Lo spaccaossa

Di Matteo Moscarda

Se mi chiedi il giorno in cui ho avuto più paura in vita mia, penso subito all’unica volta che ho fatto immersione: questa cosa di stare a 18 metri di profondità, con tre tonnellate di acqua sulla schiena, la difficoltà a compensare, il dolore al timpano, la paranoia che il mio buddy mi raggiungesse da dietro per chiudermi la valvola, per non parlare del fatto che tutto questo avveniva in Inghilterra e che non c’è niente di peggio del panico interlinguistico, insomma, quello è stato davvero terrificante.
E invece no, il giorno che ho avuto più paura è stato quello dello spaccaossa.
La cosa ebbe il suo preludio un anno prima, quando il mio coinquilino regalò alla sua ragazza un set di coltelli. Lei passava le giornate a sperimentare ricette tipiche, salvo poi modificarle, aggiungendo una spezia qui o della salsa di soia lì. Era brava, non c’è che dire, ricordo quel periodo con l’acquolina in bocca. Peccato che fosse anche vegetariana: faceva il ragù di seytan e l’insalata di tofu, due cose che un mio amico vegano giudica delle grandi prese per il culo, se si considera lo sconfinato assortimento di sfumature saporifiche del regno vegetale: perché scimmiottare i carnivori, si chiedeva lui, è un grande autogol, un motivo di derisione, anzi, di più, di diseducazione alimentare. Ma sono tante le ragazze che usano alcuni ingredienti solo perché fa esotico: seytan, tofu, gomasio all’alga spirulina e riso basmati, ma ancora peggio umeboshi, tamarindo, guacamole e topinambur. Scelgono questa roba per via della ormai drammaticamente diffusa fascinazione per l’Oriente o per l’altrettanto drammatica assuefazione ai take away indiani, con le loro samose che sanno solo di curry. Ecco, anche Gaia era così, con l’aggravante della contaminazione intertradizionale. Però, come dicevo, il succo della questione è che era vegetariana, quindi dello spaccaossa non se ne faceva un cazzo.
Il coltellaccio è rimasto appeso per mesi, un ex voto di Federico per un’improbabile conversione al carnivorismo. Finché un giorno non l’ho usato io, lo spaccaossa. C’ho fatto a pezzi uno stinco di vitello col quale volevo fare lo splendido con una tipa. Involontariamente, però, ho frantumato l’osso, rendendo la carne inservibile (senza sapere che va cotto intero, lo stinco di vitello). Ripiegammo quindi in pizzeria e dopo qualche giorno la tipa sparì. Il punto è che invece di riappendere lo spaccaossa lo infilai nel colatoio, e lì rimase per giorni, finché non ci accorgemmo che la ruggine se l’era divorato. Credo che tutto il kit di coltelli fosse piuttosto fasullo, il che non mi evitò un certo senso di colpa.
E insomma il dunque è che il mio coinquilino non è razzista, per lui siamo tutti uguali, persino i bengalesi dell’Internet point, anche se cercano puntualmente di fargli pagare 60 centesimi la stampa di un foglio, che ne costerebbe 10, motivandola con l’ineludibile utilizzo del computer. Ogni volta, cazzo. Ma Federico non è razzista, compra i calzini dai ghanesi e i ricettari dai senegalesi, che così Gaia è contenta, e via dicendo. Però i rom no, quelli non li può vedere. È convinto che siano dei pazzi assassini, ignorando che la violenza non fa parte del loro modus operandi: i rom sono metodici e puliti, nelle loro malefatte. Però Federico lo spaccaossa nel cassonetto non ce lo voleva buttare, perché le rom se ne vanno in giro coi trolley tartan e il bastoncino uncinato a recuperare dall’immondizia cose di cui ignoriamo la seconda vita e anche a me, in effetti, inquietava il fatto che potessero appropriarsi di questo spaccaossa. Quello è un’arma, cazzo: trenta centimetri di lunghezza per dieci di taglio, bello pesante, che se assesti bene un colpo puoi fargli saltare l’avambraccio al bengalese che ti fa pagare 60 centesimi invece che 10. Insomma, questo spaccaossa rimane lì, sul frigorifero, per altri tot mesi, perché nessuno ha idea di come liberarsene. Finché un giorno a momenti non rimango fuori casa: la mia chiave si è spanata e no, non è la serratura, perché a Federico e Gaia non dà problemi. Quel giorno loro sono via e io mi decido a prendere l’iniziativa. Infilo lo spaccaossa nello zaino e mi incammino verso il ferramenta. L’Internet point, però, è di passaggio, e la tentazione prevale.
Entro. Stampo un foglio. Il tipo mi fa: 60 centesimi. Io stavolta non dico niente, non protesto, non posso sgridarlo ogni volta, non posso mettermi alla pari di quei vecchi che escono di casa solo per maledire i ciclisti. No, non dico niente. Poggio lo zaino sulla pensilina della guardiola, rovisto finché non trovo il suo sguardo e, senza tirarlo fuori, impugno lo spaccaossa. Il tipo mi fissa, non tradisce emozione, fa un cenno in direzione della sua mano destra, che è sotto la cassa, su un ripiano, avvinghiata a una pistola. Tiro fuori molto lentamente la mano vuota, deposito i 60 centesimi e vado via.
La scritta sulla porta del ferramenta dice aria condizionata. Io sono una pozza di sudore e agosto non aiuta. Ansimo. Sono entrato in automatico, per cercare rifugio, ho un calo di coscienza. Per non dare nell’occhio passo in rassegna i curvatubi, un pialletto per modellisti, uno smerigliatore Stanley, un decespugliatore, degli scacciatalpe e un kit da giardinaggio comprensivo di paletta, miniforca e sarchiello. Mi soffermo ancora qualche secondo sui portaminuterie e, quando il sudore si è rappreso, disegnandomi una collana bianca sulla maglietta, esco, d’istinto, così come sono entrato.
Faccio il giro largo, per evitare l’Internet point. Arrivo a casa, ma la chiave non apre. Volevo posare lo spaccaossa e cambiarmi, ma la chiave non apre. Telefono al 112, gli dico l’indirizzo, la voce mi chiede di calmarmi, mi chiede se sto bene, riaggancio.
Esco dall’atrio a passo sostenuto. Una rom con trolley tartan e bastoncino uncinato sta rovistando nel cassonetto. Ripasso davanti all’Internet point e il bengalese sbuca fuori, muto. Lo sorpasso, svolto l’angolo, occhiaccio l’edicolante, supero Tecnocasa e attraverso la porta del ferramenta che grondo di sudore, che a contatto con l’aria condizionata diventa brina.
«Salve, buongiorno, posso chiederle un’informazione?»
«Dica pure».
«In gergo tecnico, esiste una parola che significhi il contrario di affilato?»
«Smussato».
«Non direi. Smussato è un angolo, non una lama».
«Guardi, non so».
«Ok, grazie lo stesso, arrivederci».
Sto per andarmene con un rave in testa, quando il cliente successivo si mette a discutere della sua accetta Valex in fibra di vetro, che pesa un chilo e che lui ci spacca le pietre, dice. Non mi sembra che il commesso ci trovi nulla di osceno, a parlare con concupiscenza di un oggetto tanto pericoloso, quindi mi calmo un po’ e torno indietro, tiro fuori lo spaccaossa dallo zaino e dico: «Non è che per caso conosce la procedura ordinaria per lo smaltimento delle coltellerie di mole superiore agli standard?»
In pochi secondi è il delirio: una signora urla, il commesso si nasconde sotto il bancone, il proprietario brandisce un trapano, il cliente cerca di sguainare la sua accetta Valex in fibra di vetro da un chilo che spacca le pietre.
Corro verso casa, il bengalese urla qualcosa, la rom scoppia a ridere, davanti alla porta trovo Federico e Gaia, trascinati con decisione da tre carabinieri. Federico mi guarda e fa: «Comunque, per la prossima volta, per i Vigili del fuoco chiama il 115».
Per fortuna in Questura Federico e Gaia ci sono rimasti solo un’oretta, il fumo era effettivamente per uso personale. Comunque a pensarci meglio il giorno in cui ho provato più paura è stato quando a sette anni ho scambiato un incendio doloso su Montagna Longa per l’eruzione di un vulcano. Secondo e terzo posto cose collettive come Falcone e l’11 settembre. Lo spaccaossa lo metterei al quarto posto. Ah, Falcone e l’11 settembre non valgono? Cose personali? No, nient’altro. E la cosa dell’immersione non è vera, me l’ha raccontata un amico. Non è che abbia vissuto tanto, io.

*

Due righe di biografia
Matteo Moscarda nasce nel 1980 a Santarcangelo di Romagna, il comune che ha dato i natali a Daniele Luttazzi. Al momento è receptionist in un albergo. Suoi racconti sono sparsi per il web, ma qualcuno anche su antologie cartacee, come Italian Zombie (80144 edizioni, 2013). Odia le note biografiche ironiche.

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