Il Canto di Natale fuori stagione o l’aragosta di Dickens: un’esperienza poetica lunga una vita

Lo so, il titolo non ha molto senso. Ma lasciate che vi spieghi.
Chi non ha presente quel famoso romanzo di Dickens, Canto di Natale appunto, dove l’avaro Scrooge riceve la visita dei tre spiriti rappresentanti il Natale passato, presente e futuro e viene così salvato dalla dannazione eterna redimendosi da una vita di cocciuta malvagità? Magari il romanzo non lo avrete letto, ma è stato declinato in tante versioni e proposto in talmente tante salse (fumetti, film, parodie, cartoni animati) che sfido chiunque a non conoscere nemmeno a grandi linee la storia.
Ebbene, per due fondamentali motivi questo racconto mi è particolarmente caro: il primo, buonista e forse un po’ ovvio, è che ci ricorda come per quanto vecchi e incanutiti e stanchi e arrovellati sulla propria condizione di anime non propriamente idilliache, c’è sempre spazio per il cambiamento. Ammettiamolo, è una bella consolazione, specialmente quando di fronte all’infelicità un cambio di rotta ci sembra impossibile. Non vi pare?
Il secondo motivo, più brutale e meno comprensibile, è che mi ha sempre divertito vedere come il protagonista del romanzo, Scrooge, in pochissimo tempo venga forzato a cambiare la sua condizione: non è un processo morbido e motivato naturalmente ma brusco, motivato dalla minaccia delle fiamme dell’inferno, e messo in atto da tre personaggi tiepidamente inquietanti tra i quali l’ultimo in particolare ricorda senza mezzi termini la morte. Insomma, ci siamo capiti.
Quindi diciamo che il Canto di natale mi piace perché Scrooge è emozionalmente trattato come un’aragosta, aperto, servito al lettore cucinato nel suo brodo, bollito nella paura a fuoco lento.

Proprio adesso  molti si stanno chiedendo: che c’entra tutto questo con la poesia? Diciamo che il romanzo di per sé non c’entra nulla, ma l’idea alla base sì: il fatto di trovarsi di fronte alle azioni passate, presenti e future per tirare le somme di quello che si è stati, di quello che siamo e di quello che vorremmo essere. Allora, per questo giovedì di poesia ho pensato di scrivere alla Dickens raccontando tre brevi storie, che non sono molto avvincenti in verità ma che danno uno spunto di intuizione, una parvenza di forma alla mia vita tanto devota alla poesia, tanto lontana dalla poesia.
Il canto di Natale fuori stagione o l’aragosta di Dickens, per l’appunto. Oggi l’aragosta, sono io.

RACCONTO DELLA POESIA PASSATA

«Sto svuotando il sottotetto, c’è un sacco di roba tua. Vieni a vedere cosa non devo buttare».
Nel sottotetto non entravo da anni, tanti quanti ero andato ad abitare fuori. Sapevo che molte delle mie cose erano ammassate tra la polvere e le ragnatele, ma come tutte le cose che vengono dimenticate, non acquistano importanza se non quando rivedono la luce. Per questo accettai di sprecare un intero pomeriggio di libertà dal lavoro per tuffarmi nei ricordi inscatolati di quell’umida soffitta all’ultimo piano della casa di mia madre, prima che qualche preziosa futilità venisse gettata assieme a vecchi sci spaiati e scoloriti soprammobili in disuso.
Mia madre aveva accatastato il tutto in quella che una volta era la mia camera. Non è vero che il tempo è inconsistente, incolore e inodore: il tempo ha la consistenza, il caos cromatico e l’aroma di un pavimento incasinato con ammassate una marea di cianfrusaglie, confuso e indecifrabile come la vita è e sempre sarà. Magari non la vita di tutti, la mia senz’altro. E va bene così.
«Ho trovato dei tuoi disegni delle elementari», disse mia madre porgendomi una cartellina di plastica trasparente. Che tristezza: a disegnare ho sempre fatto piuttosto schifo, talmente schifo che quando disegnavo qualcosa poi ci scrivevo accanto cosa fosse. Mica solo con mamma, papà, fratello e cane, proprio con tutto: albero, sole, luna eccetera, anche quando la cosa era ovvia. Magari per gli altri non lo era perché facevo proprio schifo a disegnare.
Sfogliai quei disegni con l’espressione corrucciata del pensionato che non viene a capo del suo registro spese, finché ne trovai uno che mi colpì: c’era il sole, con scritto sole, una casa con scritto casa e una figura umanoide con scritto Io (evidentemente ero io), e intorno alla figura umanoide dei versi di una filastrocca. A memoria non ricordo di cosa parlasse, ma aveva a che fare con gli animali di un bosco; a un certo punto si interrompeva e, scritto più in grande, dove un verso sarebbe dovuto terminare nel mio corsivo incerto di bambino, in un rabbioso stampatello il foglio diceva: IO SONO IL NULLA. In basso a destra, il foglio riportava un giorno che ho dimenticato del 1992.
«Me lo ricordo quel disegno», mi disse mia madre, «sono dovuta venire a prenderti a scuola quella volta». Saltò fuori che per quel giorno dovevamo imparare a memoria la filastrocca degli animali ma, sebbene mi ci fossi applicato per giorni, al momento di recitarla mi bloccai. Iniziai a piangere come una fontana, e a fare quel disegno, e le maestre si inquietarono un po’ e chiamarono mia madre, e allora smisi di piangere e me ne andai a casa con la mia mamma e il mio disegno sotto il braccio.
«Chissà che mi passava per la testa quel giorno», dissi a mia madre alzando le spalle, e rimisi il disegno nella cartellina. Ragionandoci ora a più di vent’anni di distanza, mi piace pensare che quel bambino di sette anni già si sentisse inconsciamente un devoto seguace della poesia e che la delusione per non aver memorizzato quei versi lo avessero fatto sentire colpevole del primo tradimento verso quella magia fatta di suoni e rime che poi con gli anni sarebbe diventata la sua più fedele compagna.

RACCONTO DELLA POESIA PRESENTE

Un mio conoscente mi ha chiesto di suggerirgli qualche poeta italiano da contattare per un’interessante manifestazione letteraria che si svolgerà quest’estate nel mio paese. Fa piacere, questa cosa, sia perché dimostra che la cultura non è morta in questo angolo di mondo, sia perché, sul piano personale, è bello sentirsi riconoscere buon conoscitore di poesia e persona a cui affidare un compito così delicato.
Così, ho snocciolato qualche nome interessante, tra cui in particolare una poetessa di cui non dirò il nome perché non è necessario alla nostra storia. Qualche giorno dopo chiedo a questo mio conoscente se avesse contattato la poetessa in questione, e lui mi dice che sì, l’ha contattata e si è resa in prima battuta disponibile, ma che quando ha scoperto che durante la rassegna ci sarebbero state letture da Pasolini ha detto no grazie, perché Pasolini non era un poeta, solo un bravo retore, a detta sua.
Ho detto «Scusa se te l’ho consigliata, ci sentiamo». Poi ho preso il telefono e ho scritto un sms a tutte le persone a cui avevo consigliato questa poetessa, che non erano tante in realtà, saranno state cinque o sei che ricordi chiaramente, ho mandato questo sms con su scritto «Mi dispiace se ti ho consigliato questa poetessa, ci sentiamo presto».
Non è per Pasolini, sia chiaro: può piacere come no, essere considerato un poeta come no, a me personalmente non interessa. Quello che interessa me è cosa può intendere una persona quando dice faccio poesia. Compatisco da sempre e sempre compatirò coloro che si limitano a credere che la poesia sia buttare giù versi su un foglio: sarebbe come pretendere di aver imparato a volare prendendo un aereo. Tecnicamente hai volato, certo, ma non padroneggi l’arte. E l’arte del volo, così come quella della poesia, richiede predisposizione personale ma anche conoscenza di quello che sta intorno all’atto in sé, nozioni anche apparentemente distanti ma comunque fondamentali. In poesia, questo si traduce a mio avviso nel partecipare, nell’esserci, nel trasmettere qualcosa a chi è profano all’arte poetica. Cogliere le occasioni come queste manifestazioni − oasi nel deserto, specialmente fuori dalle grandi città − vuol dire utilizzare la propria notorietà nell’ambito non come un pretesto per fare gli altezzosi, ma come uno strumento potente per avvicinare alla poesia e restituirla alla gente, cui appartiene. Se tutto questo manca, se la poesia ti allontana dalla gente perché consideri un autore non un poeta e fai mancare il tuo contributo, se non riconosci la necessità di alimentare la fiammella invece di strofinarci sopra la suola delle scarpe, evidentemente stai facendo poesia in maniera sbagliata.
Mia cara poetessa innamorata di se stessa, miei cari poeti innamorati di voi stessi, se state leggendo queste righe, sappiate che è così, noi moriamo nella polvere. MORIAMO NELLA POLVERE.

RACCONTO DELLA POESIA FUTURA

Con l’arrivo della primavera il mio amico Hoyt prende l’aereo e viene a passare i mesi caldi qui a Venezia. Lui dice che essendo vecchio gli tocca migrare per avere delle condizioni ideali di clima, ma so che scherza, perché Hoyt abita a Santo Domingo per la maggior parte dell’anno, dove insegna Letterature comparate alla Pontificia Universidad Catòlica, e di certo il buon clima non gli manca. Ci siamo conosciuti per caso due anni fa e per caso abbiamo scoperto la reciproca passione per la poesia: Hoyt è un fine poeta e uno stimato traduttore e parlare con lui è sempre fonte di massima ispirazione ed enorme piacere.
Una sera stavamo cenando in una delle tante osterie della città, discutendo di come alcuni miei versi adolescenziali fossero imbarazzanti dal mio punto di vista, interessanti e ricchi di buoni propositi dal suo. Discutere di poesia in un’osteria legnosa che profuma di vino è più di un cliché consunto: è l’esempio più potente che posso dare dell’aggettivo “vivo”, uno dei piaceri più intensi di cui abbia conoscenza.
Discutevamo − io col mio accento sgraziatamente veneto, lui col suo italiano in inflessione americana − e il vino partecipava alla conversazione ora favorendo l’uno ora l’altro, mentre il pasto lasciato incautamente a raffreddare se ne stava lì in disparte: lui di poesia non ci capisce nulla, ma gli piace ascoltare. A un certo punto Hoyt mi fece una domanda che mi diede molto da pensare. Disse pressappoco così: «Tu sei giovane, a queste cose non ci pensi, ma sei sicuro che farai sempre poesia? Magari domani ti sveglierai e non avrai più nulla da dire, e allora? Tutto quello che avrai scritto in gioventù, per quanto ridicolo in apparenza avrà un altro valore». Forse è vero, forse no. Onestamente non ho mai pensato al valore dei miei versi in termini strettamente personali, non sono tacche sulla mia biografia murale in cui ogni componimento corrisponde a un evento importante da ricordare. È successo alle volte, chiaro, ma il più delle volte i versi sono scaturiti senza motivo. Come quando vedi un uccellino che canta, che magari avrà pure un motivo per farlo ma lo fa così naturalmente ed è così pieno di note irruenti che ti sembra l’abbia fatto perché non poteva più contenere tutta quella frenesia, ed è bello nella sua modestia, quando finisce di cantare e se ne va, così com’è arrivato.
Che fosse per gioia, tristezza, noia, ubriachezza o pianto, che mi salvasse dal baratro o mi spingesse verso di esso, in una direzione o l’altra la poesia ha sempre mosso le mie gambe. Ha ritmicamente contratto il mio diaframma, ha dato impulsi al cuore, ha scosso le palpebre e irrigato gli occhi. Ha giustificato il dolore e curato le ferite. La credo ovunque. La vivo ovunque. Immaginarmi senza la poesia è un’esperienza di vuoto senza pari, un’idea di imbalsamazione emozionale totale. Ecco il paragone di cui ho bisogno, imbalsamazione: senza la poesia mi sento svuotato e riempito di segatura, immobile, vuoto, vuotissimo. Alle volte se ne va per mesi, questa strana compagna, e quando arrivi al punto di spezzarti per il dolore torna a farti visita. Forse è sempre stata là e tu nemmeno te ne accorgevi. Non lo puoi sapere.
Perché il punto è proprio quello. Quando si parla di poesia, non puoi fare intime previsioni del futuro assieme a lei. Lo stesso motivo che mi porta a credere che sia un processo inestinguibile della razza umana ne certifica la chiara ingovernabilità sul piano personale.
La poesia resterà finché avrò occhi per vederla e orecchie per sentirla.
Il resto, non importa, davvero, non importa.
Non risposi così ad Hoyt quella sera. Il futuro non andava oltre le panche lucide di quell’osteria mezza vuota, e l’orizzonte del domani sfumava nel cerchio alla testa creato da un vino evidentemente traditore. Alzai il calice a cercare il suo e brindai alla poesia che fa un po’ quello che crede. Il vino aveva un retrogusto di versi imbarazzati.

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