi uno slogan: «Il centro è la poesia, non l’orgoglio del poeta». Perciò bisogna evitare di sacrificarne le funzioni vitali per ambizioni personali, e questo diventa tanto più difficile quanto più il poeta e la poesia si espongono.
Credo che la poesia italiana sia malata della stessa malattia del popolo italiano, perché vive in questo stato di incubazione, proiettato in immagini di dolore e sconforto, inseguendo sicurezza e apparenza, valori sdoganati per mera strategia di controllo sociale. Nella società poetica esiste lo stesso problema: chi studia si distacca dalla realtà, chi vive si distacca dallo studio. Ma, in fondo, non è la poesia a essere malata, bensì l’uomo.

Tra i luoghi della quotidianità che avete deciso di “invadere” ci sono anche i carceri (e al riguardo il vostro progetto è stato premiato come miglior progetto italiano di letteratura in carcere): come mai questa scelta?
Nel 2004 avevamo abbozzato un progetto di “attivazione delle capacità fondamentali dell’’uomo”, basato sulle teorie dell’economista Amartya Sen, che applicai per la prima volta nel 1990, quando divenni operatore di strada. I miei primi interventi riguardarono la devianza giovanile e rilevai che la mia professione si intrometteva nella relazione con i ragazzi: impiegavamo strumenti di comunicazione, attraverso i quali nel tempo ho costruito modelli. Quindi, ho introdotto le arti espressive e visive, la musica, la comunicazione. Davanti alla parola vissuta neppure un “ristretto”, cioè un carcerato, può bluffare: per rappresentare e comunicare devi metterti in discussione, entrare in contatto con te stesso e scoprire le tue capacità. È come per la musica: non esistono stonati in natura, esistono solo stonati ambientali; così la popolazione carceraria è fatta di casi sociali, non di soggetti pericolosi per la società. Nel 2004 ho iniziato ad applicare questo modello ai detenuti della Casa Circondariale di Varese: il percorso, una vera e propria attività laboratoriale, si rivolge ai detenuti di una casa circondariale, dove il turnover è alto, con fotografia, pittura e scrittura. Ogni anno poi carovana dei versi entra in carcere per raccogliere le parole dei detenuti che hanno svolto con me il laboratorio per un anno intero, e liberarle oltre quelle mura: il gruppo “ristretto” si unisce proprio oggi al collettivo di poeti con il nome di “banda a mano libera”, proponendo al pubblico una performAzione con lo stesso nome.

Volete “contaminare con la forma in versi la quotidianità, la vita scandita dai ritmi della città”: che significato ha la poesia per voi? Perché rende migliore ciò che la circonda: perché propone una visione diversa delle cose o perché “innalza”?
La contaminAzione è uno degli aspetti della conoscenza. Faccio parte di quella generAzione che, purtroppo, non è stata attivata dalla poesia: tutto dipende da come te la pongono. All’inizio del secolo scorso tutti conoscevano poesie e ne sperimentavano la composizione, mentre oggi “poeta” è un’offesa: equivale a fannullone o a ricco annoiato. Noi ambiamo alla trasformAzione antropologica con un ritorno alla cultura diffusa, quella che ci stanno sottraendo: senza cultura, l’uomo si imbarbarisce. La contaminAzione avviene oralmente e fisicamente, partecipando alla relAzione: quando conosci qualcuno attivi ogni sensore per scoprire l’altro, e noi decliniamo questa prassi artisticamente con la parola orata. Il pubblico è inconsapevole e quando invadiamo la sua quotidianità con i nostri eventi si apre alla conoscenza e scopre la poesia, tocca con mano il dono di un autore mentre entra al cinema, scende dal treno, fa la spesa. Promuoviamo la poesia sperimentando una diversa prospettiva, che porta inaspettatamente versi a chi vive la sua giornata canonica. Non pensiamo di migliorare il mondo, ma sicuramente di contribuire a tener viva la poesia. Contaminiamo, nutriamo di gocce il mare, diamo eco alla forma in versi e per farlo lavoriamo con la poesia a diversi livelli: non proponiamo una visione diversa, ma la semplice conoscenza. In Italia siamo abituati a usare espressioni retoriche altisonanti che non diventano mai azione; carovana dei versi è  invece poesia in Azione degli autori contemporanei che scelgono di prenderne parte. La poesia ha in sé una molteplicità di forme di comprensione che creano tra lettore e autore un dialogo sulla cultura e l’integrazione, la memoria e la tolleranza, la pace e la non-violenza: quindi produce critica, si autoalimenta e autogenera. E non solo a livello sociale ed umano, ma anche letterario.

Leggo nella cartella stampa dell’edizione 2013 che il vostro impegno dà ottimi frutti (non ultimo l’invito alla Buchmesse). Scrivete però: «La rete di collaborazioni è stata minata con l’abbandono da parte delle istituzioni di una “impresa” che sta compiendo importanti piccoli passi in cultura civile». È il “solito” (purtroppo) caso di disinteresse della politica per un’iniziativa bella e interessante?
carovana dei versi – poesia in azione sin dalla prima edizione prevedeva l’invasione della biblioteca di Varese e il Comune ce lo concedeva; in cambio esponevamo il logo della città sulla nostra locandina in giro per l’Italia. La Provincia di Varese, invece, ci concedeva il Chiostro di Voltorre. Non abbiamo mai ricevuto alcun contributo pubblico, solo la disponibilità di poter usare alcuni luoghi. Ora non disponiamo neppure più di quelli: la Provincia ha stravolto il Chiostro affidandolo ad altri progetti, il Comune non ci ospita più in biblioteca. Disinteresse da parte delle politiche culturali? Che interesse c’è nel sostenere un progetto che stimoli pensiero e sviluppo culturale, che diffonda la forma più efficace che ci sia, la poesia? Noi proproniamo una sperimentAzione culturale indipendente, non progetti di promozione del potere: alla produttività e all’efficienza contrapponiamo piccoli passi di cultura civile.

Riassumendo questa chiacchierata, con che messaggio ci saluti?
Vorrei solo dire che la poesia è in buono stato; il problema è il mercato. Il libro, così come ogni arte e forma culturale, non è un prodotto: è l’ultimo strumento del pensiero.

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Comments
One Response to “A primavera sboccia la poesia abrigliasciolta”
  1. iurimoscardi ha detto:

    L’ha ribloggato su IL TUBERO DI CHERNOBYLe ha commentato:

    Buon primo giorno di primavera e buona Giornata mondiale della poesia a tutti.

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