Le soavi e le meschine (un racconto di Dale Zaccaria)

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La bellezza non ha paura della miseria
ma è la miseria a temere la bellezza.

Si era tinta i capelli e tolta le erbacce dalle gambe, aveva tradito suo marito in punto di morte e tirato in aria un aquilone. La vita non le pareva più la stessa da quel momento, lei non era più la stessa da quel momento. L’amante aveva issato vele nel mare, solcava oceani di disprezzo e solitudine, passava da letto a donna, dalle più belle alle più brutte, chiedeva soldi, cercava perdoni, prestava la sua ira da maschio, i suoi ruggiti d’amore, a dannate, a femmine di poca cosa di poco conto. Lei lo accompagnava in questo viaggio, era amica e nemica dell’una e dell’altra, non faceva più il pane in casa, non impastava sogni e desideri con quell’eleganza che una volta l’avevano vista signora, era diventata troppo povera per usare ingredienti d’amore, usava il suo denaro, usava il piccolo potere del suo stato, usava i suoi salotti, la polvere che si faceva sempre più spessa con il passare del tempo, non scriveva più come le aveva insegnato suo marito, ma piangeva e rideva, faceva di tutta quella povertà un fatto pubblico, ufficiale: la disperazione, l’infelicità, la noia, erano oramai un fatto pubblico e ufficiale.
Accanto a lei intorno a lei si facevano largo le meschine, l’aiutavano a non ascoltarsi, a non guardarsi, eppure suo marito le ricordava ogni giorno dell’anno, un preciso giorno dell’anno, com’erano belle le soavi, le soavi che cantano all’inizio di tutte le notti di Marzo, che ti guardano dai cieli alti, e lei povera laggiù nel suo vecchio salotto, a volte ne percepiva l’eco, ma faceva finta di non ascoltarlo, rideva e piangeva, mentre una giovane fattucchiera, dall’aria così grigia non proponeva filtri di sogno e speranza, ma tavole di nessuna scrittura , eppure tutto serviva a lei di quel salotto, di quel piccolo stato, a lei in particolare, più che alle altre. Tentava in ogni modo di affermare una bellezza che non possedeva, uno spirito e una poesia che non aveva, solo tra le meschine poteva avere un appoggio momentaneo, una solidarietà indifferente, perché nessuna delle meschine aveva amicizia compassione dell’altra, chi portava calze rotte in scarpe d’oro, chi faceva prove militari con vesti da gran donna, chi non riusciva neanche a camminare per quanto fosse pesante il peso del suo corpo, del suo cuore arido, chi scriveva e ingiuriava poi l’una in mancanza dell’altra, chi si faceva attrice e non parlava ma aggrediva un pubblico assente, chi da un isola senza arance lanciava anatemi senza luce colore, da giornali a vuote parole, che cadevano indifferenti nel silenzio della gente, e poi la fattucchiera ancora, in cerca di successo e affermazione, che vorrebbe fare buon teatro, la drammaturga senza atti scene quinte o bozzetti di costume,  e  chi era così niente al mondo, che il mondo nemmeno si accorgeva della sua esistenza. Le meschine che non amano le donne, perché le prime nemiche sono proprio sé stesse, in tributi pubblici, sceneggiate fuori porta, premi ricevuti a sostegno della loro poca misericordia per l’umanità.

E le soavi invece così nude e lontane per restare laggiù, per vivere in basso, per essere vestite e truccate, con la piega pronta tra le gambe, i tacchi alti sotto il mento, il rossetto al posto della mente  per stati e salotti con quella amoralità da occasione e convenienza che distingueva da sempre le meschine, coltivavano distese e campi di senso, nutrivano il colore rosa delle cose, disinteressate ai fatti umani, provavano ogni giorno il rosa che era del loro canto, che la più soave tra tutte, aveva messo lì, al centro del cielo, al centro del mondo.
Era un rosa come certi dipinti, un rosa che non tendeva mai al viola, un rosa netto, il rosa che possiedono solo le rose, che è intenso e inafferrabile come l’andare dell’ acqua. Le meschine non potevano neanche immaginarne la forma e il sapore, le loro lingue erano troppo prese dal chiacchiericcio, dallo sparlare di tutti, anche di loro stesse. Appena una di loro si allontanava ecco che le lingue si allungavano, limavano, contorcevano tra di loro.
La fattucchiera che pensava di poter vedere tutto, era la prima che colpivano dietro le spalle, l’ applaudivano con fissi sorrisi, privi di qualsiasi gioia, e la uccidevano ogni volta che lei si voltava.

Intanto il salotto si vuotava e si riempiva e poi si vuotava nuovamente,  lei si tingeva di un altro colore i capelli, accompagnava l’amante a issare nuove vele, per nuovi viaggi di disperazione e solitudine. L’insegnante che poteva avere un viso soave, una vita soave, un lavoro soave, era in verità la più brutta delle meschine,  la più insignificante. Con una voce stridula, una r che si accavallava tra la lingua, un r carica d’invidia per quei cieli alti che nemmeno poteva toccare, ne intravedeva solo appena il colore, che non era l’azzurro, ma appunto quel rosa, quel rosa che ogni volta per lei era solo un carico di fatica, di fatica umana e mortale e allora tentava di alleggerirlo, radunava le meschine, e una volta radunate, nessuna di tutte loro, poteva sopperire al peso di quell’ immenso, quell’immenso che provavano tra note e storie le soavi, ogni volta ne venivano schiacciate e distrutte.
Alcuni dicono che è proprio quel peso a tenerle sempre in basso, a darle lunga vita, in quella condizione. A non avere mariti, a non avere amori, a non avere nulla. E quel nulla si somma alla polvere del salotto, al piccolo stato, a quel potere con cui lei cambia ogni volta colore di capelli.

Triste la vita delle meschine costrette ad essere distrutte dal peso, dalle prove dell’immenso. Un’infelicità dello spirito che le marchia tutte , mentre le soavi cantano, mentre il rosa si fa così lontano impossibile ed eterno.

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