Scrittori di biciclette e di altre “sciocchezze”

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C’è stato un tempo, in Italia, in cui la bicicletta era sacra e i ciclisti degli eroi. Sulle strade del Giro d’Italia, quando lo sport più seguito non era il calcio, era impossibile non parteggiare per ciclisti pelle e muscoli che emozionavano con la forza della loro fatica. Poi ci furono il Girardengo di De Gregori e il Cannibale di Ruggeri, e Coppi e Bartali e Pantani. E ci furono anche tanti scrittori che scrissero di bicicletta. Ne mette in fila undici Vittorio Pessini nel suo saggio Racconti di bicicletta. Il ciclismo nella letteratura italiana del Novecento per provare «l’esistenza di una letteratura sportiva» (come scrive Claudio Gregori nella prefazione).
Gli undici autori scelti sono
giornalisti e scrittori più o meno conosciuti, ognuno dei quali emblematico di un periodo della storia − della bici e d’Italia −, e si possono dividere tra quelli che scrivono al seguito delle gare e quelli che scrivono storie di fantasia; in mezzo, Olindo Guerrini e Alfredo Oriani, che raccontano gli albori del ciclismo in Italia, quando i sindaci multavano i ciclisti e Cesare Lombroso vedeva nella fatica della pedalata la possibile causa del delitto. Nel suo In bicicletta, Guerrini narra appunto del tentativo di scrivere un sonetto pedalando: il mediocre risultato sembra dar ragione a Lombroso, ma l’autore confessa di averlo scritto a tavolino per prenderlo in giro.
Tra quelli che seguirono le corse (meglio, la Corsa, ovvero il Giro d’Italia), Pessini elenca Achille Campanile, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Dino Buzzati, Marcello Venturi e Anna Maria Ortese. Campanile, inviato a seguire il Giro per la prima volta nel 1932, raccoglie in 
Battista al Giro d’Italia: intermezzo giornalistico le sue corrispondenze per la Gazzetta del Popolo, dove finge di partecipare alla corsa con il maggiordomo Battista a capo del gruppetto dei “Sempre in coda”, che punta alla sconfitta. Con quest’ottica scanzonata prende in giro l’estenuato agonismo dei corridori ma anche i retroscena dell’organizzazione. Occhi ben più realistici sono quelli puntati sul Giro del 1947 da Vasco Pratolini e Alfonso Gatto, inviati dei due giornali comunisti Nuovo Corriere e L’Unità. Lo scrittore e il poeta si dividono sui protagonisti della grande sfida dell’anno − Pratolini tifò Bartali, Gatto Coppi − e raccontano la corsa con ottiche opposte: il primo descrive l’entusiasmo dei piccoli paesi al passaggio del Giro ma anche i retroscena amari della competizione, un “circo Barnum” dove tutto è pianificato in partenza; per il secondo, il Giro mantiene il fascino e la purezza che ha agli occhi dei bambini. Dino Buzzati venne invece inviato al Giro del 1949 per conto del Corriere della Sera: nelle sue cronache della gara si ritrovano alcune delle tematiche tipiche dei suoi romanzi (sogno, evasione, invenzione) che, invece di scalfire la realtà degli eventi, danno loro maggiore concretezza. Egli fu il narratore del tramonto di Gino Bartali e lo paragonò al troiano Ettore, consapevole della sconfitta ma capace di accettarla con serenità (scoprendo, in questo, una grande umanità). Il Giro d’Italia del 1955 venne invece seguito da Marcello VenturiVasco Pratolini e Anna Maria Ortese. Il primo, inviato de L’Unità, racconta lo stupore di trovarsi davanti ad atleti famosi ma allo stesso tempo uomini come tutti e inventa personaggi fantastici come il signor Bomba (il doping), la signora Sfortuna e Gigantino, lo spirito del Giro. Vasco Pratolini ritorna invece alla Corsa dopo l’avventura del 1947: l’Italia è profondamente cambiata, il Giro ne risente, e le cronache delle tappe passano in secondo piano a vantaggio di dettagli meno evidenti, come la vita privata dei ciclisti. Anna Maria Ortese era invece la prima donna al Giro: inviata de L’Europeo, mantenne sempre un certo distacco dai protagonisti della competizione e il suo resoconto è filtrato attraverso un’ottica personale.
Pessini elenca anche due autori che modellarono sulla bici le storie dei loro libri: Alessandro Pavolini e Giovanni Testori
Giro dItalia. Romanzo sportivo venne pubblicato da Alessandro Pavolini nel 1928: la scelta di questo autore è la più coraggiosa del libro perché fu uno dei più irriducibili fascisti, Ministro della Cultura Popolare e segretario del Partito Fascista Repubblicano; parlarne in un’ottica letteraria è segno di coraggio e intelligenza. Da giovane, infatti, Pavolini fu diviso tra cultura e politica come Italo, il protagonista del libro: per lui la bici è il perno di un conflitto generazionale e amoroso che lo vedrà vincitore. S’innamora della ricca Lucilla, fidanzata di Erasmo: tanto Italo è forte e virile (e fascista) quanto Erasmo è rammollito; Lucilla innamorandosi di Italo apre gli occhi anche sul mondo, e l’autore può confezionare un romanzo a tesi che esalta la bontà e la novità del regime fascista, vigoroso e inarrestabile come un ciclista. Infatti Italo vincerà il Giro d’Italia e sposerà Lucilla, mentre Erasmo finirà al confino per antifascismo. Diversa è invece la storia de Il dio di Roserio di Giovanni Testori, la cui vicenda editoriale, qui ricostruita, dimostra la miopia degli intellettuali italiani di fronte a un tema “popolare”. Il dio del quartiere milanese di Roserio è Dante Pessina, giovane ciclista in procinto di passare tra i professionisti: per farlo, deve vincere le gare delle Milanesi e dell’Olona. Durante la prima, in fuga con il gregario Consonni viene colto da mal di pancia: il gregario perciò lo stacca, ma Pessina recupera e lo sbatte a terra provocandogli lesioni permanenti. Questa colpa così grave, tuttavia, non lo tocca, attratto com’è dalla prospettiva dell’ingaggio e della fama. Il libro è dunque una critica spietata dei manager, che trasformano i corridori in robot addestrati alla vittoria a ogni costo, e uno spaccato dell’Italia popolare dell’epoca: Pessina si esprime in dialetto milanese e gran parte del libro si basa sui suoi flussi di coscienza. Tale scelta suscitò qualche malumore durante la preparazione della prima edizione, uscita nel 1954 nei Gettoni di Einaudi: Calvino confessò allo scrittore che proprio lo stile e la tecnica lo avevano disorientato e quando Testori, pochi anni dopo, volle ristamparlo, Einaudi si oppose; Pessini sembra suggerirci che dietro al rifiuto potrebbe avere influito il giudizio di Calvino. Tuttavia, la seconda edizione è notevolmente accorciata e meno realistica e popolare.
L’ultimo degli autori elencati è Gianni Brera, uno dei più grandi giornalisti italiani del 900: per lui lo sport, anche a livello letterario, era paradigma per capire e rappresentare la vita umana e la società. Fu grande amico di Fausto Coppi, del quale scrisse anche due biografie: per il Campionissimo nutriva un’ammirazione sincera e nei suoi articoli ne descriveva lo stile, l’andatura, la potenza, la tecnica come pennellate armoniche di un quadro perfetto.

Tirando le somme, la «carrellata» (così la definisce lui stesso) di Pessini (sempre minuziosamente documentata, come dimostra la corposa biografia) è un elenco parziale, frutto di una scelta personale: per esempio, quando uno degli autori citati partecipa a più edizioni del Giro, l’autore ne cita sempre solo una. Nella postfazione, l’autore spiega di averlo fatto per focalizzarsi su quella scrittura letteraria e giornalistica che sapeva instaurare con lo sport un rapporto umano e sincero, che si appassionava sfegatatamente ai suoi campioni senza essere faziosa, che raccontava la fatica e l’Italia, che non cambiava idea su un atleta a seconda del suo indice di popolarità. Emblematico e scontato il richiamo a Marco Pantani, l’ultimo eroe epico del ciclismo italiano: prima della squalifica un dio, dopo un paria. Gli scrittori elencati, invece, seppero tutti mantenere un rapporto equilibrato con lo sport e lo raccontarono con sincerità, dando forma a quella che potremmo chiamare letteratura sportiva italiana. Una sottocategoria? A livello qualitativo no, come dimostrano i nomi citati e il fatto che ognuno
, ogni volta che entrava a contatto con i giornalisti sportivi, veniva guardato con disprezzo, come se fosse capitato sul pianeta sport dopo essere stato altrove da una vita. Perché lo sport, nonostante i giudizi sprezzanti di qualche intellettuale (come Umberto Eco, che definì Brera «un Gadda spiegato al popolo»), è un modo efficace di analizzare la realtà e, soprattutto, va preso maledettamente sul serio.

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  Vittorio Pessini, Racconti di bicicletta. Il ciclismo nella letteratura italiana del Novecento, Roma, Edizioni Ensemble, 2013
(224 pag., 15 euro)

  Abbiamo recensito questo libro anche su aNobii! Se siete anche voi nella famosa libreria virtuale aggiungeteci!
www.anobii.com/genrivista/books

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