“Fungi from Yuggoth” di H.P. Lovecraft: quando il terrore è poesia, e viceversa

Parlare di Howard Philips Lovecraft è una questione abbastanza complicata. Per due motivi.
Il primo è che si tratta di uno degli autori che venero e studio, e leggo, rileggo e ne so vita morte e miracoli, ed è quindi come cercare di presentarvi un parente, magari quel vecchio zio d’Oltreoceano di cui si sente spesso parlare ma che nessuno ha mai visto. A questo aggiungete che lo zio è pure mezzo matto, e fate un po’ voi. Insomma, potrei essere un po’ di parte. Il secondo motivo è che Lovecraft prima che poeta, e di poesie andrò a parlarvi ovviamente, è stato soprattutto un grande scrittore horror, tra i più prolifici del suo tempo. Il migliore, se lo chiedete a me. Ve l’avevo detto che sarei stato di parte.
Per capire a fondo la sua poesia aiuterebbe, ovviamente, avere una certa familiarità con la sua intera produzione letteraria, il che data la sua prolificità rappresenta di certo un problema. La buona notizia è che, data la grande influenza che la sua opera ha avuto sugli autori che l’hanno seguito, sono sicuro che moltissimi di voi sono perlomeno inciampati una volta nella vita in un libro, film, quadro, schizzo sul tovagliolo del bar ispirato dallo scrittore di Providence. Per coloro che invece sono totalmente alieni al nostro uomo, vediamo di capire qualcosa in più senza dilungarci troppo.
Inizialmente volevo darvi un quadro biografico di Lovecraft che però risultava abbastanza lungo e, diciamoci la verità, piuttosto noioso. Pertanto, fidatevi del sottoscritto quando vi dico che a parte una famiglia disastrata, un destino di miseria economica e nevrosi frequenti, poche amicizie perlopiù epistolari e una buona dose di intolleranza verso il progresso e ciò che è “altro”, non c’è molto da dire sul nostro . Ovviamente sto banalizzando, ce ne sarebbe da dire eccome, e tre quarti delle cose che potrei dirvi sarebbe tutt’altro che lusinghiera. Quel che è molto interessante a mio avviso è che la sua intera opera può essere apprezzata a diversi livelli di interpretazione. Il primo, più superficiale, riguarda senz’altro il puro intrattenimento: misteri, atmosfere cupe, mostri innominabili e alieni ripugnanti, uomini schiavi della loro stessa paura. Quanto basta per attirare le attenzioni di un pubblico giovane che spesso si avvicina al genere e si abitua alla lettura sui romanzi di Lovecraft, e che rappresenta la percentuale più consistente dei suoi estimatori. Il secondo livello, di profondità maggiore, riguarda la psiche dell’uomo Lovecraft, la sua claustrofobica visione del mondo, la sua meschina xenofobia, il suo rapporto impossibile con un’epoca a lui incompatibile e un avvenire ancora peggiore.  Perché alla fine dei conti Lovecraft era solo uno scalcinato, bizzarro animo inquieto. È questo, credo, a rendermelo istintivamente simpatico e fraternamente vicino.

Ma ora parliamo di poesia. Oggi vi parlo dei Fungi from Yuggoth, conosciuti in Italia come Gli orrori di Yuggoth,  36 sonetti scritti in circa due settimane a cavallo tra dicembre 1929 e gennaio 1930. Per alcuni addetti ai lavori questi componimenti sono un ottimo e indispensabile complemento alla già vasta produzione letteraria lovecraftiana, uno squisito contorno a un’opera già di per sé abbondantemente ricca, ma nulla di più. Io sono d’accordo solo in parte. Vale il discorso dei due livelli di lettura, naturalmente. Ogni sonetto rappresenta una storia a sé, un ambiente circoscritto, irrespirabile a tratti, pesantemente cupo nei toni e nelle intenzioni.

The place was dark and dusty and half-lost
In tangles of old alleys near the quays,
Reeking of strange things brought in from the seas,
And with queer curls of fog that west winds tossed.
Small lozenge panes, obscured by smoke and frost,
Just shewed the books, in piles like twisted trees,
Rotting from floor to roof − congeries
Of crumbling elder lore at little cost.

I entered, charmed, and from a cobwebbed heap
Took up the nearest tome and thumbed it through,
Trembling at curious words that seemed to keep
Some secret, monstrous if one only knew.
Then, looking for some seller old in craft,
I could find nothing but a voice that laughed.

Già dal primo componimento, The Book, si intuisce il clima di profonda inquietudine che l’autore invita ad abbracciare e far proprio: il protagonista gira per un porto labirintico e sinistro fino a trovarsi improvvisamente davanti a una libreria disordinata e polverosa. Incuriosito entra, prende un libro da una pila e sfogliandolo ne scopre la natura oscura e proibita, cerca il libraio ma come risposta sente una voce ridere. Questo è il tocco alla Lovecraft. La poesia, così come molti dei suoi racconti, si chiude lasciando il lettore in sospeso, ma solo dopo averlo accompagnato sulla soglia di una possibile e logica conclusione dei fatti che non lascia presagire nulla di buono. Il tutto inizia e si esaurisce in 14 righe, squisitamente conciso ma ricco di particolari evocativi che stuzzicano i sensi.
Prima ho parlato di due livelli di lettura ben definiti per il buon Lovecraft. Ne è un chiaro esempio la prossima poesia che vi presento, Recognition, in cui il nostro uomo offre al lettore questa inquietante visione:

The day had come again, when as a child
I saw − just once − that hollow of old oaks,
Grey with a ground-mist that enfolds and chokes
The slinking shapes which madness has defiled.
It was the same − an herbage rank and wild
Clings round an altar whose carved sign invokes
That Nameless One to whom a thousand smokes
Rose, aeons gone, from unclean towers up-piled.

I saw the body spread on that dank stone,
And knew those things which feasted were not men;
I knew this strange, grey world was not my own,
But Yuggoth, past the starry voids − and then
The body shrieked at me with a dead cry,
And all too late I knew that it was I!

L’autore ci catapulta in uno scenario di natura indomabile e ostile, soffocante, ci toglie qualsiasi punto di riferimento e infine, solo dopo aver lentamente corrotto la sicurezza derivata dall’orientamento, ci informa: non appartiene alla Terra quel sinistro scenario bensì a Yuggoth, pianeta immaginario dal quale la raccolta prende il titolo. La scena finale è intensa e ripugnante: un gruppo di creature aliene si nutre di un corpo morto che urla angosciato in direzione dell’autore. Il quale solo nell’ultima riga, in un crescendo di terrore, rivela che quel corpo straziato è lui stesso. Il componimento è forte, insopportabile, angoscioso. Nel corso della sua vita, Lovecraft racconterà spesso degli incubi che fin da bambino lo tormentavano, e non stupisce dunque che la poesia si apra proprio con questa connotazione temporale. Lo status onirico della narrazione permea l’intero componimento avvolgendo in una sorta di nebbia sintattica le immagini che ci vengono presentate, via via più nitide e crude in un crescendo ritmico e sensoriale che sfocia nell’ultima, risolutiva frase, spaventosa e irrazionale: il riconoscimento promesso dal titolo, terribile, che si spezza lì, dopo un punto esclamativo che quasi suona come un risveglio improvviso e conferma la trama di sogno, lascia un retrogusto amaro, certifica il terrore. Certifica il terrore. In un’epoca di totale desensibilizzazione, di  pura estasi anestetica sociale la poesia di Lovecraft ci rimette in contatto con gli intimi e mai dimenticati terrori dell’infanzia, con la dimensione angosciosa che ci rende deboli e ci rende uomini, con i mostri nell’armadio e i lupi nel bosco, con i timori che si nascondo al buio e sotto il letto. Le tematiche tanto care all’autore e sciorinate in racconti e romanzi incontrano nell’immediatezza della poesia un validissimo alleato e una prepotente cassa di risonanza. Non c’è spazio per una vera e propria suspence ma l’attesa si crea e risolve in pochi battiti di cuore, nel tempo consentito da pochi versi.
Lovecraft, l’ho già detto, non era una persona facile. Nel 1924 si sposa ed è costretto a lasciare la sua amata Providence per trasferirsi nella caotica e multiculturale New York. È un periodo terribile, segnato da una situazione economica disastrosa e dall’intolleranza per una città che ai suoi occhi rappresenta l’incarnazione della decadenza della pura cultura anglosassone. I sentimenti per quel breve soggiorno (due anni) sono riportati in The Port, in cui i riferimenti si sprecano:

It was the city I had known before;
The ancient, leprous town where mongrel throngs
Chant to strange gods, and beat unhallowed gongs
In crypts beneath foul alleys near the shore.
The rotting, fish-eyed houses leered at me
From where they leaned, drunk and half-animate,
As edging through the filth I passed the gate
To the black courtyard where the man would be.

The dark walls closed me in, and loud I cursed
That ever I had come to such a den,
When suddenly a score of windows burst
Into wild light, and swarmed with dancing men:
Mad, soundless revels of the dragging dead –
And not a corpse had either hands or head!

In conclusione potremmo dire che la poesia di Lovecraft non ha nulla di illuminante ma incupisce, rende tutto sfocato, precipita nell’ambiguità. Alle volte è infantile, scorretta, senza capo né coda. Come le persone. Ecco perché non solo risulta gradevole, ma è attualissima e utilissima.
Inoltre, guardate una foto di Lovecraft. Mesi fa iniziavo così la mia collaborazione con generAzione, parlando di Ragazzoni ne descrivevo sommariamente una foto. Guardateli, gli autori: la poesia è un ritratto fedele, almeno quanto una foto, le è complementare. Guardatelo, Lovecraft: serio, inquieto. Poi tornate qui, vi lascio una sua poesia, l’ultima di questo nostro appuntamento e l’ultima prima della pausa estiva. Vi lascio una poesia che è un po’ il riassunto della poetica di Lovecraft e della sua fervida immaginazione, e ve la lascio perché l’immaginazione è un po’ il cibo dei poeti e degli artisti in generale, e se questo è vero allora Lovecraft, malgrado tutto, non mangiava così male. Passate una buona estate, qualsiasi cosa farete. Ci vediamo a settembre e grazie,  grazie che amate la poesia.

I cannot tell why some things hold for me
A sense of unplumbed marvels to befall,
Or of a rift in the horizon’s wall
Opening to worlds where only gods can be.
There is a breathless, vague expectancy,
As of vast ancient pomps I half recall,
Or wild adventures, uncorporeal,
Ecstasy-fraught, and as a day-dream free.

It is in sunsets and strange city spires,
Old villages and woods and misty downs,
South winds, the sea, low hills, and lighted towns,
Old gardens, half-heard songs, and the moon’s fires.
But though its lure alone makes life worth living,
None gains or guesses what it hints at giving.

*

Due righe di Biografia
Howard Phillips Lovecraft (Providence, 1890 – Providence 1937), scrittore horror statunitense, oggi è considerato uno dei padri della letteratura di genere moderna, sebbene in patria sia stato lungamente dimenticato e solo di recente riscoperto. Tra i suoi lavori più celebri ricordiamo Il Richiamo di Cthulhu e La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath.

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Comments
2 Responses to ““Fungi from Yuggoth” di H.P. Lovecraft: quando il terrore è poesia, e viceversa”
  1. rabuccia ha detto:

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

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