Godfrey Harold Hardy: apologia di un creativo

Humor e malinconia, cricket e scacchi, matematica e vita: ecco di cosa parla uno dei libri di culto per i matematici. Si tratta niente di meno che dell’Apologia di un matematico, autore Godfrey Harold Hardy, un grande matematico (e sennò che apologia sarebbe?) britannico del primo Novecento. Questo testo è la migliore dichiarazione d’amore per la disciplina regina di tutte le scienze, ma non solo: è anche «la descrizione più riuscita di cosa significhi essere un artista creativo».

Fin dall’inizio, Hardy mette in chiaro che il suo interesse per la matematica è sempre stato «solo in quanto arte creativa»: inizia così a sottolinearne il carattere estetico e quel pizzico di capacità creativa richiesta a ogni matematico. Chiaramente, come si può ben capire dal titolo, questo godibilissimo saggio dovrebbe avere degli intenti apologetici, ma Hardy con un colpo da maestro ribalta il tavolo. Sostiene infatti l’inutilità della matematica e in particolare della ricerca avanzata in tale campo come la perfezione ultima raggiungibile e va rammaricandosi di coloro che lavorano in campi più modestamente applicativi: «La matematica pura è nel complesso decisamente più utile di quella applicata. Questo perché ciò che è utile più di tutto è la tecnica, e la tecnica matematica viene insegnata principalmente attraverso la matematica pura». Insomma, è come per l’arte e la letteratura: non si deve ricercare a tutti i costi una loro applicazione immediata nella vita di tutti i giorni se non quella di elevare spiritualmente e culturalmente chi la fa e chi ne viene allietato. Dunque Hardy vede se stesso come un artista creativo e nel medesimo istante si pone al di sopra degli artisti rivendicando l’immortalità delle proprie creazioni: «Archimede sarà ricordato quando Eschilo sarà dimenticato, perché le lingue muoiono ma le idee matematiche no. Immortalità è forse una parola ingenua ma, qualunque cosa significhi, un matematico ha le migliori probabilità di conseguirla». Creazioni che vanno meglio catalogate come scoperte: infatti, «317 è un numero primo non perché lo pensiamo noi, o perché la nostra mente è conformata in un modo piuttosto che in un altro, ma perché è così, perché la realtà matematica è fatta così».

Come ogni attività che si basi sull’innovazione e sulla creazione, Hardy sostiene che «nessun matematico può permettersi di dimenticare che la matematica, più di qualsiasi altra arte o di qualsiasi altra scienza, è un’attività per giovani». Ne è così convinto da affermare di non conoscere «un solo esempio di un grande progresso matematico intrapreso da un uomo che abbia superato i cinquant’anni». Come non vedere l’affinità ma anche le divergenze di tutto questo con il campo artistico e letterario? La ricerca di una bellezza che porti la propria effigie nell’immortalità è certamente un legame comune tra arte e lettere e matematica; ciò che le distingue sta nelle armi utilizzate. «Le forme create dal matematico, come quelle create dal pittore o dal poeta, devono essere belle; le idee, come i colori o le parole, devono legarsi armoniosamente. La bellezza è il requisito fondamentale: al mondo non c’è un posto perenne per la matematica brutta». Ma anche se «il matematico, come il pittore e il poeta, è un creatore di forme», tuttavia «le forme che crea sono più durature delle loro perché le sue sono fatte di idee».

Infine, questo saggio è anche un diario, in cui si possono notare − talvolta fra le righe e talvolta in modo più chiaro − racconti di vita quotidiana, di vita accademica, di tempo libero, di sport e di cricket in particolare (vero e proprio pallino fisso di Hardy). Basti pensare che le scoperte e i matematici più eminenti venivano catalogati dall’autore in base a una personalissima scala di giudizio basata sui giocatori di cricket: di un collega in cui riponeva grande stima era solito dire «è del livello di Bradman» oppure «è del livello di Hobbs» (entrambi − Donald Bradman e Jack Hobbs − giocatori di cricket nominati baronetti per i loro meriti sportivi). Fatte le debite proporzioni, è come se  un matematico italiano catalogasse i propri colleghi su base calcistica!

Questo e molto altro ancora nell’affascinante e agile Apologia di un matematico, libricino che non solo ogni buon matematico ma chiunque pensi e dipinga se stesso come un creativo dovrebbe leggere e riporre poi su uno scaffale a portata di mano, per poterlo rileggere ogni volta che è necessaria una spinta creativa per rilanciare se stessi.

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Comments
6 Responses to “Godfrey Harold Hardy: apologia di un creativo”
  1. luca ha detto:

    Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho già salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

  2. trasloco-roma ha detto:

    Behh io ho appena lasciato un commento sul mio Blog con link a questo post… anche per ringranziare pubblicamente i visitatori del blog… grazie ragazzi!

  3. giorgio ha detto:

    Molto bello il blog… però aspetto nuovi post, è da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabbè, intanto mi sono iscritto ai feed RSS, continuo a seguirvi!

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