A due grandi amori: Venezia e la sua poetica

Venezia col caldo ha molto in comune con l’idea che s’era fatto Dante Alighieri dell’Inferno, straripante di gente smarrita e mezza nuda che vaga senza una meta precisa guardandosi attorno confusa, vociando, trascinando i piedi, riempiendo ogni calle del suono di mille lingue diverse, una caotica Babele di crema solare e infradito. Non c’è tempo per temporeggiare  a Venezia quando c’è questo caldo qui, perché vuol dire che è estate, e l’estate vuol dire che c’è la gente, e «la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi Venezia la vende ai turisti» cantava Guccini, ed ecco che in una frase hai l’esatto quadro di cosa veda Venezia quando si guarda allo specchio e quanto costi in termini puramente sentimentali ai veneziani reggerlo, quello specchio, il tutto in una frase, tanto per parlare della grandezza di certi poeti.
Certi poeti, Venezia ne è piena. Alcuni scrivono, alcuni leggono, altri parlano da soli, altri siedono nei bàcari (è il nome con cui chiamiamo le osterie, da queste parti) e quando il vino dà loro coraggio, sciolgono la lingua e sono tutti da ascoltare. I puristi avranno da ridire, e proprio loro esorto a riflettere sull’intrinseca versatilità dell’arte che tanto amiamo. Sarebbe stupido ed estremamente limitativo credere che la poesia passi solo per penna e foglio quando le parole, i gesti, gli eventi stessi spingono tutti nella stessa direzione: questa bellezza straordinaria, questa inquietudine dolce, questa incommensurabile energia.  La poesia è un fenomeno che riguarda tutti, specialmente chi crede di non averci nulla a che fare. Ecco perché Venezia brulica di poeti, consapevoli o meno: è come se i suoi stretti passaggi, il fetore di certi angoli, il mercato rumoroso e la piazza gremita obbligassero i suoi figli a una riflessione specializzata della propria condizione in se stessi e con gli altri.
Non c’è traffico a Venezia, non ci girano auto e motorini, così che può capitare di sentirti pensare, mentre vaghi volendo perderti.

Tuto xe orore, tuto xe afano,
Tuto xe smania, tuto xe dano
Co ben se varda, co ben se medita
Tante cosazze, che ghe xe al mondo,
Che me confondo — co penso un fià.

Se pò a sta massima, che me par vera,
Qualche bel spirito ghe vôl far guera,
Ch’el vegna avanti, ch’el parla libero,
Perchè un poeta no pol mentire
Per contradire — la verità.

(da La miseria umana di Marco Pescante)

Venezia col caldo ha a che fare con un caos digerito a denti stretti che è vita, è circoscritto, insopportabilmente claustrofobico. Il Ponte della Libertà, che taglia in due la laguna e unisce Venezia alla terraferma, appartiene più all’ideologia che all’architettura e all’ingegneria. E ogni veneziano è intimamente geloso della sua città, così come un bambino che guarda torvo la madre che ha dato una carezza ad un altro bambino.
Gli abitanti sono camaleontici visti da fuori, si confondono col turista a prima vista, ma l’occhio esperto li distingue nettamente per passo veloce, poche parole e sguardo fisso a terra che non si alza mai al di sopra della testa. I veneziani non la guardano più la loro città: le chiese son riferimenti vicini a uffici e supermercati, le calli misteriose, le calli umide e intime sono sconvenienti passaggi obbligati tra turisti in immobilità estatica per raggiungere il posto di lavoro. Alcuni dicono che siamo sempre stati così, altri che il turismo di massa ci ha cambiato poco per volta rendendoci peggiori. Io dico che la vita di un uomo non basta per tirare le somme dello spirito e della condotta di una città intera. Troppe variabili da tener da conto, troppe implicazioni.
A tal proposito un poeta veneziano del passato, che fu anche sindaco della città, Riccardo Selvatico, scriveva:

E fin che sta razza
De brazzi e polmoni,
De omeni tressi,
Sbragioni ma boni,

In fin che sta razza,
Ripeto, xe quela,
Venezia no cambia,
Venezia xe bela!

(da Brindisi di Riccardo Selvatico)

È il modo migliore di vedere la faccenda, e questi versi mi consolano sempre qualora si insinui in me il dubbio che la speranza abbia abbandonato questi vecchi muri ammuffiti.
Venezia è ambigua, è testarda, sembra enorme girandola a piedi, ti accorgi che è piuttosto piccola mappa alla mano. Con buone gambe la si può attraversare da parte a parte in poco più di un’ora. La poesia scorre nei suoi contorti percorsi così come il vento di scirocco che fa alzare la marea, e sono guai per tutti. Il vento, così come la poesia, percorre Venezia e sa dove andare, a differenza tua, che vieni a Venezia e immancabilmente ti perdi. L’ho scritto sopra, lo ripeto ora, ti perdi volendo perderti.
Un noto e stimatissimo scrittore veneziano, Tiziano Scarpa, scrive che «smarrirsi è l’unico posto dove valga la pena andare». Quanto è vero, quanto è squisitamente liberatorio. Quanto è potente e giusto perdersi, sia una questione geografica o emotiva, quanto è piacevole nello stupore che genera farsi levare la terra sotto i piedi.

Venezia ha questo potere, la poesia ha questo potere.

La vita cossa xela? Un ponteselo
che dovemo passar na volta sola:
na volta se lo vede tuto belo
ma el xe un belo che dopo de descòla…

Sto ponte no ga bande e basta un pelo
perché ai oci ne venia l’orbariola:
gh’è chi resiste un toco, ma gh’è quelo
che fa do tre scalini e po’… ghe mola.

Andando su – siccome semo in tanti –
per arivar più presto sulla çima,
se lavora de pugni sacrosanti…

Vegnindo zo inveçe tuti quanti
se ghe dirave a quei che urtava prima:
– I se comoda pur, i pasa avanti!

(La vita, Domenico Varagnolo)

Venezia col caldo è un incubo olfattivo. Toglie il fiato e non è solo per le splendide architetture e gli unici scorci. Venezia è per tutti e di nessuno, madre di se stessa e della povera gente, figlia di un mistero che lei stessa ha alimentato, è un colpo al cuore e un tuffo in memorie che non hai mai avuto. Ma allora perché fa così male guardarla?
La gente di Venezia non si chiede più queste cose, ha dimenticato come leggere tra i riflessi dell’acqua e nelle guance di un ubriaco, ha scordato i grandi maestri che son stati modesti uomini e santifica i piccoli maestri che girano vanagloriosi e patetici, gonfi come i piccioni in piazza San Marco, in queste prime, calde giornate di primavera.
I poeti veneziani vivono nei segni invisibili che le loro vite hanno lasciato tra questi palazzi che non solo umidità sanno trattenere.

La vita scorre, uguale a se stessa giorno dopo giorno, un pullman di turisti dopo l’altro. Si nasce, si vive, si muore, come nel resto del mondo. Ma in maniera diversa.
Il sole cala sulla passeggiata delle Zattere, chiudono le botteghe, gli osti vigilano sulla notte scura ed enigmatica. Il monotono brusio delle genti va scemando nelle pretese dell’onda il cui suono va via via crescendo.
Resta un perfetto, pacificatore vuoto sensoriale.

Zo’ in cale no ti senti che li oseli
ch’i vola sora i copi avanti e indrio
ma presto se impenisse de puteli
col loro ciacolar darente al rio

El sol saluda el stender de le vecie
che varda so marìo con òcio franco
A un boto taca e spose co le tecie
che sempre le ga’ in grassia l’omo stanco,

A sera ghe xe in cale amori sconti
i amanti come i gati su pa’ i teti
se incontra nel caigo sora i ponti
ch’i acoglie i loro amori benedeti.

(Zornada, Matteo Barbieri)

*

Questa foto è una piccola rarità. Permettetemi di ringraziare l’autore Enzo Pedrocco e gli amici di Venessia.com, una comunità attivissima sul territorio che si occupa tra ironia e impegno sociale di venezianità a 360 gradi. La foto ritrae Eugenio, del quale non so molto se non quello che mi raccontava mio padre quando ero bambino, e che voglio condividere con voi: Eugenio era solito cantare per la gente seduta ai bar lungo la passeggiata delle Zattere chiedendo in cambio qualche spicciolo. Nel ricordo trasmessomi da mio padre, quest’uomo che non ricordava le parole delle canzoni che ripeteva alla nausea, i cui testi leggeva da un foglio che mio padre ricorda addirittura bianco, aveva una straordinaria dignità professionale e si è fissato nella mia testa come canone della poeticità veneziana. Uomini come Eugenio, non ce ne sono più ed è un gran peccato. Forse Venezia è cambiata per davvero.

Comments
3 Responses to “A due grandi amori: Venezia e la sua poetica”
  1. Alessandro Novellini - Torino scrive:

    Mi è piaciuto il suo articolo su “Venezia e la sua poetica”. Sono un ammiratore di Venezia, specialmente dei suoi luoghi più nascosti come l’isola di San Pietro, nel rione di Castello. Grazie, quindi, per il viaggio virtuale, particolarmente gradito dal momento che manco da qualche anno dalla città.-

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